Trentasei anni dopo l’omicidio di Simonetta Cesaroni, la procura di Roma tenta una delle ultime e più importanti carte investigative. I carabinieri del Ris stanno infatti confrontando il Dna di sette persone mai finite sotto inchiesta con le tracce biologiche repertate sugli indumenti della ventenne assassinata il 7 agosto 1990 negli uffici di via Poma. Una svolta che allarga il perimetro delle indagini e conferma la volontà degli inquirenti di verificare ogni elemento rimasto finora inesplorato.
L’inchiesta resta formalmente a carico di ignoti, ma il nuovo fronte investigativo dimostra come la magistratura non consideri ancora esaurite le possibilità offerte dalle moderne tecniche scientifiche. Dopo oltre tre decenni, il Dna torna così al centro del caso che continua a rappresentare uno dei più grandi misteri della cronaca giudiziaria italiana.
Sette nuovi profili genetici al vaglio dei Ris
Il 4 giugno scorso la procura ha disposto un accertamento tecnico irripetibile affidato ai carabinieri del Ris. L’attività riguarda cinque uomini e due donne mai coinvolti formalmente nell’inchiesta. Secondo quanto emerso, tra loro figurano cinque professionisti, uno dei quali ricopre un ruolo di altissimo livello, e due persone molto vicine a chi lavorava negli uffici di via Poma.
I loro profili genetici sono stati acquisiti in modo riservato e ora vengono confrontati con le tracce biologiche isolate sul corpetto, sul reggiseno e sui calzini di Simonetta Cesaroni. Gli investigatori puntano a stabilire se quei reperti, riletti con le tecnologie oggi disponibili, possano finalmente restituire un’identità rimasta nascosta per trentasei anni.
L’operazione rappresenta una novità assoluta nella lunga storia dell’inchiesta, perché porta per la prima volta all’attenzione della procura persone che non erano mai entrate nel fascicolo investigativo.
La procura riparte da zero
Il confronto genetico costituisce soltanto uno dei fronti aperti dagli investigatori. Da oltre un anno e mezzo, dopo il rigetto della richiesta di archiviazione da parte del gip, i carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci, coordinati dal sostituto procuratore Alessandro Lia, stanno ricostruendo ogni passaggio dell’indagine.
Sono stati riascoltati testimoni, rivisti alibi, riesaminati documenti e ricostruiti rapporti personali che ruotavano attorno agli uffici di via Poma. L’obiettivo consiste nel ricostruire con la maggiore precisione possibile chi potesse trovarsi all’interno del palazzo nel pomeriggio del 7 agosto 1990.
Gli investigatori hanno deciso di non escludere più alcuna pista. Anche persone rimaste per anni ai margini dell’indagine vengono oggi sottoposte a nuove verifiche, nella convinzione che proprio un dettaglio trascurato possa offrire la chiave per risolvere il caso.
Il palazzo di via Poma torna al centro delle verifiche
L’attenzione continua a concentrarsi sull’edificio di via Poma. Oltre agli uffici dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù, il palazzo ospitava studi professionali, appartamenti privati, collaboratori, praticanti e segretarie. Un ambiente attraversato quotidianamente da decine di persone.
Molti di quei frequentatori vennero controllati solo superficialmente durante le prime indagini. Altri, secondo la nuova ricostruzione investigativa, non furono mai approfonditi perché gli accertamenti finirono presto per concentrarsi su altri filoni.
Oggi quella fotografia viene ricomposta tassello dopo tassello, cercando di individuare eventuali presenze rimaste finora senza un’identificazione precisa.
Le nuove tecnologie riaprono la speranza
Il tempo ha inevitabilmente ridotto il materiale biologico disponibile. Una parte dei reperti repertati nel 1990, compreso il sangue presente sulla scena del delitto, venne consumata durante gli accertamenti eseguiti negli anni Novanta, limitando le possibilità di ulteriori confronti.
Le tracce ancora conservate vengono però analizzate con strumenti scientifici impensabili all’epoca dell’omicidio. Anche un frammento biologico minimo potrebbe oggi fornire informazioni impossibili da ottenere trent’anni fa.
Gli investigatori, tuttavia, sanno che il Dna da solo difficilmente basterà a risolvere il caso. Il confronto genetico dovrà inserirsi in un quadro investigativo più ampio, costruito attraverso testimonianze, documenti, verifiche sugli alibi e ricostruzioni dei movimenti di tutte le persone che frequentavano il palazzo.
Resta aperto anche il capitolo Vanacore
Tra i nodi ancora irrisolti continua a esserci quello legato a Pietrino Vanacore, il portiere del palazzo morto nel 2010 e per anni indicato come possibile depositario di informazioni mai emerse completamente.
Gli investigatori continuano a interrogarsi sull’eventuale esistenza di documenti o appunti che possano chiarire ciò che Vanacore conosceva realmente dell’omicidio e delle persone che frequentavano il palazzo nell’estate del 1990.
Intanto la famiglia Cesaroni segue con attenzione l’evoluzione dell’inchiesta. «Siamo in un momento tanto delicato quanto proficuo delle indagini», ha dichiarato l’avvocata Federica Mondani, sottolineando come la procura stia utilizzando ogni strumento investigativo e scientifico disponibile per cercare di dare finalmente un nome all’assassino di Simonetta Cesaroni.







