Quarantatré anni dopo, il caso Emanuela Orlandi torna a bussare alla stessa porta rimasta socchiusa per decenni: quella di Marco Fassoni Accetti, il fotografo romano che ha attraversato l’inchiesta come un personaggio sfuggente, sempre in bilico tra confessione, depistaggio, verità parziale e racconto impossibile. Questa volta, però, la Procura di Roma non lo guarda soltanto come il grande affabulatore del mistero Orlandi. Lo iscrive nel registro degli indagati per sequestro di persona a scopo di estorsione, una contestazione che cambia il peso della sua posizione e riporta al centro una domanda rimasta intatta dal 22 giugno 1983: chi prese Emanuela, e perché?
Le telefonate dell’Amerikano e la pista Ağca
Il nuovo passaggio investigativo ruota attorno alle analisi foniche che avrebbero attribuito ad Accetti la voce dell’Amerikano, l’uomo che nell’estate del 1983 telefonò chiedendo la liberazione di Ali Ağca, il terrorista turco dei Lupi Grigi che due anni prima aveva sparato a Giovanni Paolo II in piazza San Pietro. Se davvero quella voce apparteneva al fotografo, quelle chiamate non rappresentano più soltanto uno dei tanti rumori di fondo del caso Orlandi, ma diventano un possibile atto diretto dentro la gestione del sequestro. La richiesta di scambiare la ragazza con Ağca, infatti, introduce il cuore della nuova contestazione: un prezzo politico in cambio della restituzione della quindicenne vaticana.
Per anni Accetti ha sostenuto di essere l’Amerikano. Per anni molti lo hanno trattato come un uomo capace di abitare il mistero più per narcisismo che per reale conoscenza dei fatti. Ora il pm Stefano D’Arma e i carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci stanno provando a capire se dietro quella voce, quelle telefonate e quelle mezze ammissioni esista davvero un pezzo di verità rimasto sepolto sotto quarant’anni di piste false.
Non solo Orlandi: l’ombra su Mirella Gregori e José Garramon
La nuova indagine non si ferma alla scomparsa di Emanuela Orlandi. Gli investigatori hanno esteso gli accertamenti anche al caso di Mirella Gregori, sparita a Roma il 7 maggio 1983 e da sempre accostata, almeno sul piano temporale e investigativo, alla vicenda Orlandi. Ma il fascicolo guarda anche a un’altra storia rimasta per troppo tempo ai margini: la morte del tredicenne José Garramon.
Il ragazzo uscì di casa il 20 dicembre 1983, all’Eur, per andare dal barbiere. Non tornò più. Il suo corpo venne trovato nella pineta di Castel Porziano, a circa venti chilometri di distanza. A investirlo fu un Transit guidato proprio da Accetti, poi condannato in via definitiva per omicidio colposo. Oggi gli investigatori tornano su una domanda che non ha mai smesso di pesare: come arrivò José fino a Castel Porziano? Davvero percorse da solo quella distanza, di sera, nel buio? Oppure qualcuno lo accompagnò?
La rete degli adolescenti e la pista degli adescamenti
La Procura sta rileggendo il ruolo di Accetti dentro uno scenario più ampio. Gli investigatori vogliono capire se il fotografo abbia fatto parte di una rete di adulti che avvicinava adolescenti con la promessa di servizi fotografici, ambienti riservati e conoscenze importanti. In questa direzione si muovono le nuove testimonianze raccolte dai carabinieri: uomini e donne che all’epoca erano ragazzi raccontano di avere conosciuto Accetti proprio attraverso quel tipo di proposta e di essere stati introdotti in case e contesti privati.
È una pista delicatissima, perché sposterebbe il movente del caso Orlandi lontano dalla sola dimensione geopolitica costruita attorno ad Ağca, al Vaticano e alla Guerra fredda. Le telefonate dell’Amerikano, in questa lettura, potrebbero aver funzionato come copertura, come depistaggio, come cornice utile a nascondere un’altra verità: non un grande intrigo internazionale come causa originaria, ma un sequestro nato dentro una rete romana di potere, adescamento e protezione.
Il mistero resta aperto, ma Accetti non è più soltanto un mitomane
Per undici anni Marco Fassoni Accetti ha occupato la scena pubblica del caso Orlandi con dichiarazioni che molti inquirenti hanno considerato contraddittorie, fantasiose o inutilizzabili. In passato le sue ricostruzioni sono state liquidate come una sceneggiatura difficile da prendere sul serio. Oggi, però, il quadro cambia. Non perché la Procura abbia già trovato la verità, ma perché il fotografo torna dentro l’inchiesta con un’accusa pesante e con un elemento tecnico, quello fonico, che riapre la partita sull’identità dell’Amerikano.
Il punto non è più soltanto stabilire se Accetti abbia mentito. Il punto è capire se abbia mentito per coprire altri, se abbia detto qualche verità mescolandola a depistaggi, o se abbia davvero avuto un ruolo operativo in una delle sparizioni più oscure della storia italiana. A quarantatré anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la Procura prova a separare il teatro dalla sostanza. E dentro quel teatro torna una figura che il caso non è mai riuscito davvero a espellere.







