Trump bombarda, Teheran incassa: il primo round dei negoziati premia l’Iran e lascia gli Stati Uniti con poco da vendere

Trump

Il primo round dei negoziati con l’Iran racconta una verità molto scomoda per Washington: Donald Trump ha bombardato, ha alzato la voce, ha promesso la resa di Teheran, ma al tavolo svizzero il regime degli ayatollah porta a casa risultati più concreti degli Stati Uniti. JD Vance, dal Burgenstock affacciato sul lago di Lucerna, prova a vendere l’intesa come una svolta. Il ritorno degli ispettori dell’Aiea nei siti nucleari iraniani, la riapertura dello Stretto di Hormuz, il dialogo sul cessate il fuoco in Libano: tutto viene presentato come prova della forza americana.

Il problema è che quelle condizioni esistevano già prima della guerra. Gli ispettori erano già in Iran. Hormuz era già aperto. Il Libano restava già un terreno di influenza decisiva per Teheran. Per tornare al punto di partenza, però, l’amministrazione Trump deve fare concessioni pesanti: sospendere per sessanta giorni le sanzioni sul petrolio iraniano, ragionare sullo sblocco di miliardi congelati e accettare un canale diretto con un regime che fino a ieri descriveva come nemico assoluto.

Teheran detta il ritmo e Washington rincorre

Gli iraniani hanno capito subito di avere margine. Sono arrivati in Svizzera in ritardo, hanno preteso che nel negoziato entrasse anche la tregua in Libano, un dossier che formalmente non dovrebbe nemmeno competere a loro, e hanno rifiutato la foto accanto a Vance. Un dettaglio di immagine, certo, ma in diplomazia l’immagine pesa. A Teheran non vogliono apparire come chi corre a stringere la mano agli americani dopo i bombardamenti. Vogliono mostrare di trattare da pari, non da sconfitti. E sul piano sostanziale il risultato è ancora più evidente: per ottenere ciò che Washington presenta come successo, gli Stati Uniti concedono ossigeno economico al regime.

Il Dipartimento del Tesoro ha sospeso le sanzioni sul petrolio iraniano per sessanta giorni, cioè per il tempo della trattativa. Il segretario al Tesoro ha motivato la decisione con la ripresa del traffico nello Stretto di Hormuz e con l’accettazione delle ispezioni Aiea nei siti nucleari. Tradotto: l’Iran chiude una porta, gli Stati Uniti pagano per farsela riaprire. L’Iran limita un controllo, gli Stati Uniti pagano per farlo ripartire. La diplomazia funziona spesso così, ma qui il prezzo politico pesa perché Trump aveva promesso forza, non ritorno al tavolo a condizioni favorevoli per gli ayatollah.

Soldi, petrolio e fondi congelati: il vero motore del negoziato

Il cuore dell’accordo non sta nelle dichiarazioni solenni, ma nei soldi. Teheran torna a trattare perché vede la possibilità di incassare. Oltre alla sospensione delle sanzioni petrolifere, gli iraniani hanno concordato con il Qatar un meccanismo per sbloccare circa sei miliardi di dollari fermi nelle banche di Doha. JD Vance assicura che quei fondi non finanzieranno attività ostili, ma serviranno per acquistare sorgo, mais e grano americani a beneficio della popolazione iraniana. È la formula umanitaria classica: denaro controllato, acquisti tracciati, beni essenziali. Resta da vedere se il meccanismo reggerà davvero e se Teheran non riuscirà, come spesso accade, a trasformare l’allentamento finanziario in margine politico interno.

Sul dossier più ricco, il fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione, non arrivano novità. Ma il segnale basta già al regime: gli Stati Uniti, dopo due bombardamenti, entrano in una trattativa in cui devono concedere liquidità, respiro energetico e prospettive economiche. Per un sistema sotto pressione, con una popolazione stremata e un’economia colpita da anni di sanzioni, anche una finestra di sessanta giorni può diventare una boccata d’aria.

Hormuz, il passaggio strategico che ora riconosce il peso iraniano

Il secondo successo di Teheran riguarda lo Stretto di Hormuz. La creazione di una linea sicura di comunicazione tra Stati Uniti e Iran, una sorta di telefono rosso in versione Golfo Persico, dovrebbe evitare incidenti, malintesi e nuove chiusure del traffico commerciale. Sulla carta è uno strumento di stabilizzazione. Nella sostanza, però, riconosce che senza un’intesa con Teheran Hormuz non resta davvero sicuro. È un passaggio enorme, perché riguarda una delle vie marittime più strategiche del pianeta.

Le navi dovranno coordinarsi con la nuova Autorità iraniana per il Golfo Persico, gestita dai Pasdaran, cioè da un corpo che gli stessi Stati Uniti considerano organizzazione terroristica. Questo cortocircuito dice molto del nuovo equilibrio: Washington continua a trattare i Pasdaran come nemici, ma accetta che il traffico marittimo passi attraverso un meccanismo in cui loro esercitano un ruolo decisivo. Per sessanta giorni Teheran non farà pagare “servizi” di transito. Dopo, nessuno può escludere che il regime provi a monetizzare quella posizione. Anche senza pedaggi, però, l’Iran ha già ottenuto un risultato: ha dimostrato che può chiudere Hormuz e farsi pagare politicamente per riaprirlo.

Il Libano entra nel tavolo e l’Iran ottiene un riconoscimento implicito

Il capitolo più delicato riguarda il Libano. JD Vance ha annunciato una cellula di coordinamento con l’Iran per gestire il cessate il fuoco e assicurarsi che non si torni a sparare. La formula sembra tecnica, quasi burocratica. In realtà contiene un riconoscimento politico enorme: gli Stati Uniti accettano di trattare con Teheran come interlocutore indispensabile sul Libano, cioè come potenza capace di condizionare Hezbollah e quindi l’equilibrio di Beirut. Per la prima volta, Washington riconosce nei fatti il ruolo iraniano di garante, o protettore, della milizia libanese.

Israele osserva con crescente inquietudine. Netanyahu continua a ribadire che l’Idf non intende ritirarsi dal sud del Libano e che Israele non si sente vincolato da accordi presi altrove. Ma la sostanza non cambia: Teheran è riuscita a portare il Libano dentro un negoziato che doveva riguardare soprattutto nucleare e sicurezza regionale. Per il regime iraniano è un punto fondamentale, perché Hezbollah resta una delle architravi della sua proiezione di potenza. Se gli Stati Uniti trattano con l’Iran sul Libano, Teheran può raccontare a casa propria e ai suoi alleati di non aver perso centralità, nemmeno dopo i raid americani.

Sul nucleare gli ispettori tornano, ma alle condizioni di prima

Anche sul nucleare la vittoria americana appare più fragile di quanto Vance provi a raccontare. Washington presenta il ritorno degli ispettori Aiea come un successo del negoziato. Teheran, però, chiarisce di non aver assunto nuovi impegni e di accettare ispezioni secondo le procedure vigenti, cioè dentro il perimetro della legge iraniana e delle indicazioni del Consiglio di sicurezza. Non sappiamo ancora se gli ispettori potranno accedere a tutti gli impianti, con quale gradualità e con quali limiti. In passato, ogni fase di tensione con la comunità internazionale ha spinto l’Iran a ridurre il monitoraggio dell’Aiea sul proprio programma nucleare. Anche stavolta il regime potrebbe dosare l’accesso in base alla rimozione delle sanzioni e allo sblocco dei fondi congelati.

Il dossier nucleare resta vitale per la Repubblica islamica. La Guida suprema gioca su quel terreno la propria credibilità e il sistema gioca una parte della sua tenuta interna. Ogni concessione sul nucleare avrà quindi un prezzo altissimo. Trump e Vance possono parlare di svolta, ma per ora non si vede una resa iraniana. Si vede piuttosto una trattativa in cui Teheran concede il minimo necessario per ottenere il massimo possibile.

Trump voleva la resa, ma gli americani vedono il conto

Il dato politico più duro arriva dall’opinione pubblica americana. Secondo Cbs News/YouGov, il 57 per cento degli americani pensa che il conflitto abbia creato più problemi di quanti ne abbia risolti, mentre il 66 per cento non gradisce l’accordo. Sono numeri che spiegano perché la Casa Bianca abbia fretta di raccontare il negoziato come una vittoria. Trump ha bisogno di dimostrare che la guerra ha prodotto risultati, ma il tavolo svizzero suggerisce il contrario: gli Stati Uniti hanno usato la forza, poi hanno dovuto rinegoziare l’accesso a condizioni già esistenti prima dei bombardamenti.

Il primo round, dunque, va a Teheran. Non perché l’Iran abbia vinto la guerra, ma perché ha trasformato il dopo-guerra in una leva negoziale. Ha riaperto Hormuz facendosi riconoscere un ruolo sullo Stretto. Ha riportato gli ispettori Aiea senza promettere un nuovo regime di controlli. Ha inserito il Libano nella trattativa. Ha ottenuto la sospensione temporanea delle sanzioni petrolifere e un percorso per sbloccare miliardi congelati. Trump può continuare a parlare di pressione massima. Ma a Lucerna, almeno per ora, chi ha incassato davvero è Teheran.