La nuova inchiesta sul delitto di Garlasco non guarda soltanto alla mattina del 13 agosto 2007, quando Chiara Poggi venne uccisa nella villetta di via Pascoli, ma anche a tutto ciò che accadde dopo: le indagini, le archiviazioni, gli atti non recuperati, le verifiche chieste e non svolte. È in questo secondo livello del fascicolo che si inserisce la memoria del procuratore aggiunto di Pavia Stefano Civardi, impegnato a ricostruire anche il percorso seguito nel 2016 e nel 2017, quando Andrea Sempio finì sotto indagine e venne poi archiviato in tempi rapidi.
Il quadro che emerge dal documento è pesante. Civardi mette nero su bianco le criticità di quella stagione investigativa e definisce l’indagine su Sempio “condotta frettolosamente e senza accessi agli atti ufficiali”. Una valutazione che riapre una questione decisiva: non solo se gli elementi raccolti oggi possano sostenere una nuova ipotesi investigativa, ma anche se nel 2017 la Procura abbia davvero esplorato tutte le piste disponibili prima di chiedere l’archiviazione dell’amico di Marco Poggi, fratello della vittima.
L’indagine lampo del 2017 e le verifiche negate alla difesa di Stasi
La nuova Procura di Pavia procede su due binari. Da un lato c’è il fascicolo principale, quello che punta a ricostruire le eventuali responsabilità di Andrea Sempio nell’omicidio di Chiara Poggi. Dall’altro c’è la revisione dell’indagine “lampo” condotta tra il 2016 e il 2017, chiusa poche settimane dopo con l’archiviazione dello stesso Sempio. Proprio su questo secondo fronte Civardi concentra una parte rilevante della memoria.
Secondo il procuratore aggiunto, quell’attività investigativa avrebbe presentato “deviazioni” rispetto al normale percorso di accertamento. Deviazioni che, nella lettura della Procura, avrebbero “gravemente pregiudicato” la possibilità di arrivare alla verità, “negando ad Alberto Stasi le verifiche richieste” dai suoi difensori e arrivando a una “rapida archiviazione” nei confronti di Sempio.
Il punto è centrale. Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, attraverso i suoi legali chiedeva ulteriori approfondimenti su una pista alternativa. Secondo Civardi, quelle richieste non avrebbero trovato lo spazio necessario dentro l’indagine del 2017. In altre parole, la Procura dell’epoca avrebbe chiuso il fascicolo senza sviluppare fino in fondo gli elementi che potevano aprire uno scenario diverso rispetto alla verità giudiziaria già consolidata.
I 21 punti della memoria e l’ipotesi su Andrea Sempio
La memoria firmata da Civardi non si limita a criticare il passato. Il procuratore aggiunto ha elencato 21 punti che, secondo la nuova Procura, avvalorerebbero l’ipotesi investigativa su Andrea Sempio. Si tratta del cuore della nuova inchiesta, quella che oggi vede Sempio iscritto nel registro degli indagati e che punta a rivalutare elementi già noti insieme ad altri emersi più di recente.
Nel fascicolo, la Procura sostiene anche che “Sempio non ha un alibi” per la mattina del 13 agosto 2007 e che, dopo il delitto, sarebbe “tornato sulla scena del crimine per ben due volte”. Sono passaggi che, nel nuovo impianto investigativo, assumono un peso particolare perché si intrecciano con le verifiche sul Dna, sull’impronta 33 e sugli altri elementi richiamati dalla Procura.
Il documento di Civardi, però, diventa rilevante anche per un altro motivo: non si limita a indicare cosa oggi andrebbe approfondito, ma contesta il modo in cui quelle verifiche non vennero sviluppate nel 2017. È qui che la nuova inchiesta assume anche il profilo di un’indagine sulle indagini. Non basta più chiedersi se Andrea Sempio possa avere avuto un ruolo nel delitto. Bisogna capire perché, quando il suo nome entrò nel fascicolo, l’accertamento si chiuse così rapidamente.
Il mancato recupero del fascicolo originario
Uno dei passaggi più delicati riguarda gli atti utilizzati all’epoca. Civardi rileva che, durante l’indagine del 2017, “il fascicolo (…) originario” contenente la “condanna di Stasi (…) non veniva recuperato dagli archivi” della Procura generale. Un’omissione che, nella lettura della nuova Procura, avrebbe inciso sulla completezza dell’attività investigativa.
Secondo quanto emerge dalla memoria, gli inquirenti dell’epoca si sarebbero limitati a utilizzare gli atti “messi a disposizione del legale Gianluigi Tizzoni”, avvocato della famiglia Poggi, senza procedere al recupero formale dell’intero fascicolo originario. Civardi richiama anche il tema della tracciabilità dei documenti utilizzati, elemento essenziale in un’indagine complessa e stratificata come quella sul delitto di Garlasco.
Il rilievo non è soltanto tecnico. In un caso segnato da processi, assoluzioni, condanne, perizie e nuove consulenze, la completezza degli atti rappresenta una condizione indispensabile per valutare correttamente ogni elemento. Se il fascicolo originario non viene recuperato integralmente, il rischio è quello di lavorare su una base parziale, selettiva, non pienamente verificabile.
Il nodo della verità giudiziaria e della nuova inchiesta
La memoria di Civardi arriva in un momento in cui il caso Garlasco resta sospeso tra la verità giudiziaria definitiva e la nuova indagine della Procura di Pavia. Alberto Stasi resta l’unico condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, ma la riapertura del fascicolo su Andrea Sempio ha riportato al centro del dibattito pubblico e giudiziario molte delle questioni rimaste controverse.
Il fascicolo principale, secondo quanto emerge, sembra attraversare una fase di stallo in attesa di ulteriori elementi. La revisione dell’indagine del 2017, invece, procede con un’impostazione più serrata, proprio perché riguarda il modo in cui venne trattata una pista che oggi la Procura considera meritevole di nuova attenzione.
Civardi contesta una dinamica precisa: l’indagine su Sempio sarebbe stata orientata a confermare la tesi originaria dell’accusa, senza approfondire davvero ciò che avrebbe potuto incrinarla. È una valutazione che, se confermata nello sviluppo degli atti, potrebbe avere conseguenze rilevanti non solo sul nuovo procedimento, ma anche sul percorso di revisione a cui punta la difesa di Stasi.
Il delitto di Garlasco, quasi diciannove anni dopo, continua così a muoversi dentro una doppia domanda. Chi uccise Chiara Poggi? E tutto ciò che andava fatto per accertarlo venne davvero fatto, fino in fondo? La memoria del procuratore aggiunto Stefano Civardi riporta il caso esattamente su questo terreno: non solo il delitto, ma il metodo con cui lo Stato ha cercato, archiviato o forse mancato alcuni pezzi di verità.







