Garlasco è stanca di essere il paese del delitto: il silenzio dei Poggi e l’appello del sindaco, «Spegnete i riflettori»

Garlasco – Ipa

C’è una stanchezza che a Garlasco non si misura con i giorni o con gli anni, ma con quasi due decenni trascorsi sotto i riflettori. Una fatica che si legge nelle risposte sempre più brevi dei commercianti, nelle porte che si aprono con maggiore diffidenza, nelle richieste di interviste respinte con cortesia ma senza più alcuna voglia di parlare. Dopo la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Milano di concedere ad Alberto Stasi l’affidamento in prova ai servizi sociali, nel piccolo centro del Pavese è tornata con forza l’attenzione dei media. E, insieme alle telecamere, è riemersa anche quella sensazione di esasperazione che molti cittadini non nascondono più.

A scegliere il silenzio è stata innanzitutto Rita Preda, la madre di Chiara Poggi, che dal 13 agosto 2007 convive con un dolore mai sopito e con un’esposizione pubblica che negli ultimi quindici mesi è tornata a essere quasi quotidiana. Al telefono, riferisce l’Ansa, appare esausta. Alla domanda sull’uscita dal carcere di Alberto Stasi risponde con la consueta cortesia, ma senza voler aggiungere altro. «Non ho niente da dire».

Garlasco e il peso di quasi vent’anni di cronaca

La cittadina pavese, che non raggiunge i diecimila abitanti, aveva già vissuto anni di attenzione mediatica durante il lungo iter giudiziario culminato con la condanna definitiva di Alberto Stasi. Ma negli ultimi mesi, con la nuova inchiesta della Procura di Pavia che vede indagato Andrea Sempio, l’interesse si è trasformato in una presenza costante.

«Tutti i giorni sui quotidiani, tutte le sere argomento da talk-show televisivi, per non parlare di siti, social, podcast e YouTube vari», si lamentano molti abitanti. Una presenza che non riguarda più soltanto l’omicidio di Chiara Poggi, ma anche una serie di ricostruzioni e teorie che hanno finito per trascinare il nome di Garlasco dentro scenari sempre più estremi.

Nel corso degli ultimi mesi il paese si è ritrovato associato a ipotesi su abusi sessuali, morti sospette, massoneria, sette, satanismo e presunte trame oscure, senza che nessuna di queste piste abbia trovato riscontri investigativi. Racconti e suggestioni che, per molti residenti, hanno contribuito ad alimentare un clima di sfiducia e amarezza.

Anche la presenza costante di droni, troupe televisive e inviati viene ormai vissuta con crescente fastidio. Nei bar, nelle strade e nei negozi le richieste di commenti vengono respinte sempre più spesso. Non per mancanza di interesse verso la ricerca della verità, ma per la sensazione diffusa di vivere in una comunità che da troppo tempo non riesce a liberarsi dell’etichetta di «paese del delitto».

Il silenzio di Rita Preda e il dolore della famiglia Poggi

Se in passato Rita Preda non aveva mai negato una riflessione o un commento sui nuovi sviluppi dell’inchiesta, questa volta la madre di Chiara ha scelto una strada diversa. «Non ho niente da dire», è stata la sua risposta. Parole semplici che raccontano forse più di qualsiasi dichiarazione.

A quasi diciannove anni dall’assassinio della figlia, la famiglia Poggi continua a ritrovarsi al centro dell’attenzione pubblica e a dover affrontare una nuova stagione di discussioni, ipotesi e polemiche. Una condizione che, nelle ultime settimane, ha riportato il caso Garlasco nelle aperture dei telegiornali e nei programmi di approfondimento serali, alimentando un dibattito che sembra non trovare mai una conclusione definitiva.

L’appello del sindaco: «Basta cattiverie inutili»

Anche il sindaco Simone Molinari, alla guida di una lista civica di centrodestra da quasi cinque anni, non nasconde il disagio della comunità. «Purtroppo è diventato tutto molto pesante, compresi i commenti di chiunque possa avere la possibilità di rispondere. Ogni post su Garlasco è pieno di commenti stupidi e di cattiveria inutile». Secondo il primo cittadino, i garlaschesi condividono il desiderio di conoscere tutta la verità, ma ritengono che l’enorme attenzione mediatica abbia finito per danneggiare l’immagine del paese.

«I cittadini vogliono verità come tutti, ma l’attenzione mediatica ha certamente leso la nostra città. Non è colpa di nessuno ma è diventata una situazione molto pesante, che ci auguriamo possa presto concludersi. L’attenzione rimane sul ricordo di Chiara e per la sua famiglia». Già alla fine di marzo il malessere era emerso anche all’interno del consiglio comunale, dove era stata avanzata la proposta di querelare chi, soprattutto sui social, «sta infangando il nome della città».

Il desiderio di tornare a essere semplicemente Garlasco

Dietro l’esasperazione dei residenti non c’è soltanto la stanchezza per la continua presenza delle telecamere. C’è soprattutto la sensazione che il nome di Garlasco sia stato progressivamente svuotato della sua identità e ridotto a sinonimo di un fatto di cronaca che continua a riaprire ferite e polemiche.

A quasi vent’anni dal delitto di Chiara Poggi, molti abitanti vorrebbero semplicemente tornare a vivere lontano dai riflettori. Ritrovare una normalità che sembra sempre rimandata da una nuova inchiesta, da una nuova teoria o da un nuovo dibattito televisivo.

Mentre la giustizia prosegue il suo percorso e la Procura di Pavia continua gli accertamenti sulla nuova inchiesta, a Garlasco cresce soprattutto una richiesta: che il nome del paese smetta di essere evocato soltanto per il suo caso più doloroso e che, almeno per un po’, il silenzio possa tornare a sostituire il rumore.