Selvaggia Lucarelli contro la nuova narrazione su Alberto Stasi: «Lo credo colpevole, quello che accade mi fa impressione»

Selvaggia Lucarelli – Alberto Stasi

L’uscita dal carcere di Alberto Stasi ha riacceso, come prevedibile, il corto circuito mediatico attorno al delitto di Garlasco. Una vicenda giudiziaria chiusa da una condanna definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, ma tornata da mesi al centro del dibattito pubblico per le nuove indagini che coinvolgono Andrea Sempio. In questo clima, dove ogni passaggio tecnico rischia di diventare una sentenza parallela pronunciata sui social, è intervenuta anche Selvaggia Lucarelli, che sul caso ha da tempo una posizione netta e non ha scelto la via della prudenza lessicale.

La giornalista ha commentato la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Milano, che ha concesso a Stasi l’affidamento in prova ai servizi sociali. Una misura prevista dalla legge, legata al percorso carcerario e alla pena residua, ma che una parte dell’opinione pubblica ha letto come un segnale di riabilitazione giudiziaria. Ed è proprio su questo punto che Lucarelli ha voluto mettere un argine, separando il piano dell’esecuzione penale da quello della colpevolezza accertata in via definitiva.

L’uscita dal carcere non cancella la condanna

Il primo nodo, per Selvaggia Lucarelli, è quello della confusione tra una misura alternativa alla detenzione e una revisione della sentenza. L’affidamento in prova ai servizi sociali non riscrive il processo, non annulla la condanna e non trasforma automaticamente Alberto Stasi in un innocente agli occhi della giustizia. La giornalista lo sottolinea proprio mentre il caso Garlasco vive una nuova stagione mediatica, alimentata dalle verifiche su Sempio e dal ritorno costante di piste, dubbi, consulenze, intercettazioni e riletture dell’inchiesta.

Lucarelli si rivolge soprattutto a chi interpreta l’uscita dal carcere come una sorta di svolta sul piano giudiziario. Il senso del suo intervento è chiaro: la legge consente misure alternative quando ricorrono determinate condizioni, ma questo non modifica ciò che i giudici hanno stabilito con una sentenza definitiva. Ed è su questa distinzione che la giornalista costruisce il suo ragionamento, prima di passare dal piano tecnico a quello personale.

«Se poi, fuori da ciò che prevede la legge, volete sapere come la penso, credo che il famoso percorso rieducativo del carcere sia stato un totale fallimento». È una frase dura, che sposta il discorso dal diritto alla percezione morale della vicenda. Per Lucarelli, il punto non è contestare la misura in sé, ma osservare ciò che sta accadendo intorno alla figura di Stasi, nel momento in cui l’attenzione pubblica sembra scivolare sempre più verso una nuova narrazione.

«Lo credo colpevole come da sentenza»

La posizione di Selvaggia Lucarelli resta quella già espressa in passato: Alberto Stasi, per lei, è colpevole perché così ha stabilito la sentenza. Non usa formule ambigue, non si rifugia nel “vedremo”, non lascia intendere un ripensamento. Al contrario, ribadisce il punto centrale del suo ragionamento con parole nette.

«Lo credo colpevole come da sentenza e, dunque, pensare che stia assistendo alla macelleria mediatica su un innocente, sulla famiglia Poggi, su tutti gli incolpevoli tirati in mezzo, mi fa davvero impressione».

La frase colpisce perché rovescia una parte del racconto dominante degli ultimi mesi. Mentre il dibattito pubblico si concentra sulle nuove indagini e sulla posizione di Andrea Sempio, Lucarelli porta l’attenzione su un altro aspetto: il peso che questa nuova esposizione mediatica scarica sulla famiglia Poggi e sulle persone trascinate nel vortice del caso. Non contesta il diritto di indagare, né l’eventuale possibilità che emergano elementi nuovi. Contesta però la trasformazione del dubbio in spettacolo permanente, con il rischio di ribaltare processi, reputazioni e memorie familiari prima ancora che la giustizia faccia il suo corso.

Il riferimento alla “macelleria mediatica” è il passaggio più forte. Non riguarda soltanto Stasi, ma l’intero ecosistema che si è creato intorno a Garlasco: talk show, ricostruzioni, social, opinioni, sospetti, riletture, dettagli tecnici trasformati in armi narrative. In mezzo resta Chiara Poggi, la vittima, spesso evocata ma altrettanto spesso travolta dal rumore che circonda il caso.

Il nodo Sempio e il peso della nuova indagine

Le parole di Lucarelli arrivano mentre l’attenzione pubblica resta puntata su Andrea Sempio, oggi indagato nell’ambito delle nuove verifiche sul delitto. È proprio la riapertura di questo fronte ad aver cambiato il clima attorno alla vicenda. Da una parte c’è una condanna definitiva, dall’altra un’indagine che ha riportato al centro elementi, ipotesi e interrogativi mai del tutto scomparsi dal dibattito.

In questo spazio ambiguo, dove il diritto procede con i suoi tempi e la comunicazione corre molto più veloce, l’uscita dal carcere di Stasi è diventata per molti un simbolo. Per alcuni il segno di una possibile ingiustizia subita, per altri soltanto l’applicazione di una norma. Lucarelli si colloca chiaramente nel secondo campo e invita, di fatto, a non confondere i piani.

La giornalista aggiunge però un passaggio che rende più articolata la sua posizione. Dice di augurarsi che Stasi possa dimostrare la propria innocenza, se davvero innocente. Ma proprio da qui arriva la parte più amara del suo ragionamento: se Stasi fosse colpevole, sostiene, quello che si sta vedendo oggi racconterebbe anche il fallimento di una risposta penale incapace di produrre una riabilitazione profonda.

Il tema, allora, non è soltanto Garlasco. È il rapporto tra pena, responsabilità, narrazione pubblica e memoria della vittima. È la domanda su cosa accada quando una vicenda giudiziaria non finisce mai davvero, anche dopo una condanna definitiva, e continua a vivere in una specie di processo permanente, dove ogni dettaglio viene riletto, ogni gesto interpretato, ogni misura tecnica caricata di significati che forse non possiede.

La famiglia Poggi ancora al centro del frastuono

Nel ragionamento di Lucarelli resta centrale anche la famiglia di Chiara Poggi. A quasi vent’anni dall’omicidio, i familiari della vittima continuano a ritrovarsi dentro una tempesta che non si placa. Ogni nuova indagine, ogni dichiarazione, ogni sospetto, ogni ricostruzione riapre una ferita pubblica oltre che privata. Ed è questo, forse, il punto più delicato del caso: la distanza tra il diritto di cercare la verità e il prezzo umano pagato da chi quella verità la cerca da una vita, o da chi ha già attraversato tutti i gradi di giudizio.

Selvaggia Lucarelli, che in questi giorni si trova nelle Filippine per le registrazioni della prossima edizione dell’Isola dei Famosi, ha scelto comunque di intervenire da migliaia di chilometri di distanza. Un intervento che non cambia il quadro giudiziario, ma fotografa bene la tensione del momento: da una parte la legge che consente a Stasi di uscire dal carcere attraverso l’affidamento in prova, dall’altra una parte dell’opinione pubblica che tende a leggere ogni sviluppo come un tassello di una storia più grande. In mezzo resta il caso Garlasco, ancora una volta trasformato in terreno di scontro tra giustizia, memoria, televisione e percezione collettiva.