C’è un numero che rischia di diventare uno dei più inquietanti dell’intera storia del delitto di Garlasco: 2,78. Nel settembre 2007 il Ris di Parma rilevò questa quantità di Dna femminile nel campione prelevato dai pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi. Ma nello stesso giorno un altro reperto restituì esattamente lo stesso valore: il cucchiaino usato da Chiara Poggi.
Già questa coincidenza ha attirato l’attenzione della Procura di Pavia. Ma il vero problema arriva il giorno successivo. Il laboratorio ripete per due volte l’analisi sul campione dei pedali ed entrambe le prove danno risultato negativo. Eppure quei due test non entrano nel fascicolo che accompagnerà la lunga vicenda giudiziaria di Stasi.
A farli riemergere, quasi diciannove anni dopo, sono i Raw Data, cioè i dati grezzi prodotti dalle apparecchiature del Ris. La Procura li ha acquisiti nell’ambito della nuova indagine sul delitto di Chiara Poggi.
Pedali e cucchiaino: quel numero identico
La storia comincia dagli accertamenti sulla bicicletta sequestrata ad Alberto Stasi. Gli specialisti cercano sangue sui pedali con il luminol e con il Combur test. I primi esami danno esito negativo. Successivamente il Ris individua alcune microtracce e analizza il campione denominato bu_p.
Il laboratorio rileva materiale genetico attribuito a Chiara Poggi e indica una quantità precisa: 2,78 ng/ml. Quel risultato assume subito un peso importante nelle indagini contro il fidanzato della vittima.
Nello stesso giorno gli specialisti analizzano anche il campione 29. Si tratta del cucchiaino trovato sul divano di casa Poggi, che Chiara avrebbe utilizzato per la colazione. Il laboratorio trova Dna esclusivamente femminile e misura nuovamente 2,78 ng/ml.
Due reperti completamente diversi, dunque, restituiscono la stessa quantità di materiale genetico. Inoltre il laboratorio li sottopone a corsa elettroforetica nella stessa giornata.
La Procura: «Una singolare coincidenza»
La Procura di Pavia non sostiene che qualcuno abbia scambiato i campioni. Gli stessi magistrati sottolineano che, dopo diciotto anni, non possono dimostrare una simile ricostruzione.
Ma considerano comunque l’anomalia degna della massima attenzione. Negli atti parlano della «singolare coincidenza o “quasi coincidenza” di quantità di nanogrammi al millimetro nei due campioni». E sottolineano anche che il laboratorio analizzò entrambi i reperti nello stesso giorno.
I magistrati precisano: «Con ogni evidenza non è possibile affermare con certezza lo scambio di campioni pedali/cucchiaino a distanza di 18 anni dal fatto». Subito dopo, però, aggiungono un passaggio pesante: «È tuttavia doveroso evidenziare le risultanze fattuali distoniche rispetto alle ragionevoli attese».
Nessuno, quindi, può affermare oggi che nel laboratorio avvenne uno scambio. Ma quella coincidenza esiste. E soprattutto deve fare i conti con quello che accadde appena ventiquattr’ore più tardi.
Il giorno dopo il Dna scompare
Il 19 settembre 2007 il campione dei pedali restituisce il profilo genetico attribuito a Chiara e il valore di 2,78 ng/ml. Il 20 settembre il Ris esegue altre due corse elettroforetiche sullo stesso campione.
Entrambe danno risultato negativo.
Ed è qui che il caso cambia completamente prospettiva. Quelle due controanalisi non compaiono negli atti che per anni alimentano il confronto tra accusa e difesa. Nessuno le porta al centro dei processi. I consulenti di Stasi le scoprono soltanto esaminando i Raw Data consegnati dal Ris alla Procura di Pavia.
Gli avvocati di Alberto Stasi affidano il materiale ai genetisti Ugo Ricci e Pasquale Linarello. La Procura decide quindi di svolgere una verifica autonoma e incarica Carlo Previderè e Pierangela Grignani.
Anche i consulenti dell’accusa confermano l’esistenza delle due analisi negative. Secondo le nuove valutazioni, la discordanza tra i risultati avrebbe richiesto già nel 2007 ulteriori approfondimenti. Le verifiche condotte oggi, però, non hanno trovato traccia di quegli approfondimenti.
Quattro giorni dopo arriva il fermo di Stasi
La successione delle date rende tutto ancora più delicato. Il 19 settembre arriva il risultato positivo. Il 20 settembre due nuovi test danno esito negativo. Il 24 settembre 2007 gli investigatori fermano Alberto Stasi.
Il materiale genetico trovato sulla bicicletta entra nel quadro accusatorio che sostiene quel provvedimento. Quattro giorni più tardi il gip non convalida il fermo e Stasi torna libero, ma la questione dei pedali continuerà ad accompagnare il caso.
Negli anni successivi gli esperti mettono in discussione la natura ematica della traccia. Il Dna attribuito a Chiara sui pedali, però, resta nella storia processuale che porterà alla condanna definitiva di Stasi a sedici anni.
Nessuno può sostenere che la conoscenza delle due controanalisi avrebbe automaticamente cambiato l’esito dei processi. La condanna si fonda su una pluralità di elementi. Resta però una domanda inevitabile: cosa sarebbe accaduto se magistrati, giudici, difensori e consulenti avessero conosciuto fin dall’inizio l’intera sequenza degli esami?
Garofano: «Metto tutte le mani sul fuoco»
Nel 2007 Luciano Garofano comandava il Ris di Parma. La Procura di Pavia lo ha ascoltato nei giorni scorsi insieme ad altri militari che parteciparono agli accertamenti.
L’ex generale respinge con forza qualsiasi sospetto sul comportamento del reparto: «Ho la certezza granitica di poter escludere qualsiasi manipolazione, qualsiasi depistaggio, qualsiasi accantonamento di atti che non era e non è nel nostro costume».
Garofano difende anche personalmente i suoi uomini: «Io metto la mano sul fuoco, tutte le mani sul fuoco sull’onestà dei miei collaboratori che materialmente sono stati individuati dalla Procura di Vigevano per fare quelle analisi».
La sua posizione è chiarissima. Ma resta da spiegare perché i Raw Data contengano due analisi negative che non entrarono nel fascicolo e perché il campione positivo dei pedali presenti quella sorprendente coincidenza quantitativa con il Dna del cucchiaino.
Bocellari e De Rensis: «Accertare tutte le responsabilità»
Dall’altra parte ci sono Giada Bocellari e Antonio De Rensis, avvocati di Alberto Stasi. I due legali chiedono che gli inquirenti facciano piena luce su quanto accadde nel 2007.
«Si auspica che vengano accertate anche tutte le responsabilità, perché quanto accaduto a Stasi non possa e non debba mai più ripetersi», hanno dichiarato. La difesa parla inoltre di una «pagina triste per la giustizia» e sottolinea il peso che gli accertamenti sulla bicicletta ebbero nell’indirizzare le prime indagini.
Ed è questo il cuore della nuova, enorme questione aperta a Garlasco. Non esiste oggi la prova di uno scambio di campioni. Non sappiamo perché le analisi abbiano prodotto risultati tanto diversi. E non risulta accertato alcun occultamento doloso.
Esistono però alcuni fatti che adesso chiedono una spiegazione. Il campione dei pedali indicò 2,78 ng/ml di Dna, proprio come quello del cucchiaino. Il giorno successivo due nuovi test sui pedali diedero risultato negativo. Quei risultati non entrarono negli atti del procedimento.
Quasi diciannove anni dopo, i dati grezzi delle macchine li hanno riportati alla luce. E adesso la domanda non riguarda soltanto Alberto Stasi. Riguarda ciò che accadde nel laboratorio del Ris di Parma nei giorni decisivi della prima indagine sul delitto di Chiara Poggi.







