Mentre l’attenzione mediatica e giudiziaria si concentra sul Dna, sull’impronta 33 e sulle nuove consulenze depositate nel caso Garlasco, un vecchio reperto torna improvvisamente sotto i riflettori. È il telefono fisso della villetta di via Pascoli, trovato insanguinato dopo l’omicidio di Chiara Poggi e oggi indicato da alcuni consulenti come uno degli elementi più sottovalutati dell’intera inchiesta.
A rilanciare il tema è stato il genetista forense Pasquale Linarello, consulente della difesa di Alberto Stasi, intervenuto durante la trasmissione Ignoto X su La7. Secondo l’esperto, il telefono sarebbe stato conservato con modalità che potrebbero aver compromesso parte delle tracce biologiche presenti sul reperto.
Il telefono insanguinato e la conservazione contestata
Durante la trasmissione è stata mostrata una fotografia del telefono sequestrato all’interno della casa dei Poggi. Nello scatto il reperto appare avvolto in un involucro di plastica trasparente.
Proprio questo dettaglio ha attirato l’attenzione di Linarello. Secondo il genetista, chi ha gestito il reperto avrebbe commesso un errore tecnico. Quando un oggetto presenta possibili tracce ematiche, spiega l’esperto, dovrebbe essere fissato e conservato in contenitori rigidi che evitino qualsiasi contatto diretto con le superfici macchiate.
Nel caso del telefono, invece, il cellophane sarebbe andato a contatto con le tracce di sangue. Una circostanza che, secondo Linarello, potrebbe aver causato il distacco di parte del materiale biologico una volta rimosso l’involucro.
La macchia di sangue tra cornetta e base
Ma perché quel telefono è così importante? Dalle relazioni tecniche emerge che sul dispositivo era stata individuata una traccia ematica nel vano di alloggiamento della cornetta, cioè nel punto in cui il ricevitore si aggancia alla base.
Un particolare che ha sempre incuriosito gli investigatori. Il telefono, infatti, venne trovato regolarmente agganciato. Eppure quella macchia di sangue potrebbe suggerire che qualcuno abbia sollevato la cornetta durante le fasi dell’aggressione o immediatamente dopo.
L’ipotesi della richiesta di aiuto
Tra le ricostruzioni formulate negli anni c’è anche quella secondo cui Chiara Poggi avrebbe tentato di chiamare aiuto durante l’aggressione. Se così fosse, il telefono potrebbe aver registrato uno degli ultimi gesti compiuti dalla vittima. Il problema, però, è che proprio in corrispondenza della traccia ematica individuata all’epoca non risulterebbero essere stati effettuati prelievi specifici. Un dettaglio che oggi alimenta nuovi interrogativi.
Se quella macchia fosse stata analizzata con le tecnologie disponibili oggi, avrebbe potuto fornire informazioni aggiuntive sull’autore del delitto? Oppure chiarire chi abbia effettivamente toccato la cornetta nelle fasi immediatamente precedenti o successive all’omicidio? Sono domande che restano senza risposta.
Il telefono di casa Poggi si aggiunge così alla lunga lista di elementi che continuano a far discutere a quasi vent’anni dall’omicidio. Dalla bicicletta nera segnalata da una testimone alla misteriosa figura di Ignoto 2 individuata sotto le unghie di Chiara, passando per le nuove analisi genetiche e per le impronte al centro delle consulenze contrapposte, il caso Garlasco continua a produrre nuovi fronti investigativi.
L’ottava domanda del delitto di Garlasco
Per alcuni osservatori, il telefono potrebbe rappresentare addirittura un’ottava grande domanda da aggiungere agli interrogativi che ancora circondano il delitto.
Chi toccò realmente quella cornetta? Perché venne ritrovata agganciata nonostante la presenza di sangue? E soprattutto: le modalità di conservazione del reperto hanno cancellato per sempre elementi che oggi potrebbero risultare decisivi?
Domande che arrivano mentre la Procura di Pavia si prepara alla richiesta di rinvio a giudizio per Andrea Sempio e mentre la battaglia tra accusa e difesa si sposta sempre più sul terreno delle perizie e delle riletture dei reperti raccolti nell’agosto del 2007.







