Garlasco, la prova che poteva cambiare tutto rimasta fuori per 19 anni. Bocellari e De Rensis: «Pagina triste, accertare ogni responsabilità»

Garlasco, parla il generale Garofano e difende la condanna di Stasi

C’è un punto, nella valanga di novità che sta travolgendo il delitto di Garlasco, sul quale non bastano più le polemiche televisive, le contrapposizioni tra consulenti o le infinite riletture di un’inchiesta che dura da diciannove anni. Ci sono due analisi scientifiche effettuate il 20 settembre 2007 sul campione prelevato dai pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi. Entrambe diedero risultato totalmente negativo. E di quelle due analisi, secondo quanto ha messo nero su bianco la stessa Procura di Pavia, non si trova traccia in alcun atto del procedimento e del processo celebrato contro Stasi.

Non è una sfumatura tecnica. Il giorno precedente, il 19 settembre, proprio quel campione aveva restituito il profilo genetico attribuito a Chiara Poggi e quel risultato contribuì pochi giorni dopo al fermo di Stasi. Il 20 settembre qualcuno ripeté per due volte l’analisi e ottenne due risultati negativi. Eppure quei tracciati non arrivarono nel fascicolo processuale che avrebbe accompagnato Stasi attraverso anni di indagini, assoluzioni, nuovi processi e infine una condanna definitiva a sedici anni.

È davanti a questo dato che gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis adesso chiedono qualcosa di molto preciso: individuare le responsabilità.

Bocellari e De Rensis: «Quanto accaduto a Stasi non deve mai più ripetersi»

Le parole della difesa di Alberto Stasi sono durissime proprio perché arrivano dopo la conferma della Procura. «Si auspica che vengano accertate anche tutte le responsabilità, perché quanto accaduto a Stasi non possa e non debba mai più ripetersi», dichiarano Bocellari e De Rensis, parlando di una «pagina triste per la giustizia».

Una frase che pesa ancora di più se si ricostruisce la sequenza cronologica degli accertamenti. Il 19 settembre 2007 il Ris analizza l’unico estratto disponibile del campione denominato bu_p, ottenuto dai pedali della bicicletta. Da quell’esame emerge un profilo attribuito dal consulente del pubblico ministero dell’epoca, scrive oggi la Procura di Pavia, «oltre ogni ragionevole dubbio» a Chiara Poggi.

Passano ventiquattr’ore. Il 20 settembre vengono eseguite altre due corse elettroforetiche sul medesimo campione. Questa volta il risultato cambia completamente: entrambe sono negative.

Non lo sostiene soltanto la difesa. I consulenti nominati dalla Procura di Pavia, Carlo Previderè e Pierangela Grignani, hanno verificato i dati e confermato l’esistenza delle due corse negative. Davanti alla discordanza tra il risultato del 19 settembre e quelli del giorno successivo, hanno inoltre concluso che sarebbe stato opportuno effettuare già allora un approfondimento. Le nuove indagini della Procura, però, non hanno trovato traccia di quell’approfondimento.

Ed è qui che la vicenda smette di essere una semplice disputa tra periti.

I Raw Data che sono rimasti sepolti per diciannove anni

A riportare alla luce quei test sono stati i Raw Data, i dati grezzi prodotti dalle apparecchiature utilizzate per gli esami genetici. Il Ris di Parma li ha consegnati alla Procura di Pavia il 6 novembre 2025 nell’ambito della nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi.

I consulenti della difesa di Stasi, Ugo Ricci e Pasquale Linarello, hanno analizzato quei file e trovato ciò che negli atti del vecchio procedimento non compariva: due corse elettroforetiche datate 20 settembre 2007 e completamente negative.

La Procura non si è limitata a prendere atto della consulenza difensiva. Ha affidato i dati ai propri esperti, che ne hanno confermato l’esistenza. Il procuratore Fabio Napoleone ha quindi inserito questa circostanza nel comunicato con cui ha annunciato la nuova chiusura delle indagini su Andrea Sempio.

Questo è il punto dal quale non si può scappare: le due analisi esistevano. I risultati erano negativi. Non risultano nel fascicolo del procedimento contro Stasi. E, sulla base degli accertamenti compiuti oggi, non risulta neppure l’approfondimento che quella macroscopica discordanza avrebbe richiesto.

Resta invece da accertare perché sia accaduto, chi sapesse dell’esistenza delle controanalisi, chi decise quali risultati inserire nella documentazione e se dietro quella omissione ci siano state responsabilità individuali. Su questo terreno bisogna distinguere ciò che oggi risulta documentalmente accertato dalle conclusioni che dovrà eventualmente trarne la magistratura.

Ma proprio perché le responsabilità restano da individuare, sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare ciò che è già emerso.

Il test positivo che contribuì al fermo di Stasi

Per capire la portata della vicenda bisogna tornare a quei giorni del 2007. Le prime verifiche sui pedali della bicicletta avevano già restituito risultati negativi al luminol e al Combur test. Successivamente il Ris individuò il campione bu_p e il 19 settembre arrivò il risultato genetico attribuito a Chiara Poggi.

Quel dato ebbe conseguenze immediate. Il 24 settembre 2007, quattro giorni dopo le due controanalisi negative delle quali oggi conosciamo l’esistenza, Alberto Stasi venne fermato.

Il giudice non convalidò successivamente il fermo, ma la questione dei pedali continuò a vivere nel procedimento e divenne uno degli elementi valutati nel lunghissimo percorso giudiziario concluso con la condanna definitiva dell’allora fidanzato di Chiara.

Oggi sappiamo che, quando Stasi venne fermato, nei laboratori del Ris erano già state effettuate due verifiche che avevano dato risultato negativo. Secondo Ricci e Linarello, quelle controanalisi sarebbero state idonee a scagionarlo già diciannove anni fa. La Procura di Pavia riporta espressamente questa valutazione nel proprio comunicato, precisando correttamente che si tratta della conclusione dei consulenti della difesa.

Ed è proprio questa distinzione a rendere ancora più seria la vicenda: non serve sostenere oggi che quelle due analisi avrebbero automaticamente cancellato l’intero processo Stasi. Basta chiedersi che cosa sarebbe accaduto se giudici, pubblici ministeri, difensori e consulenti avessero potuto conoscere e discutere anche quei risultati.

Non ne hanno avuto la possibilità.

Garofano: «Escludo manipolazioni e depistaggi»

Nel 2007 il Ris di Parma aveva come comandante Luciano Garofano, uno dei volti più conosciuti dell’investigazione scientifica italiana. La Procura di Pavia lo ha ascoltato nei giorni scorsi insieme ad altri militari che parteciparono agli accertamenti dell’epoca.

Garofano respinge con decisione qualsiasi sospetto sul lavoro del reparto che comandava: «Ho la certezza granitica di poter escludere qualsiasi manipolazione, qualsiasi depistaggio, qualsiasi accantonamento di atti che non era e non è nel nostro costume».

È una posizione netta, che naturalmente dovrà essere considerata insieme agli accertamenti in corso. Ma non cancella il problema documentale emerso dai Raw Data. Le due controanalisi negative ci sono e i consulenti della Procura ne hanno confermato l’esistenza; negli atti del procedimento contro Stasi, invece, non ci sono.

La questione, dunque, non può esaurirsi in una professione di fiducia nel lavoro svolto dal Ris. Occorre ricostruire che cosa accadde materialmente tra il 19 e il 20 settembre 2007, chi dispose le nuove analisi, chi ne vide gli esiti, come vennero archiviati quei risultati e perché non entrarono nella documentazione consegnata all’autorità giudiziaria e alle parti.

Diciannove anni dopo, sono domande alle quali qualcuno dovrà dare una risposta.

Un risultato anomalo e due verifiche negative

C’è poi un ulteriore elemento che rende indispensabile fare chiarezza. Il risultato positivo del 19 settembre indicava 2,78 nanogrammi di Dna e il profilo risultava attribuibile alla vittima. Le verifiche del giorno successivo, effettuate sullo stesso campione, risultarono invece totalmente negative.

Una contraddizione scientifica enorme, tanto che gli stessi consulenti nominati oggi dalla Procura hanno concluso che avrebbe meritato ulteriori approfondimenti già allora.

La nuova indagine non ha trovato traccia del fatto che qualcuno li abbia eseguiti.

È questo il passaggio che rende particolarmente difficile liquidare la vicenda come un normale problema di laboratorio. Gli esami scientifici possono produrre risultati discordanti e gli errori possono accadere. Proprio per questo esistono controlli, verifiche, controanalisi e soprattutto l’obbligo di consentire alle parti di conoscere gli elementi sui quali discutere.

Qui le verifiche furono fatte. È il loro risultato a essere rimasto fuori dal processo.

«Una pagina triste per la giustizia»

Bocellari e De Rensis scelgono quindi parole pesanti, ma non chiedono una condanna sommaria di qualcuno. Chiedono che si accerti «ogni responsabilità».

È una differenza fondamentale. Stabilire se qualcuno abbia volontariamente occultato un risultato, se ci sia stata una decisione consapevole, una violazione procedurale oppure una diversa spiegazione compete agli inquirenti. Ma l’esistenza delle due controanalisi negative e la loro assenza dagli atti non appartengono più al territorio delle indiscrezioni.

Sono dati sui quali la Procura di Pavia ha svolto accertamenti e che ha deciso di rendere pubblici nel comunicato ufficiale sulla chiusura dell’inchiesta.

Per questo la frase della difesa fotografa la gravità del momento: «Quanto accaduto a Stasi non possa e non debba mai più ripetersi».

Alberto Stasi resta oggi un uomo condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi. Le nuove scoperte non cancellano automaticamente quella sentenza e l’eventuale revisione seguirà un percorso giudiziario autonomo. La stessa Procura di Pavia ha precisato che nessuna richiesta finalizzata a una proposta di revisione è stata rivolta alla procuratrice generale di Milano, che continuerà comunque a ricevere gli elementi ritenuti di possibile interesse.

Ma proprio il rispetto delle sentenze impone altrettanto rispetto per ciò che oggi emerge dagli atti. Per diciannove anni giudici e difensori hanno discusso del Dna attribuito a Chiara Poggi sui pedali della bicicletta di Stasi senza avere davanti due analisi successive che avevano restituito un risultato totalmente negativo.

Ora quei dati sono riemersi.

E dopo diciannove anni non basta più sapere che esistevano. Bisogna sapere perché nessuno li vide quando avrebbero dovuto essere visti.