Garlasco, la scienza del 2026 può riscrivere il 2007? Le nuove tecniche forensi che potrebbero rileggere i reperti ancora conservati

Un super software israeliano per il caso di Garlasco

Ogni grande caso giudiziario attraversa due processi paralleli. Il primo si celebra nelle aule di tribunale. Il secondo si svolge nei laboratori scientifici, dove il tempo, anziché cancellare le possibilità investigative, a volte le amplia.

Il delitto di Garlasco non fa eccezione. Dal 13 agosto 2007 sono trascorsi quasi vent’anni e, nel frattempo, la genetica forense, la dattiloscopia e le tecniche di analisi delle tracce biologiche hanno compiuto un salto tecnologico che allora era difficilmente immaginabile. Per questo oggi la domanda non riguarda soltanto ciò che è stato trovato nella villetta di via Pascoli, ma anche ciò che la scienza del 2026 potrebbe ancora riuscire a leggere sui reperti conservati.

Naturalmente nessuna nuova tecnologia garantisce automaticamente una svolta investigativa. Ogni risultato dipende dallo stato di conservazione dei reperti, dalla quantità di materiale disponibile e dalla qualità delle tracce residue. Ma rispetto al 2007 gli strumenti a disposizione degli esperti sono profondamente cambiati.

Il DNA oggi racconta molto più di vent’anni fa

Nel 2007 la genetica forense si concentrava soprattutto sull’analisi dei profili STR ottenuti da quantità relativamente consistenti di materiale biologico. Oggi i laboratori riescono a lavorare anche su tracce estremamente ridotte, il cosiddetto touch DNA, cioè il DNA lasciato dal semplice contatto con un oggetto.

Negli ultimi anni sono migliorati i sistemi di prelievo, le tecniche di estrazione e soprattutto i metodi di interpretazione delle miscele genetiche, spesso il vero ostacolo nelle indagini più complesse. Anche il sequenziamento di nuova generazione, noto come Massively Parallel Sequencing (MPS), consente di ottenere informazioni più dettagliate rispetto alle metodologie disponibili all’epoca del delitto.

Questo non significa che ogni reperto possa improvvisamente produrre un DNA identificabile. Significa, però, che materiali considerati poco informativi quasi vent’anni fa potrebbero oggi meritare una nuova valutazione scientifica.

Anche le impronte digitali non sono più quelle del 2007

L’evoluzione non riguarda soltanto il DNA.

Negli ultimi anni la dattiloscopia ha beneficiato di software molto più sofisticati, capaci di migliorare la leggibilità delle impronte latenti, separare tracce sovrapposte e valorizzare dettagli che in passato potevano sfuggire agli analisti. L’intelligenza artificiale non sostituisce il lavoro dell’esperto, ma offre strumenti di elaborazione delle immagini sempre più efficaci, soprattutto quando le impronte risultano incomplete o degradate.

Nel caso Garlasco, dove numerose impronte sono già state oggetto di analisi e rivalutazioni, eventuali nuove elaborazioni potrebbero contribuire a confermare oppure escludere alcune attribuzioni, sempre nel rispetto dei criteri scientifici e processuali.

Non solo DNA e impronte: oggi si studiano anche le molecole

La moderna criminalistica non si limita più all’identificazione genetica.

Esistono tecniche che permettono di analizzare i residui chimici presenti sulle impronte digitali o sulle superfici toccate, ricostruendo informazioni che in passato non erano accessibili. La cosiddetta “impronta molecolare” studia le sostanze lasciate dal sudore, dai cosmetici, dai farmaci o da altri composti presenti sulla pelle, offrendo elementi aggiuntivi che possono integrare le analisi tradizionali. Alcuni sistemi sviluppati negli ultimi anni utilizzano anche algoritmi di intelligenza artificiale per rendere queste analisi più precise e riproducibili.

Si tratta di tecnologie ancora in continua evoluzione e non sempre applicabili ai reperti storici, ma il loro sviluppo dimostra quanto la scienza forense si sia allontanata dagli strumenti disponibili nel 2007.

Il vero limite resta la conservazione dei reperti

L’aspetto decisivo, tuttavia, non è soltanto la tecnologia.

Ogni nuova analisi può produrre risultati utili soltanto se il reperto è stato conservato correttamente, se la catena di custodia è integra e se il materiale biologico non ha subito alterazioni tali da comprometterne la leggibilità.

Per questo motivo gli esperti sottolineano sempre che la qualità della conservazione conta almeno quanto la qualità degli strumenti utilizzati. Una tecnologia avanzatissima non può recuperare informazioni che il tempo o una conservazione inadeguata hanno definitivamente cancellato.

La scienza non riscrive i processi, ma può riscrivere le prove

L’errore più frequente consiste nel pensare che ogni progresso scientifico equivalga automaticamente a una rivoluzione giudiziaria.

In realtà la scienza non riscrive le sentenze: rilegge le prove. Se emergono dati nuovi, questi devono poi essere inseriti nel quadro investigativo complessivo e valutati insieme agli altri elementi raccolti dagli inquirenti.

È proprio questo il motivo per cui, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, ogni reperto ancora conservato continua ad avere un potenziale interesse investigativo. Non perché la tecnologia garantisca risposte certe, ma perché oggi dispone di strumenti che nel 2007 semplicemente non esistevano. Ed è su questa differenza, più che sul trascorrere del tempo, che potrebbe giocarsi una parte importante della nuova fase dell’inchiesta.