Garlasco, nuova consulenza del team Sempio sul DNA. La genetista Marina Baldi: «Solo contaminazione, ecco perché»

Angela Taccia

A diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il DNA trovato sulle sue unghie resta uno dei terreni principali dello scontro tra la Procura di Pavia e la difesa di Andrea Sempio. Mentre si avvicina la chiusura dell’attuale fase dell’inchiesta, prevista per il 28 settembre, il team dell’indagato sta lavorando a una serie di approfondimenti destinati a contestare gli elementi sui quali gli inquirenti hanno costruito la nuova accusa.

Tra questi c’è una consulenza genetica integrativa affidata a Marina Baldi, consulente della difesa di Sempio. La genetista ribadisce una posizione netta: la presenza di un profilo compatibile con la linea paterna dell’indagato non dimostrerebbe che quel materiale biologico sia finito sulle mani di Chiara durante l’omicidio. Secondo Baldi, la spiegazione sarebbe molto più semplice: contaminazione e trasferimento indiretto del DNA.

Gli studi sul DNA e la tesi della contaminazione

Baldi ha spiegato di avere raccolto e allegato una serie di pubblicazioni scientifiche internazionali dedicate proprio al trasferimento del materiale genetico. L’obiettivo è dimostrare quanto sia facile lasciare tracce biologiche sugli oggetti e quanto queste possano successivamente passare da una superficie a un’altra.

«Questa attività di rilascio di DNA avviene ogni giorno anche parlando», sostiene la genetista. Le minuscole goccioline di saliva contengono cellule e possono depositarsi sulle superfici; lo stesso avviene toccando o anche soltanto sfiorando un oggetto.

La difesa ha indicato circa 30 oggetti presenti nella villetta di via Pascoli che Sempio avrebbe potuto toccare durante le sue frequentazioni della casa. L’elenco nasce anche dalla ricostruzione effettuata insieme allo stesso indagato attraverso le fotografie della scena: Sempio avrebbe indicato dove si recava e quali oggetti ricordava di avere toccato più frequentemente.

Per Baldi, tuttavia, stabilire esattamente quali fossero quegli oggetti avrebbe un’importanza relativa. Il trasferimento potrebbe essere avvenuto attraverso molti altri contatti e superfici.

Il cromosoma Y corrisponde, ma il profilo è incompleto

C’è però un punto sul quale la genetista non arretra e, anzi, riconosce apertamente il dato: i marcatori estratti dalle unghie di Chiara che risultano leggibili corrispondono al cromosoma Y di Andrea Sempio.

Baldi contesta però il significato probatorio attribuito a questa compatibilità. Utilizza l’esempio di un numero telefonico del quale si conoscano soltanto alcune cifre: quelle disponibili possono coincidere, ma non è possibile sapere se avrebbero coinciso anche quelle mancanti.

La questione centrale riguarda infatti le condizioni della traccia. La perizia svolta nell’incidente probatorio ha definito il profilo «non consolidato, scarso, incompleto e misto». Secondo la difesa, proprio queste caratteristiche impediscono di trasformare la compatibilità genetica in una prova certa della presenza di Sempio sulla scena del delitto nel momento dell’aggressione.

Inoltre, sulle tre dita analizzate sarebbero presenti profili misti riconducibili a più persone. Un elemento che Baldi considera coerente con l’ipotesi di trasferimenti e contaminazioni accumulatisi nel tempo.

La Procura contesta la ricostruzione della difesa

La Procura di Pavia segue una lettura radicalmente diversa. Gli inquirenti ritengono che la semplice contaminazione non riesca a spiegare adeguatamente la presenza del materiale genetico riconducibile alla linea paterna di Sempio sulle mani della vittima.

Uno degli argomenti riguarda proprio ciò che non è stato trovato. Sulle unghie di Chiara non sono emerse tracce attribuibili ad Alberto Stasi, ai genitori della ragazza o al fratello Marco, persone che avevano certamente rapporti molto più stretti con lei e con la casa.

Per l’accusa diventa quindi significativo che, tra i profili emersi, compaia invece quello compatibile con la linea paterna dell’attuale indagato. La difesa replica che il DNA non segue regole così lineari: frequentare maggiormente una persona o un ambiente non garantisce necessariamente che una traccia rimanga disponibile e identificabile dopo un determinato evento.

Sarà dunque il confronto tra le diverse interpretazioni scientifiche a stabilire quanto peso possa realmente avere questo elemento nel procedimento.

Anche sull’impronta 33 resta lo scontro

La battaglia scientifica riguarda anche la famosa impronta 33, individuata sul muro delle scale che conducono alla cantina dove venne trovato il corpo di Chiara. Secondo una recente interpretazione del consulente di Alberto Stasi Pasquale Linarello, quella traccia conterrebbe sudore e sangue.

Baldi respinge anche questa ricostruzione. Ricorda che l’Opti, il test utilizzato per verificare la presenza di sangue umano, all’epoca diede risultato negativo. La maggiore reazione della traccia alla ninidrina, secondo la genetista, potrebbe dipendere invece dalla concentrazione di altro materiale biologico e dall’interazione con l’intonaco.

Anche questo punto entra così nella guerra delle consulenze che accompagnerà l’inchiesta verso la sua fase decisiva.

La difesa di Sempio sta infatti lavorando non soltanto sul DNA, ma anche sull’impronta 33, sulla dinamica dell’aggressione attraverso una nuova BPA, sugli aspetti medico-legali e sulle impronte delle scarpe a pallini trovate nella villetta.

Diciannove anni dopo il delitto, il paradosso di Garlasco resta sempre lo stesso: più la scienza torna a interrogare le vecchie tracce, più accusa e difesa sembrano allontanarsi nell’interpretazione di ciò che quelle tracce raccontano.