Garlasco, Nuzzi: «Per la Procura Stasi è estraneo, ma sulla sua innocenza resta un giallo»

Alberto Stasi, prime immagini in libertà (foto prese dal web)

Un particolare rimasto nell’ombra per quasi vent’anni continua ad alimentare il dibattito sul delitto di Garlasco. A riportarlo è stato Gianluigi Nuzzi nel corso dell’ultima puntata di Quarto Grado, soffermandosi su uno degli aspetti più controversi della ricostruzione della scena del crimine: la luce delle scale della villetta di Chiara Poggi. «La Procura di Pavia ritiene che Stasi sia completamente estraneo all’omicidio di Chiara Poggi ma, a mio avviso, c’è un giallo», ha osservato Nuzzi, introducendo un tema che continua a suscitare interrogativi.

Il cambio di versione sulla luce delle scale

Il riferimento è all’interrogatorio reso da Alberto Stasi circa un anno fa, nel quale l’ex fidanzato di Chiara Poggi ha modificato un particolare della propria ricostruzione. Secondo quanto ricordato da Nuzzi, Stasi ha sostenuto che la luce delle scale fosse accesa quando entrò nella villetta. All’epoca dell’omicidio, invece, aveva dichiarato che fosse spenta. Una differenza che, secondo il giornalista, non sarebbe marginale. Se infatti l’interruttore fosse rimasto disattivato, alcuni particolari descritti da Stasi sarebbero stati difficilmente visibili.

Su questo punto, negli anni, anche la magistratura ha espresso valutazioni differenti. Il giudice Stefano Vitelli, che assolse Stasi in primo grado, attribuì quella contraddizione allo stato di choc dell’imputato. I giudici che successivamente lo condannarono, invece, considerarono quella discrepanza un ulteriore elemento di inattendibilità del suo racconto. Da qui l’interrogativo rilanciato da Nuzzi: «Ad accendere la luce potrebbe essere stato l’assassino?».

Gli accertamenti mai effettuati

La verifica, però, oggi appare impossibile.

Come ricordato durante la trasmissione, i carabinieri del RIS non effettuarono alcun accertamento specifico sul pulsante dell’interruttore. Su tutti gli interruttori del piano venne utilizzata la polvere dattiloscopica, ma senza risultati: non furono rilevate impronte utilizzabili né tracce di sangue.

Un elemento che continua a far discutere gli osservatori del caso, perché appare difficile immaginare che l’autore dell’omicidio possa aver azionato l’interruttore subito dopo il delitto senza lasciare alcuna traccia ematica.

Il confronto sull’impronta 33

Nel corso della stessa puntata si è tornati a parlare anche della cosiddetta “impronta 33”, uno degli elementi più discussi della nuova inchiesta. «Gli investigatori dell’epoca dicono che questa traccia già dopo i fatti era valutata come importante, più importante delle altre», ha ricordato Gianluigi Nuzzi. A questa ricostruzione ha replicato l’avvocato Massimo Cataliotti, difensore di Andrea Sempio.

«Inizialmente sì… Oggi la si assegna sulla base di una fotografia risalente ad allora e su un dato relativo al colore e si dice fosse intrisa di sangue, ma io non lo ritengo possibile, con un esito almeno discutibile», ha dichiarato il legale. Nuzzi ha quindi richiamato anche la reazione della ninidrina, mentre Cataliotti ha ribadito la propria posizione, sostenendo che quel rilievo «non prova nulla» e che la traccia «non era recente né bagnata».

Al dibattito è intervenuto anche il criminologo Carmelo Abbate, secondo il quale quella potrebbe essere «la mano di chi perde l’equilibrio». Lo stesso Abbate ha ricordato che, secondo gli atti dell’indagine, su quel tratto di muro risultano riconducibili soltanto Andrea Sempio, Marco Poggi e i carabinieri intervenuti nella villetta.

Infine è stato ricordato che anche il genetista Marzio Capra, già nel 2007, aveva indicato quella traccia come un elemento investigativo meritevole di particolare attenzione.