Garlasco, prima Stasi poi Sempio: il «colpevole» cambia ma il processo è sempre in piazza. Romano: «Così si rischia un altro errore»

C’è forse un aspetto del caso Garlasco ancora più inquietante delle impronte, del Dna, delle consulenze che si contraddicono e delle ricostruzioni che continuano a cambiare a diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi. È il processo che si celebra fuori dal processo. Quello nel quale non servono giudici, dibattimenti o sentenze perché basta il tribunale dell’opinione pubblica, pronto prima a scegliere un colpevole e poi, eventualmente, a cambiare imputato.

È su questo cortocircuito che il penalista e docente di diritto penale Bartolomeo Romano ha concentrato una riflessione che arriva proprio mentre l’inchiesta su Andrea Sempio entra nella sua fase decisiva e, contemporaneamente, la difesa di Alberto Stasi lavora alla possibile revisione della condanna definitiva.

Romano aveva già definito il fenomeno una forma di «populismo giudiziario», mettendo in guardia dal rischio di trasformare un procedimento penale in una sorta di «processo da piazza», alimentato dall’esposizione mediatica continua del caso. Oggi quel ragionamento assume un significato ancora più forte, perché la piazza che per anni aveva condannato Stasi sembra avere cambiato imputato.

Garlasco, quando il «mostro» era Alberto Stasi

Per comprendere quello che sta accadendo bisogna tornare agli anni in cui Alberto Stasi non era soltanto il fidanzato di Chiara Poggi sottoposto alle indagini, ma diventava progressivamente un personaggio pubblico. Il suo comportamento, la freddezza mostrata davanti alle telecamere, lo sguardo, il modo di parlare e perfino l’apparente incapacità di manifestare il dolore nella maniera che ci si sarebbe aspettati da un ragazzo al quale avevano appena assassinato la fidanzata entrarono nel racconto del delitto.

Elementi che nulla potevano dimostrare sul piano scientifico finirono per pesare enormemente sul piano emotivo. Stasi diventò per una parte dell’opinione pubblica il colpevole molto prima della conclusione del suo lunghissimo percorso giudiziario.

Ed è proprio qui che Romano individua il pericolo: un processo penale non può trasformarsi in un referendum sulla simpatia dell’imputato, sulla sua capacità di piangere nel momento giusto o sulla corrispondenza del suo comportamento all’idea che ciascuno di noi possiede dell’innocente perfetto.

Nel caso di Stasi quel meccanismo si è saldato con un’altra esigenza potentissima: trovare comunque una risposta all’omicidio di una ragazza di 26 anni massacrata nella propria abitazione. La famiglia Poggi ha sempre considerato corretta la condanna definitiva di Stasi e ha espresso contrarietà alla nuova pista investigativa su Sempio. Ma la convinzione delle persone coinvolte, per quanto umanamente comprensibile, appartiene a un piano diverso dalla prova giudiziaria.

Adesso il copione si è capovolto: il colpevole è diventato Sempio

Diciannove anni dopo sta accadendo qualcosa di sorprendentemente simile, soltanto a parti invertite. Andrea Sempio è oggi l’unico indagato nella nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi e attorno alla sua figura si è costruito un gigantesco processo parallelo fatto di indiscrezioni, intercettazioni, fotografie, frasi, comportamenti, ricordi, consulenze e particolari della sua vita passati quotidianamente sotto una lente.

Il risultato è paradossale: per una parte dell’opinione pubblica Sempio è già diventato il colpevole e Stasi, automaticamente, l’innocente. Ma le due conclusioni non possono essere anticipate dalla piazza. Sempio non è stato condannato e, soprattutto, l’apertura di una nuova indagine non cancella da sola la sentenza definitiva pronunciata nei confronti di Stasi. Sono due piani giudiziari differenti, destinati eventualmente a incontrarsi attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento.

È esattamente questo il punto della riflessione di Romano: se ieri era sbagliato utilizzare il sentimento collettivo per dimostrare la colpevolezza di Stasi, oggi non può diventare legittimo utilizzare lo stesso meccanismo contro Sempio soltanto perché è cambiata la direzione del vento.

Lo stesso penalista, parlando della revisione, ha ricordato quanto sia eccezionale il meccanismo chiamato a mettere in discussione una verità processuale ormai definitiva: «Il giudizio di revisione deve andare a travolgere una certezza che si è formata negli anni».

Stasi e Sempio, il paradosso che può esplodere nei prossimi mesi

Ed è qui che Garlasco entra nel territorio giuridicamente più delicato. La nuova inchiesta potrebbe portare la Procura di Pavia a chiedere il rinvio a giudizio di Andrea Sempio. A quel punto un giudice dovrà valutare gli elementi raccolti dall’accusa e decidere se il procedimento debba arrivare al dibattimento.

Potrebbe così materializzarsi una situazione difficilissima da spiegare persino all’opinione pubblica: da una parte Alberto Stasi, condannato definitivamente per l’omicidio di Chiara Poggi; dall’altra Andrea Sempio, eventualmente sottoposto a un nuovo processo per lo stesso delitto. Questo non significherebbe automaticamente che uno dei due sia innocente o colpevole. Significherebbe invece che il sistema giudiziario dovrebbe affrontare la possibile convivenza tra una verità processuale ormai definitiva e una nuova ricostruzione accusatoria che pretende di dimostrare qualcosa di diverso.

Ed è proprio per questo che il processo mediatico rischia di diventare ancora più pericoloso. Perché trasforma ogni nuova consulenza in una sentenza, ogni indiscrezione in una prova e ogni contraddizione in una confessione, mentre il diritto procede attraverso regole infinitamente più rigide.

Il vero rischio di Garlasco: sostituire un colpevole con un altro

Il punto, allora, non è scegliere tra Stasi e Sempio sulla base delle convinzioni maturate davanti alla televisione o leggendo migliaia di pagine dedicate al caso. È esattamente il contrario: evitare che il bisogno di risolvere finalmente il delitto di Chiara Poggi produca un’altra condanna anticipata.

Per quasi vent’anni Garlasco ha dimostrato quanto sia difficile separare ciò che sappiamo da ciò che crediamo di sapere. Oggi la riapertura dell’inchiesta offre la possibilità di sottoporre nuovi elementi al vaglio della giustizia, ma porta con sé anche il rischio indicato da Romano: sostituire semplicemente il vecchio colpevole dell’opinione pubblica con uno nuovo.

Prima era Stasi. Adesso è Sempio. Domani potrebbero essere gli stessi atti giudiziari a raccontare una storia diversa da quella che oggi sembra evidente a milioni di persone.

Ed è forse questo il più grande paradosso di Garlasco: dopo diciannove anni trascorsi a discutere se sia stato condannato l’uomo giusto, si rischia di ripetere esattamente lo stesso errore di metodo, decidendo ancora una volta chi sia l’assassino prima che sia un processo a stabilirlo.