Ranucci rompe con Lavitola: «Tradito da un amico e trasformato da vittima in complice». Il legale: «Un delirante teatro della follia»

Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci

Sigfrido Ranucci rompe con Valter Lavitola. Non lo fa personalmente, ma affida al suo storico legale, Roberto De Vita, parole che non lasciano spazio a riconciliazioni né ambiguità: «Ranucci è tre volte vittima». Vittima dell’attentato, del tradimento di un amico e di una campagna politica e mediatica che avrebbe tentato di trasformarlo da bersaglio della bomba a suo beneficiario più o meno consapevole.

La dichiarazione arriva dopo l’arresto dell’ex direttore dell’Avanti!, che la Procura di Roma indica come il presunto mandante dell’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 davanti alla casa del conduttore di Report. Lavitola respinge ogni accusa e il procedimento dovrà accertare le responsabilità. L’ordinanza, però, traccia una distinzione netta: allo stato delle indagini non emerge alcun elemento che indichi un accordo tra Ranucci e Lavitola.

«Sigfrido Ranucci è tre volte vittima, di un attentato grave e pericoloso, di un tradimento e di una strumentalizzazione da parte di un amico in un delirante teatro della follia, se i fatti verranno definitivamente accertati», afferma De Vita nella dichiarazione riportata da RaiNews.

Ranucci prende le distanze da Lavitola

Il legale non pronuncia esplicitamente il nome di Lavitola nel passaggio dedicato al «tradimento». Il riferimento all’«amico», tuttavia, appare inequivocabile. Ranucci aveva raccontato pubblicamente di conoscere da anni l’ex editore e di intrattenere con lui rapporti frequenti.

Proprio questa vicinanza rende ancora più dura la dichiarazione di De Vita. Il penalista non descrive soltanto un giornalista colpito da un attentato, ma un uomo che avrebbe subito la manipolazione di una persona della quale si fidava.

«L’arresto di Valter Lavitola conferma la gravità e la complessità dell’attentato subito da Ranucci, di cui sarà fondamentale comprendere movente e contesto di maturazione», aggiunge il legale.

L’indagine dovrà chiarire perché qualcuno avrebbe deciso di collocare un ordigno davanti all’abitazione del giornalista e quale obiettivo perseguisse realmente. Il giudice ha accolto, ai fini della misura cautelare, una ricostruzione tanto paradossale quanto inquietante.

La bomba per favorire Ranucci, ma a sua insaputa

Secondo l’ipotesi formulata nell’ordinanza, Lavitola avrebbe commissionato l’attentato per accrescere la popolarità di Ranucci e accelerarne una possibile discesa in politica. Il piano avrebbe dovuto presentare il conduttore come vittima di una violenta intimidazione legata al suo lavoro giornalistico, alimentando solidarietà e consenso attorno alla sua figura.

La giudice, però, sottolinea che «non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola». L’iniziativa, secondo l’accusa, sarebbe dunque maturata completamente alle spalle di Ranucci.

Questo passaggio smentisce le insinuazioni che hanno accompagnato la pubblicazione delle chat e la ricostruzione dei rapporti tra i due. L’amicizia con Lavitola non prova che Ranucci conoscesse il presunto progetto, né tantomeno che avesse autorizzato un attentato destinato a rafforzare la propria immagine.

«Una campagna di linciaggio contro Report»

De Vita individua la terza violenza subita dal suo assistito proprio nella trasformazione della vittima in sospettato. Parla di una «massiva e persistente campagna di linciaggio mediatico e politico» costruita attraverso «congetture e insinuazioni».

Il penalista accusa alcuni commentatori ed esponenti politici di avere sfruttato l’attentato per regolare i conti con Report e delegittimare il giornalismo d’inchiesta. Annuncia inoltre che Ranucci attende l’esito delle iniziative giudiziarie contro le persone denunciate per diffamazione aggravata.

«Lo stesso attentato viene trasformato nel pretesto per regolare i conti con Report e con i suoi giornalisti», sostiene De Vita, che definisce questa strategia «parossistica».

L’inchiesta dovrà ancora verificare la ricostruzione accusatoria e Lavitola conserva il diritto alla presunzione d’innocenza fino a una sentenza definitiva. La posizione di Ranucci, invece, emerge chiaramente già dagli atti disponibili: per il giudice non partecipò al presunto piano e non ne conosceva l’esistenza.

Il conduttore di Report rivendica quindi il proprio ruolo di vittima e chiude la porta all’uomo che considerava un amico. Se l’accusa troverà conferma, dietro quella relazione non ci sarebbe stata soltanto una fiducia mal riposta, ma il progetto di usare una bomba e la paura di un’intera famiglia per costruire un futuro politico mai concordato.