Ricina a Pietracatella, la pista delle relazioni nascoste e il mistero delle cozze: gli investigatori scavano nella vita dei coniugi Di Vita

Pietracatella, il giallo della ricina

Il mistero della ricina di Pietracatella passa dalle relazioni personali ai computer sequestrati, fino a un piatto di cozze avanzate durante un pranzo di lavoro. Gli investigatori che cercano di chiarire la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, avvenuta durante le festività natalizie del 2025, continuano ad approfondire la vita privata della famiglia e i rapporti coniugali tra Antonella e il marito Gianni Di Vita. Tra gli elementi al vaglio della Procura di Larino figurano presunte relazioni nascoste, informazioni ricavate dai dispositivi elettronici e alcune circostanze legate ai pasti consumati nei giorni precedenti la tragedia. Nessuno di questi elementi, tuttavia, dimostra da solo l’esistenza di un delitto o consente di attribuire responsabilità.

Pietracatella, le relazioni nascoste al centro degli approfondimenti

Secondo quanto emerso il 14 ottobre da fonti qualificate, gli investigatori hanno continuato a seguire la pista dei rapporti personali e dei possibili moventi sentimentali. L’attenzione riguarda anche i problemi coniugali tra Gianni Di Vita e Antonella Di Ielsi, sui quali gli inquirenti avevano già raccolto informazioni attraverso l’analisi dei dati contenuti nel telefono della donna.

L’obiettivo è comprendere se nella rete delle relazioni familiari e personali possano trovarsi elementi utili a ricostruire quanto accaduto. Una direzione investigativa delicata, che richiede di distinguere le circostanze effettivamente documentate dalle ipotesi ancora prive di riscontri.

L’esistenza di tensioni matrimoniali o di eventuali rapporti sentimentali non costituisce infatti una prova di responsabilità nell’avvelenamento. Gli investigatori cercano possibili collegamenti, ma resta da dimostrare se tali aspetti abbiano avuto un ruolo nella morte delle due donne.

I computer del liceo di Riccia e l’amica di Gianni Di Vita

Un altro filone riguarda il materiale informatico acquisito nel liceo scientifico di Riccia, in provincia di Campobasso. Nell’istituto insegna una donna indicata come amica di Gianni Di Vita, che gli investigatori avevano già ascoltato più volte come testimone.

Tra il 13 e il 14 ottobre gli inquirenti hanno acquisito copie dei dati presenti nei computer della scuola. Non si tratta, quindi, di risultati già disponibili: gli esperti incaricati dalla Procura dovranno esaminare il materiale per stabilire se contenga informazioni rilevanti.

L’attenzione per i dispositivi elettronici si inserisce in una ricostruzione più ampia, che comprende comunicazioni, rapporti personali e circostanze precedenti alla tragedia. Anche in questo caso, l’ascolto della donna come testimone e l’acquisizione di dati informatici non implicano una sua responsabilità.

Il pranzo del 22 dicembre e quelle cozze portate a casa per Sara

Tra i particolari più significativi emerge il racconto di Gianni Di Vita su un pranzo di lavoro consumato il 22 dicembre in una trattoria di Campobasso. All’incontro parteciparono l’uomo, alcuni colleghi di studio e la moglie Antonella.

Nel verbale raccolto dalla polizia dopo la tragedia, Di Vita ha raccontato: «In una trattoria del capoluogo molisano il 22 dicembre a pranzo, mangiammo molto e alla fine restò un piatto di cozze cucinate. Mia moglie chiese un contenitore per poi portarle a casa principalmente per mia figlia Sara che ne era golosa».

Un dettaglio che assume rilievo perché gli investigatori cercano ancora di individuare il veicolo attraverso il quale la ricina sarebbe entrata nell’organismo delle vittime. Ma il racconto non dimostra che le cozze contenessero la sostanza tossica.

Di Vita ha spiegato di non ricordare con precisione quando la famiglia consumò il cibo portato a casa: forse la sera del 22 dicembre, oppure durante il pranzo o la cena del giorno successivo.

«È probabile che quelle cozze sono state mangiate solo da me, Antonella e Sara», ha dichiarato agli investigatori. Una ricostruzione che presenta ancora margini di incertezza, a cominciare dal momento esatto del consumo.

Il contenitore scomparso e il problema delle prove

L’elemento che complica gli accertamenti è l’impossibilità di esaminare direttamente gli avanzi di quel pranzo. I residui dei pasti del 22 e 23 dicembre finirono nella spazzatura e gli investigatori non riuscirono a recuperare il contenitore utilizzato per trasportare le cozze.

Manca dunque la possibilità di verificare su quel materiale l’eventuale presenza di ricina. Questo non permette né di confermare né di escludere che il cibo abbia avuto un ruolo nell’avvelenamento.

La ricostruzione dei pasti rappresenta soltanto una parte di un’indagine molto più complessa. Gli inquirenti devono individuare la provenienza della tossina, chiarire come sia avvenuta l’esposizione e stabilire se qualcuno abbia introdotto deliberatamente la sostanza nella vita delle due donne.

Le relazioni personali, i dati informatici e il racconto delle cozze costituiscono piste da approfondire, non conclusioni investigative. Il punto decisivo rimane lo stesso: accertare attraverso quale veicolo Antonella e Sara siano entrate in contatto con la ricina. Senza questa risposta, anche le ipotesi sui possibili moventi restano necessariamente aperte.