Ricina a Pietracatella, Sara aveva scoperto un segreto sul telefono del padre? La nuova pista sul duplice delitto

Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita

Un messaggio, una chat oppure una mail scoperta per caso sul telefono del padre. Potrebbe nascondersi in un dispositivo elettronico la chiave del duplice avvelenamento con la ricina di Pietracatella, nel quale hanno perso la vita Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita, di appena 15 anni. Una nuova ricostruzione, emersa durante una trasmissione televisiva, ipotizza che la ragazza avesse scoperto un segreto familiare e avesse deciso di affrontare direttamente una persona coinvolta nella vicenda. Una scelta che, secondo questa pista ancora priva di conferme investigative, potrebbe aver innescato una successione di eventi culminata nella morte di madre e figlia.

Il segreto scoperto da Sara e il possibile confronto con una terza persona

La nuova ipotesi parte da un particolare: Sara avrebbe letto qualcosa su un cellulare o su un computer del padre, Gianni Di Vita. Potrebbe trattarsi di una conversazione privata, di un messaggio oppure di una comunicazione elettronica dal contenuto particolarmente delicato. La quindicenne avrebbe confidato la scoperta alla madre, Antonella Di Ielsi, prima di decidere di affrontare direttamente una terza persona che avrebbe avuto un ruolo nella vicenda.

È proprio questo possibile confronto a rappresentare il passaggio più importante della ricostruzione. Sara, secondo le indiscrezioni, non avrebbe voluto ignorare quanto appreso, ma avrebbe cercato spiegazioni. Una zia descrive la ragazza come una persona dal carattere forte e risoluto, un elemento che potrebbe risultare compatibile con l’ipotesi di una sua iniziativa personale.

Resta però completamente sconosciuto il contenuto del presunto segreto. Non emergono conferme ufficiali sull’esistenza della conversazione, sulla sua eventuale scoperta da parte di Sara e sull’incontro con la terza persona.

Il timore che il segreto diventasse pubblico

La ricostruzione introduce anche un possibile movente: il timore che una vicenda privata potesse diventare di dominio pubblico. Se Sara avesse effettivamente scoperto qualcosa di compromettente e avesse deciso di chiedere spiegazioni, qualcuno avrebbe potuto temere conseguenze sulla propria vita personale e sulla propria reputazione.

Da qui nasce l’ipotesi che madre e figlia possano essere diventate bersagli perché a conoscenza di informazioni che una terza persona voleva mantenere riservate. È uno scenario investigativo ancora tutto da dimostrare. Al momento non ci sono elementi pubblici che consentano di attribuire il duplice avvelenamento a una persona specifica, né di stabilire che il presunto segreto costituisca davvero il movente del delitto.

La pista, tuttavia, sposterebbe l’attenzione su quanto potrebbe essere accaduto prima della morte delle due donne, sui loro rapporti personali e sulle eventuali confidenze raccolte da familiari e conoscenti.

Il ruolo del parroco e l’ultima confessione di Antonella

Un altro elemento riguarda don Stefano, parroco di Pietracatella, che avrebbe raccolto l’ultima confessione di Antonella Di Ielsi. Secondo le indiscrezioni, gli investigatori avrebbero ricavato indicazioni utili da alcune audizioni, tra le quali quella del sacerdote.

Il punto è particolarmente delicato perché il contenuto della confessione sacramentale resta protetto dal segreto confessionale. Il religioso non può rivelare quanto appreso durante il sacramento, ma potrebbe fornire informazioni conosciute in altre circostanze, indipendentemente dalla confessione.

Non è stato confermato che le sue dichiarazioni abbiano permesso di identificare il presunto segreto scoperto da Sara. Gli inquirenti starebbero comunque cercando di ricostruire i rapporti della famiglia con alcune persone vicine a Gianni Di Vita, attraverso testimonianze e ulteriori approfondimenti.

Una donna vicina a Gianni Di Vita potrebbe essere ascoltata in Procura

Tra gli sviluppi riferiti nelle ultime ore compare anche la possibile convocazione di una donna vicina a Gianni Di Vita. Secondo la ricostruzione, la donna potrebbe avere legami con il percorso professionale o con l’attività politica dell’uomo. Gli investigatori potrebbero ascoltarla presso la Procura di Larino per approfondire alcuni aspetti della rete di rapporti familiari e personali.

Non risultano però conferme ufficiali sulla convocazione, né elementi che permettano di collegare questa persona al duplice omicidio. La distinzione è fondamentale: conoscere una delle persone coinvolte nella vicenda o fornire informazioni agli investigatori non significa avere responsabilità nella morte di Antonella e Sara.

L’eventuale audizione potrebbe servire semplicemente a chiarire circostanze, frequentazioni e rapporti che gli inquirenti ritengono utili alla ricostruzione dei fatti.

La ricina e gli interrogativi ancora aperti sull’avvelenamento

Accanto alle nuove ipotesi sul movente rimangono aperte le questioni scientifiche relative all’avvelenamento. Gli accertamenti tossicologici e la ricostruzione dei tempi di esposizione alla ricina rappresentano passaggi decisivi per stabilire come e quando madre e figlia siano entrate in contatto con la sostanza.

Il legale di Gianni Di Vita ha già sollevato dubbi sulla compatibilità tra la successione degli eventi e i tempi degli effetti tossici conosciuti. Sul fronte degli approfondimenti scientifici è emersa inoltre la notizia di una richiesta di proroga da parte del Robert Koch Institut di Berlino, impegnato nell’elaborazione dei risultati degli accertamenti.

Il quadro resta quindi aperto sia sul piano della dinamica materiale del duplice avvelenamento sia su quello del possibile movente. La nuova pista del dispositivo elettronico aggiunge un interrogativo particolarmente importante: Sara aveva davvero scoperto qualcosa che qualcuno voleva tenere nascosto? Per rispondere serviranno riscontri concreti, a cominciare dall’eventuale esistenza dei messaggi e dalla verifica dei rapporti tra le persone coinvolte nella ricostruzione.