Sara Di Vita doveva morire oppure si è trovata nel posto sbagliato, davanti al piatto sbagliato? È uno degli interrogativi più inquietanti dell’inchiesta sul duplice omicidio di Pietracatella. A quasi dieci mesi dalla morte della quindicenne e della madre Antonella Di Ielsi, avvelenate con la ricina, gli investigatori stanno cercando di stabilire se l’assassino avesse scelto entrambe le vittime oppure se Sara abbia consumato inconsapevolmente un alimento destinato soltanto alla madre.
La distinzione potrebbe cambiare radicalmente la ricostruzione del delitto. Se Sara fosse stata un bersaglio deliberato, bisognerebbe individuare un movente capace di spiegare perché qualcuno abbia deciso di uccidere anche una ragazza di quindici anni. Se invece fosse morta per aver condiviso il cibo contaminato, l’attenzione tornerebbe a concentrarsi sulle ragioni di un eventuale attacco contro Antonella.
La Squadra Mobile di Campobasso, guidata da Marco Graziano, e gli specialisti del Servizio centrale operativo stanno approfondendo i rapporti personali della famiglia, analizzando i dati estratti dai dispositivi elettronici sequestrati e preparando una nuova serie di audizioni. Tra le persone che potrebbero essere convocate figurano anche soggetti già ascoltati in precedenza.
Sara aveva scoperto qualcosa? L’ipotesi al vaglio degli investigatori
Una delle piste da verificare riguarda la possibilità che Sara fosse venuta a conoscenza di una circostanza delicata e ne avesse parlato con la madre. In questo scenario, Antonella e la figlia potrebbero aver chiesto spiegazioni a una persona coinvolta nella vicenda.
È una ricostruzione ancora ipotetica, per la quale non risultano elementi sufficienti a stabilire che una simile sequenza si sia effettivamente verificata. Ma spiega perché gli investigatori stiano tornando molto indietro nel tempo, esaminando relazioni, episodi e informazioni che precedono di parecchio i giorni dell’avvelenamento.
Il lavoro sui dispositivi elettronici potrebbe aiutare a ricostruire contatti e conversazioni, mentre i nuovi interrogatori serviranno a confrontare le dichiarazioni già raccolte con gli elementi emersi successivamente.
La cena del 23 dicembre: Gianni Di Vita non ricordava cosa avessero mangiato
L’altro grande enigma riguarda l’alimento utilizzato per somministrare la ricina. Al centro degli accertamenti c’è soprattutto la cena del 23 dicembre, consumata da Gianni Di Vita, Antonella e Sara. Alice, l’altra figlia, quella sera non era in casa.
Nei verbali, Gianni ha dichiarato due volte di non ricordare cosa fosse stato preparato. Il 28 dicembre ha spiegato agli investigatori di aver cenato soltanto con la moglie e Sara, precisando che Antonella aveva cucinato. L’8 gennaio ha confermato di non ricordare le pietanze servite.
Soltanto in seguito è stato possibile ricostruire un possibile menù composto da cozze avanzate da un pranzo aziendale del giorno precedente, affettati e giardiniera sottolio.
L’assenza di un ricordo preciso non dimostra alcuna responsabilità, ma lascia aperta una lacuna importante: individuare cosa abbiano effettivamente mangiato le due vittime e quali alimenti abbiano condiviso con gli altri familiari.
Cozze, affettati e giardiniera: il rebus degli alimenti
Gli investigatori hanno passato in rassegna i pasti consumati dalla famiglia nei giorni precedenti e successivi al 23 dicembre.
Alice ha ricordato che a pranzo, proprio il 23, aveva preparato pasta al pomodoro per sé, il padre e Sara. Tutti e tre avevano mangiato lo stesso piatto, utilizzando una confezione di passata acquistata al supermercato.
Il giorno successivo, durante il pranzo della vigilia a casa dello zio Luigi, erano stati serviti spaghetti alle vongole, cozze, seppie o calamari con patate, ananas e panettone. Le cozze erano state inizialmente considerate dai familiari una possibile causa dell’intossicazione, quando ancora non era emersa la presenza della ricina.
La sera del 24 dicembre, dalla nonna Giuseppina, il menù comprendeva polpette di tonno, salmone con formaggio spalmabile e pane bianco, polenta con funghi, rape, formaggi, baccalà e bruschette.
Tra gli altri alimenti esaminati nella ricostruzione figurano salumi, fesa di tacchino, formaggi, una giardiniera preparata in casa e alcuni prodotti contenuti in un cesto natalizio.
Nessuno di questi cibi, sulla base delle dichiarazioni raccolte, è stato identificato come il veicolo della ricina.
I ricordi differenti di Alice e Gianni
Gli estratti dei verbali mostrano anche alcune divergenze nella ricostruzione dei pasti.
Alice ha raccontato di aver mangiato il giorno di Natale pasta al sugo con il padre e la nonna Giuseppina. Gianni, invece, ha dichiarato di non ricordare di aver pranzato, precisando che Antonella e Sara non avevano mangiato.
Anche sul 26 dicembre i ricordi non coincidono completamente. Alice ha riferito di aver preparato un brodo vegetale, consumato sicuramente dal padre e forse dalla madre, ma non da Sara. Gianni ha invece ricordato un primo e un secondo piatto, aggiungendo di aver condito il primo con peperoncino e di aver bevuto vino. Secondo la sua versione, moglie e figlia non avevano cenato.
Sono differenze che gli investigatori devono valutare insieme ai riscontri tecnici, senza trasformare automaticamente i ricordi incompleti o discordanti in indizi di colpevolezza.
I rifiuti già ritirati e gli oltre 200 reperti analizzati in Germania
Il problema maggiore è che gli eventuali avanzi della cena del 23 dicembre non sono più disponibili.
Gli accertamenti hanno stabilito che tra il 24 e il 27 dicembre la società incaricata della raccolta dei rifiuti aveva già svuotato i cassonetti. Quando gli investigatori hanno avviato il recupero dei materiali, i possibili resti di quel pasto erano ormai irrecuperabili.
Gli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino stanno esaminando oltre 200 reperti raccolti durante le indagini. Tuttavia, anche le analisi sui prodotti alimentari sequestrati tra il 29 dicembre e il 7 gennaio potrebbero non consentire di individuare il cibo attraverso il quale è stato somministrato il veleno.
La certezza scientifica dell’avvelenamento da ricina, dunque, non ha ancora permesso di ricostruire il momento e le modalità della somministrazione.
È su questo doppio fronte che si concentrano le prossime mosse investigative: capire chi avesse un motivo per uccidere Antonella e Sara e stabilire se la ragazza fosse un obiettivo oppure una vittima non prevista. Una risposta alla seconda domanda potrebbe finalmente indicare la direzione nella quale cercare il movente del duplice omicidio.







