Fisco e welfare: 24 milioni e 800mila italiani senza redditi, 8 milioni di contribuenti reggono le sorti economiche e sociali del Paese

Ventiquattro milioni e 800mila italiani non versano un euro al Fisco.  Nei primi tre scaglioni di reddito, fino a 20mila euro annui, il 47% dei contribuenti, quindi poco meno di 20,2 milioni, versa in media il 5% dell’Irpef totale. Chi dichiara oltre 35mila euro, il 18,78% dell’intera platea dei contribuenti, versa il 65% di tutta l’Irpef. Coloro che dichiarano oltre 55mila euro sono il 6,25% e pagano il 40,63% di tutta l’Irpef. A conti fatti, il 30% dei cittadini paga l’80% di tasse.

È la fotografia scattata dal rapporto dell’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate previdenziali 2026 di Itinerari Previdenziali, presentato al CNEL in collaborazione con la Confederazione italiana alti dirigenti e professionalità.

Milioni di cittadini “invisibili” al Fisco

Su una popolazione totale di 58.943.464 abitanti a fine 2024, le persone che hanno presentato una dichiarazione dei redditi sono state 42.837.963 (+267.885 rispetto all’anno precedente), con un rapporto di 1,375 abitanti per ciascun dichiarante. Tuttavia, coloro che corrispondono almeno 1 euro di Irpef scendono a 34,105 milioni. All’interno di questo gruppo, oltre 2,2 milioni di soggetti pagano un’imposta totale di 213.097 euro.

Il dato più eclatante riguarda la quota di popolazione senza entrate dichiarate: circa 24,8 milioni di italiani (pari al 46% del totale) non dichiarano redditi, non pagano tasse e risultano integralmente a carico dei servizi erogati dalla collettività. A questi si aggiungono 1,14 milioni di dichiaranti che registrano redditi negativi per effetto di deduzioni e detrazioni superiori all’ammontare lordo.

La piramide dei redditi: la sproporzione del prelievo

L’analisi dei dati per scaglioni evidenzia come la redistribuzione fiscale sia fortemente concentrata sulle fasce medio-alte.

La fascia di reddito minima (0 – 7.500 euro lordi) comprende 7.968.832 contribuenti che dispongono in media di meno di 3.500 euro l’anno e versano un’Irpef media annua di appena 19 euro. Quella bassa (7.500 – 15.000 euro lordi) conta 7,42 milioni di cittadini, con un reddito medio di 11.250 euro e un versamento medio di 204 euro l’anno. Quella medio-bassa (15.000 – 20.000 euro lordi) raccoglie 4,79 milioni di contribuenti, i quali pagano un’imposta media annua di 1.773 euro. Le fasce intermedie (20.000 – 29.000 euro lordi) comprendono 6,65 milioni soggetti con redditi compresi tra i 20 e i 26mila euro e 3,05 milioni tra i 26 e i 29mila euro.

La quota di esborsi

Aggregando questi scaglioni emerge che i contribuenti che dichiarano fino a 20.000 euro (il 47,13% del totale) corrispondono soltanto il 5% dell’Irpef complessiva (10,84 miliardi di euro). Salendo fino a 29.000 euro lordi, si raggiunge il 69,78% dei contribuenti, i quali coprono complessivamente appena il 21,33% dell’Irpef totale (circa 46 miliardi di euro, pari a un terzo della spesa sanitaria nazionale). Di conseguenza, il restante 30,22% della platea sostiene da solo il 78,67% del prelievo Irpef.

Chi sostiene il Paese: meno del 19% paga il 65% dell’imposta

La vera e propria trave portante delle entrate fiscali è rappresentata dai contribuenti con redditi lordi da 35.000 euro in su (corrispondenti a circa 2.000 euro netti al mese). Questa categoria costituisce appena il 18,78% dei contribuenti (poco meno di 8 milioni di persone), ma si sobbarca il 65% dell’intera Irpef versata in Italia.

Nella fascia di reddito compresa tra 35.000 a 55.000 euro il rapporto evidenzia che 5,36 milioni di contribuenti versano 52,6 miliardi di euro (imposta media di 9.815 euro). In quella compresa tra 55.000 e 100.000 euro 1,9 milioni di soggetti pagano 39,75 miliardi di euro (media di 20.634 euro). Le fascia che va da 100.000 a 200.000 euro le posizioni aperte sono 601.622 (45mila in più rispetto al 2023): corrispondono 26,2 miliardi di euro, pari al 12,14% del totale (media di 43.600 euro). I contribuenti con redditi che vanno da 200.000 a 300.000 euro sono 89.358 (3mila in più sul 2023) e versano 7,8 miliardi di euro (3,63% del totale, media di 87.065 euro).

Il paradosso del vertice: 58 mila persone battono 28,8 milioni di italiani

Il vertice estremo della piramide è composto da soli 58.700 cittadini che dichiarano oltre 300.000 euro lordi l’anno (155.000 euro netti). Rappresentano appena lo 0,1% della popolazione complessiva, ma versano il 6,49% di tutta l’Irpef (14,03 miliardi di euro, con una media pro capite di 238.006 euro), facendosi carico inoltre della quota maggioritaria di Ires e Irap.

Un dato sintetizza l’asimmetria del sistema: questi 58.700 contribuenti pagano da soli più Irpef dell’insieme dei 27,8 milioni di italiani con reddito inferiore ai 20.000 euro, i quali si fermano a un totale di 10,84 miliardi.

Il trend 2008-2024: redditi stagnanti e boom della spesa assistenziale

Nel 2024 il totale dei redditi prodotti in Italia ha toccato i 1.076 miliardi di euro (in aumento del 4,73% rispetto ai 1.028 miliardi del 2023), superando il ritmo di crescita del Pil nominale (+2,85%). Il reddito imponibile si è attestato a 1.013 miliardi, generando un’Irpef lorda di 272,23 miliardi di euro.

Tuttavia, allargando lo sguardo agli ultimi 17 anni (2008-2024), il rapporto evidenzia una dinamica economica preoccupante. I redditi dichiarati sono aumentati del 34,54% (+270 miliardi), superando di poco l’inflazione del periodo (+32,17%) e in linea con il Pil (+34,31%). Nello stesso arco temporale, la spesa statale è balzata da 789,45 miliardi a 1.108,4 miliardi nel 2024 (+40,4%, +319 miliardi), dopo aver toccato il picco di 1.150 miliardi nel 2023.

A trainare la spesa è stata soprattutto l’assistenza sociale, più che raddoppiatasi e passata da 73 a 180 miliardi di euro, con un incremento record del 146,5%.

Le conclusioni dell’Osservatorio mettono a nudo i nodi del modello fiscale italiano. La combinazione tra una scarsa fedeltà fiscale (distribuita in modo disomogeneo tra territori e categorie) e un livello elevatissimo di redistribuzione crea un circolo vizioso. L’eccesso di assistenzialismo finisce per sottrarre risorse agli investimenti e allo sviluppo economico, senza riuscire nell’intento di migliorare in modo significativo gli indicatori di povertà dell’Istat.