Il prezzo del caffè è sempre più alto. Al bar una tazzina costa in media 1,29 euro. Un balzo in avanti di 24,2 centesimi in soli 5 anni. Aumenti dettati da un mix di fattori: la crisi energetica, gli eventi catastrofici naturali e climatici.
La classifica delle città più care stilata dal Centro di formazione e ricerca sui consumi in collaborazione con Assoutenti vede Bolzano in testa con 1,51 euro. Non è un caso isolato: ben 11 province, compreso il capoluogo alto atesino, hanno ormai superato la “soglia psicologica” di 1,40 euro. Pescara detiene la seconda piazza con 1,49 euro, poi Ferrara, Belluno, Ravenna e Trieste, Parma, Trento, Padova, Treviso e Udine.
Al polo opposto troviamo il Sud, con Messina che si attesta come la città più economica d’Italia con una media di 1,06 euro a tazzina, seguita da Catanzaro con 1,08 euro. Solo una manciata di città, tra cui Aosta, Siracusa, Varese, Roma e Pistoia, riescono ancora a mantenere il prezzo sotto la soglia di 1,20 euro.
Gli aumenti più alti nell’arco di cinque anni
Il dato più allarmante riguarda la velocità della crescita. Pescara detiene il primato dell’aumento più pesante negli ultimi cinque anni: un incredibile +49%. Seguono Parma (+41%), Bari (+39,5%) e Napoli (+37,8%). Le province con gli aumenti più contenuti sono Aosta, che segna appena un +6,7% in cinque anni, Cagliari, Biella e Reggio Emilia, con rincari attorno al 15%.
Materie prime e costi finali
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, gli aumenti al bar non sono più dettati principalmente dal costo del caffè crudo. Furio Truzzi, presidente del comitato scientifico del Crc, sottolinea come le quotazioni dei mercati internazionali siano in realtà in calo rispetto ai picchi del 2025.
La qualità “Robusta” è scesa dai 5.600 dollari a tonnellata del 2025 agli attuali 3.900 dollari. Invece la qualità “Arabica” si attesta oggi intorno ai 3,20 dollari per libbra, contro gli oltre 4 dollari dello scorso anno.
Se la materia prima costa meno, perché la tazzina aumenta? La risposta risiede nei costi di gestione. Gli esercenti si trovano a dover fronteggiare bollette di luce e gas sempre più alte e un carico fiscale pesante. Questi costi energetici, uniti alla gestione generale del locale, vengono inevitabilmente scaricati sul prezzo finale al consumatore.
Il peso del clima e della logistica
Il mercato del caffè soffre di una “fragilità strutturale” evidenziata recentemente anche dalla FAO. Oltre il 90% delle fluttuazioni dei prezzi è causato da squilibri improvvisi tra domanda e offerta, spesso amplificati da speculazioni finanziarie. La produzione è concentrata in pochi Paesi. Brasile e Vietnam controllano quasi la metà del mercato mondiale, rendendo l’intera filiera ipersensibile agli eventi meteorologici locali come gelo o piogge estreme.
A complicare ulteriormente il quadro nel 2026 è intervenuto un fattore geopolitico e naturale drammatico: il terremoto in Colombia. Il sisma di magnitudo 7.4 del 10 agosto ha colpito proprio la “Regione del Caffè“, distruggendo impianti di lavorazione e bloccando le arterie stradali verso il porto di Buenaventura principale hub di smercio. Poiché da questo terminal transita oltre il 60% dell’export colombiano, l’interruzione logistica minaccia di ridurre ulteriormente l’offerta mondiale, mantenendo alta l’instabilità del mercato. Giuseppe Lavazza, presidente dell’omonima azienda, ha avvertito che serviranno almeno “due buoni raccolti” per stabilizzare le scorte e sperare in una riduzione dei prezzi.
Come contrastare i rincari
Gli aumenti costringono gli italiani a rivedere le proprie abitudini. Meno pause caffè al bar, più chicchi macinati a casa. Le vendite di questi ultimi, sostiene Assoutenti, è aumentata del 33% nell’ultimo anno.
Costi energetici alle stelle e instabilità cronica dei mercati globali spingono verso 1,50 euro a tazzina. Che potrebbe diventare la nuova normalità in molte altre città italiane oltre Bolzano.







