«Non so che informazioni volete, a livello politico ne ho tantissime». È una delle frasi attribuite a Raoul Gavino Piras, ex sottufficiale dei carabinieri ed ex agente dei servizi segreti italiani, arrestato ai domiciliari insieme a Vincenzo Di Pasquale nell’ambito di un’inchiesta sui presunti rapporti con l’intelligence russa.
Piras, 59 anni, avrebbe messo a disposizione di emissari di Mosca informazioni su armamenti, programmi militari, scenari internazionali e attività del controspionaggio italiano. Non semplici indiscrezioni, secondo l’accusa, ma anche nomi, fotografie e dettagli relativi a funzionari impegnati nel controllo di agenti stranieri.
La giudice Rosamaria De Lellis descrive un quadro particolarmente grave. I due ex militari, scrive nell’ordinanza, avrebbero sfruttato «abilmente l’esperienza maturata» durante il servizio e avrebbero agito «in violazione e spregio dei doveri di lealtà e correttezza verso lo Stato». Secondo la magistrata, il rischio di reiterazione dei reati resta molto alto.
Il precedente archiviato e il nuovo contatto russo
Il nome di Piras non compare per la prima volta in un’indagine di controspionaggio. La Procura di Roma lo aveva già inquisito per presunti rapporti con il colonnello russo Damir Ravilevich Kurmashov. Quell’inchiesta si concluse con l’archiviazione nel 2023, mentre l’ufficiale lasciò l’Italia dopo che le autorità lo avevano dichiarato persona non gradita.
Il caso, però, non si sarebbe chiuso definitivamente. Nel 2025 l’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna, avrebbe individuato nuovi rapporti tra Piras e Mikhail Astakhov, indicato come agente dei servizi di Mosca. Da quel momento i carabinieri del Ros avrebbero ricostruito contatti, incontri, passaggi di informazioni e richieste di denaro.
L’avvocato Francesco Vaccaro, difensore di Piras, sostiene che i documenti trasmessi dal suo assistito non contenessero informazioni riservate. Alcune intercettazioni, tuttavia, mostrerebbero un quadro diverso. In una conversazione l’ex agente riconosce che un determinato dato «è vietato», mentre in un’altra parla apertamente del rischio di un arresto e si lamenta dei compensi ricevuti per le «migliaia di informazioni» fornite nell’arco di dodici anni.
Quanto valeva un’informativa
Il denaro ricorre spesso nelle conversazioni intercettate. Piras avrebbe discusso con Astakhov delle somme pagate per ogni rapporto e della concorrenza esercitata da altri apparati stranieri.
Una delle sue fonti, delusa dai mille euro offerti dai russi per ogni informativa, avrebbe scelto di collaborare con l’addetto militare dell’ambasciata di un Paese arabo. Piras, invece, avrebbe cercato di conservare il rapporto con il referente di Mosca, dal quale avrebbe potuto ottenere fino a 4.000 euro per ogni dossier.
Proprio per non perdere quella fonte di guadagno, secondo gli investigatori, avrebbe evitato di mettere per iscritto un’informazione molto delicata: l’Aise stava controllando i movimenti di Astakhov. Una comunicazione ufficiale, temeva, avrebbe potuto spingere l’intelligence russa a richiamare l’agente in patria, interrompendo così il flusso di denaro e informazioni.
Il rapporto tra i due non si sarebbe limitato alla semplice cessione di documenti. Piras avrebbe anche promesso materiale di natura politica e militare, rispondendo a richieste che riguardavano non soltanto l’Italia ma diversi scenari internazionali. Tra gli argomenti citati nell’inchiesta compare anche l’efficacia degli attacchi contro strutture nucleari iraniane.
I nomi degli agenti italiani e la proposta di controsorveglianza
Le informazioni più allarmanti riguardano però le attività del controspionaggio italiano. Piras avrebbe consegnato nomi, cognomi e fotografie di funzionari dei servizi impegnati nel monitoraggio di agenti russi e di rappresentanti di altri Paesi.
Tra le persone segnalate comparirebbe anche una dipendente dell’Aise incaricata di seguire le mosse di Astakhov. Secondo l’ordinanza, l’ex 007 non si sarebbe limitato a indicarne l’identità, ma avrebbe perfino proposto al referente russo di organizzare una controsorveglianza contro di lei.
Nelle carte compare inoltre un documento dal titolo «Urgentissimo – Cittadino russo in contatto con personale dell’Aise». Il testo riguarda Ruslan Suriadov, cittadino russo con passaporto ucraino residente a Matera, sospettato dagli apparati italiani di lavorare per l’intelligence di Mosca.
Gli investigatori valutano anche l’ipotesi di un’operazione sotto falsa bandiera, cioè un’azione organizzata in modo da attribuirne la responsabilità a un soggetto diverso da quello che l’ha realmente pianificata. Su questo punto, però, l’inchiesta dovrà ancora verificare la natura e la consistenza delle informazioni raccolte.
L’accusa di tradimento dei doveri verso lo Stato
Per la giudice, Piras e Di Pasquale conoscevano perfettamente il valore del materiale che trattavano. La lunga esperienza nelle forze dell’ordine e nei servizi avrebbe consentito loro di individuare informazioni utili, valutarne l’importanza e muoversi con maggiore cautela rispetto a persone estranee agli apparati.
L’accusa considera particolarmente grave proprio questo elemento: i due avrebbero utilizzato competenze e relazioni costruite al servizio dello Stato per alimentare un circuito informativo destinato a un Paese straniero.
Piras e Di Pasquale restano naturalmente innocenti fino a una sentenza definitiva. L’inchiesta dovrà stabilire quali documenti siano realmente passati di mano, quale livello di segretezza avessero e quali danni abbiano eventualmente prodotto alla sicurezza nazionale.
Le intercettazioni, tuttavia, delineano già un sistema nel quale informazioni, relazioni personali e denaro sembrano intrecciarsi per anni. Un presunto mercato delle notizie riservate che avrebbe trasformato due ex uomini dello Stato in fonti al servizio di apparati stranieri.







