La vittoria di Abdul El‑Sayed nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan arriva come un lampo in un panorama politico già polarizzato. Il candidato progressista, medico, musulmano, figlio di immigrati egiziani, ha superato la rivale Haley Stevens nonostante la massiccia campagna finanziata dai gruppi filoisraeliani. Un risultato che riapre il dibattito sull’influenza dell’Aipac (American Israel Public Affairs Committee), un gruppo di pressione statunitense noto per il forte sostegno allo Stato di Israele, e segna l’ascesa di una figura fuori dagli schemi, capace di costruire consenso con un linguaggio diretto, spesso brutale, sempre divisivo.
Linguaggio da ring e accuse incrociate
Per capire chi sia El‑Sayed basta scorrere alcune delle frasi che hanno scandito la sua campagna. «Qui a Dearborn c’è tanta gente triste», ha risposto a chi gli chiedeva un commento sull’uccisione di Khamenei. Dopo l’attacco terroristico alla sinagoga del Michigan ha detto: «Le persone ferite feriscono le persone». Sul senatore John Fetterman, fortemente pro‑Israele, ha usato un’immagine violenta: «Basta attaccare a un palo la testa di un orco per scoraggiare gli altri». E ancora: «Se loro abbassano il livello, noi li portiamo nel fango e li strozziamo». «Non comincio le risse, le finisco». «Non sono qui per essere gentile». Una dichiarazione di intenti che riassume perfettamente il suo stile.
Un’agenda politica radicale
El‑Sayed, 41 anni, americano di prima generazione, non è mai stato formalmente parte dei Dsa, i democratici‑socialisti, ma negli anni ha partecipato a vari eventi del movimento. Oggi se ne tiene a distanza, consapevole che il Michigan – dove Trump ha battuto Harris con poco più dell’uno per cento – è molto più centrista rispetto a New York, la città dove Zohran Mamdani ha costruito la sua vittoria parlando del «calore del collettivismo». Eppure El‑Sayed condivide le tre priorità dei Dsa: estensione della sanità pubblica a tutta la popolazione, cancellazione dei finanziamenti a Israele, patrimoniale. Un’agenda radicale, soprattutto in uno Stato che resta terreno di battaglia elettorale.
I comizi col podcaster maoista
La sua affermazione testimonia lo spostamento a sinistra della cosiddetta finestra di Overton ( lo spettro di idee, opinioni e proposte politiche considerate accettabili nel dibattito pubblico di una società e in un determinato momento storico, ndr) , ampliata dalla vittoria di Trump nel 2024. Nei comizi El‑Sayed si presenta spesso accanto al podcaster maoista Hasan Piker, noto per dichiarazioni incendiarie come «l’America si meritava l’11 settembre» o «voglio vedere il sangue dei capitalisti scorrere nelle strade». Un’accoppiata che ha alimentato dubbi e sospetti, ma non ha frenato la sua avanzata.
I presunti legami con la Fratellanza Musulmana
Gli avversari democratici hanno scelto una strategia che oggi appare controproducente: evitare di attaccarlo sui presunti legami — attraverso il suocero — con la Fratellanza Musulmana, per non alienarsi il voto musulmano. Hanno preferito insistere sulle sue posizioni durissime contro Israele e i lobbisti americani filoisraeliani, ignorando la sua ambiguità sulla legittimità dello Stato ebraico. Ambiguità che anche Bernie Sanders, suo grande sponsor, ha evitato di chiarire in tv.
Le accuse di maschilismo
La campagna si è poi spostata sul terreno del carattere. El‑Sayed ha attaccato con toni aggressivi la governatrice Whitmer e la rivale Stevens, ricevendo accuse di maschilismo. Ha risposto accusando gli avversari di razzismo, e i sondaggi mostrano che tra le elettrici il suo consenso resta alto. Neppure l’argomento “troppo di sinistra per vincere a novembre” ha funzionato: per molti elettori Stevens, colpevole di sostenere Israele, è comunque invotabile.
Trump già parla di elezioni truccate
Sul voto di novembre El‑Sayed non mostra prudenza. Ha detto a Time che «userò Rogers come straccio per i pavimenti», definendo il repubblicano «una caricatura, un vecchio politicante». Ha previsto un distacco di sette punti. Sono previsioni che non possono essere considerate definitive: come sempre, è necessario verificare le informazioni con fonti ufficiali e attendere i risultati certificati. Ma il tono resta quello di un candidato convinto di poter ribaltare gli equilibri.
La sua vittoria ha già attirato l’attenzione del presidente Donald Trump, che su Truth ha parlato di «elezioni truccate» e ha definito la contea di Wayne «una delle aree elettorali più corrotte degli Stati Uniti». Trump ha bollato El‑Sayed come «comunista perdente che odia gli ebrei e Israele». Un attacco frontale che conferma quanto la candidatura del progressista stia diventando un caso nazionale.







