Cento milioni di euro pubblici sono usciti dalle casse dello Stato, ma i cittadini non possono sapere con precisione dove siano finiti. Il governo Meloni ha chiuso con 100.221.429,85 euro il contenzioso sulle mascherine tra lo Stato e JC Electronics, società guidata da Dario Bianchi, imprenditore vicino agli ambienti di Fratelli d’Italia e ospite di Atreju. Quando il Partito democratico ha chiesto di vedere le carte, il ministero della Salute ha abbassato la saracinesca.
Il senatore Francesco Boccia aveva domandato il testo della transazione firmata il 31 ottobre 2025, i documenti preparatori e gli atti relativi ai pagamenti. Il ministero guidato da Orazio Schillaci gli ha negato l’accesso richiamando la riservatezza delle trattative e il parere dell’Avvocatura dello Stato.
La parola «secretazione», dunque, fotografa il risultato politico più che la precisa classificazione giuridica degli atti: il governo non ha apposto un segreto di Stato, ma ha sottratto la documentazione al controllo richiesto dall’opposizione. Per oltre cento milioni di denaro pubblico, la differenza offre ben poco conforto.
Cento milioni a JC Electronics, ma l’accordo resta nascosto
La vicenda nasce da una fornitura di mascherine risalente alla pandemia. Dopo la risoluzione del contratto, JC Electronics portò lo Stato in tribunale e ottenne in primo grado una condanna superiore a 203 milioni di euro, oltre agli interessi.
Il governo decise di non attendere il giudizio d’appello. Il 29 ottobre 2025 stanziò 110 milioni attraverso un decreto legge; due giorni dopo firmò la transazione da 100,2 milioni. Schillaci ha difeso la scelta sostenendo che l’accordo abbia dimezzato il possibile danno per le finanze pubbliche. Se lo Stato avesse perso anche in appello, ha spiegato il ministro, avrebbe dovuto pagare l’intera somma.
È una spiegazione possibile, ma non sufficiente. Proprio perché l’esborso ha raggiunto dimensioni enormi e ha interrotto il contenzioso prima del secondo grado, il governo dovrebbe mostrare ogni passaggio della trattativa. Invece chiede ai contribuenti di fidarsi e tiene nascosto il conto.
La Commissione Covid ha la chiave e Fratelli d’Italia non la usa
L’unico organismo parlamentare che potrebbe superare il blocco è la Commissione d’inchiesta sul Covid. Qui comincia il capolavoro: la maggioranza di centrodestra controlla la Commissione e il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei la presiede.
Lo stesso Lisei ha sostenuto che la Commissione non possa occuparsi della transazione perché risale al 2025 e quindi supera il perimetro temporale dell’emergenza pandemica. Il governo nega gli atti al PD e indica come unica via d’accesso una Commissione che la maggioranza considera incompetente. La cassaforte ha una chiave, ma chi la custodisce assicura di non poterla infilare nella serratura.
Il paradosso cresce leggendo la posizione dell’Avvocatura dello Stato. Secondo la ricostruzione di Repubblica, l’organo che ha negoziato l’intesa non ravviserebbe ostacoli alla consegna del testo dell’accordo e degli atti di pagamento, perché riguardano risorse pubbliche. Il ministero ha scelto comunque la linea più opaca.
Il mistero dei beneficiari e il documento portato da Conte in Procura
Pubblicare gli atti servirebbe anche a chiarire chi abbia incassato effettivamente i cento milioni. Prima della transazione, JC Electronics aveva ceduto parte dei crediti ad altri soggetti finanziari. Bianchi ha dichiarato di aver ricevuto 23 milioni, non l’intera somma. Restano quindi da identificare con precisione tutti i beneficiari del pagamento.
Alla vicenda si aggiunge il documento anonimo consegnato da Giuseppe Conte alla Procura di Roma. L’ex presidente del Consiglio sostiene che il verbale del 14 aprile 2022 sollevi dubbi sulle caratteristiche e sull’efficacia filtrante di una partita di quasi 7,9 milioni di mascherine. Conte ha usato il condizionale e ha chiesto ai magistrati di verificare.
JC Electronics respinge le accuse e sostiene che quel documento fosse già noto e che la magistratura abbia riconosciuto la conformità dei dispositivi. L’azienda richiama inoltre gli accertamenti dell’Inail e dell’Agenzia delle Dogane. Non spetta alla politica emettere sentenze sulla qualità delle mascherine; spetta però al governo spiegare perché abbia versato cento milioni e a chi.
La questione non consiste nel dimostrare un favore a un imprenditore vicino a Fratelli d’Italia: al momento non esistono elementi per affermarlo come fatto. Consiste nel pretendere trasparenza su un accordo gigantesco concluso con quell’imprenditore. Nascondere le carte non cancella i sospetti: li moltiplica.
Il governo Meloni ha costruito una Commissione per processare politicamente la gestione altrui della pandemia. Quando l’indagine sfiora cento milioni pagati dal suo governo, però, il diritto alla verità finisce improvvisamente fuori competenza. Sul Covid pretende di aprire ogni cassetto. Tranne quello con dentro il proprio assegno.







