Il burrito da 20 dollari scatena la guerra nel partito di Trump: i repubblicani temono che il caro vita presenti il conto ai midterm

Trump mangia un burrito

Donald Trump prometteva di rendere di nuovo grande l’America. Per ora, nel suo partito, non riescono neppure a mettersi d’accordo su quanto debba costare un burrito. La pietanza messicana amata dagli americani ha scatenato una piccola guerra civile repubblicana e trasformato una tortilla ripiena nel simbolo del caro vita che la Casa Bianca non riesce a togliere dal menu.

La miccia l’ha accesa Andrew Kolvet, portavoce dell’organizzazione conservatrice Turning Point USA. Uno studente gli avrebbe confidato una convinzione elementare: «Un burrito non dovrebbe costare 20 dollari». Kolvet ha rilanciato il messaggio sui social, aggiungendo che, al di là delle responsabilità della pandemia e dell’inflazione maturata durante la presidenza Biden, «le cose di base sembrano costare troppo».

Il prezzo di 20 dollari non rappresenta naturalmente la media nazionale. A Washington, nelle principali catene, un burrito da asporto può costare tra 6,50 e 13,50 dollari, mentre ingredienti aggiuntivi e consegna a domicilio possono far salire il conto. Ma in politica conta la percezione: se un pasto considerato popolare e accessibile diventa un piccolo lusso, qualcuno rischia di pagare alle urne.

Il burrito divide il partito di Trump

La discussione ha messo di fronte le due anime del trumpismo. Da una parte emergono i conservatori liberisti, convinti che il mercato stabilisca i prezzi e che i giovani debbano smettere di lamentarsi. Dall’altra si schiera l’ala populista, che riconosce nel costo della vita una minaccia politica capace di travolgere i repubblicani alle elezioni di medio termine.

Dan Crenshaw ha scelto la delicatezza di una padellata in faccia. Il deputato repubblicano del Texas ha invitato gli studenti a «smetterla di lamentarsi», trovare un lavoro, dividere la casa con quattro coinquilini e mangiare ramen. «Al mercato non interessa quanto pensate che qualcosa dovrebbe costare», ha scritto.

Anche Marc Thiessen, ex collaboratore di George W. Bush ed editorialista del Washington Post, ha ricordato che dopo l’università si nutriva di ramen e lavorava duramente per potersi permettere una vita migliore. La ricetta della vecchia destra americana appare quindi semplice: se il burrito costa troppo, rinunciate al burrito.

Vance risponde con una battuta sul peso di Thiessen

JD Vance non ha apprezzato la predica. Il vicepresidente ha definito sorprendente il commento di Thiessen e ha aggiunto che, incontrandolo di persona, risulterebbe «piuttosto evidente che quell’uomo non si sia mai perso un burrito». Un attacco al fisico dell’editorialista che non offre soluzioni all’inflazione, ma fotografa perfettamente il livello raggiunto dallo scontro.

La stessa Fox News, emittente di riferimento dell’elettorato trumpiano, ha parlato apertamente di una «guerra civile» repubblicana sull’accessibilità economica. Il burrito ha fatto emergere una frattura più profonda: i populisti temono che liquidare le difficoltà quotidiane degli americani con un invito a lavorare di più riproponga la stessa arroganza rimproverata per anni alle élite democratiche.

Angela Morabito, portavoce del conservatore Defense of Freedom Institute, lo ha scritto senza giri di parole: se la risposta della destra alla crisi consiste nel consigliare alla gente cibo peggiore, «perderemo a novembre e ce lo meriteremo».

Il caro vita minaccia i repubblicani ai midterm

Il problema non nasce da un singolo burrito particolarmente farcito. A giugno 2026 i prezzi al consumo negli Stati Uniti risultavano superiori del 3,5 per cento rispetto a un anno prima. Mangiare fuori costava il 3,4 per cento in più, mentre gli alimenti acquistati per casa erano aumentati del 2,7 per cento, secondo il Bureau of Labor Statistics. L’inflazione ha rallentato rispetto ai picchi degli anni scorsi, ma i prezzi accumulati non sono tornati indietro.

Trump può continuare ad attribuire ogni responsabilità a Joe Biden, ma governa nuovamente il Paese da oltre un anno e mezzo. Per gli elettori, il conto della spesa, l’affitto e il prezzo del pranzo appartengono al presente, non alla precedente amministrazione. Nei midterm di novembre il presidente non comparirà sulla scheda, ma la maggioranza repubblicana sì.

Ecco perché la battaglia sulla tortilla preoccupa tanto il partito. Non importa stabilire se un burrito debba costare 8, 13 o 20 dollari. Conta che milioni di americani abbiano la sensazione di pagare troppo per tutto e che alcuni repubblicani rispondano consigliando loro di mangiare peggio.

Il burrito rischia così di diventare per Trump ciò che il prezzo delle uova rappresentò per Biden: un indicatore semplicissimo, quotidiano e politicamente micidiale. La Casa Bianca può esibire grafici, percentuali e responsabilità ereditate. L’elettore, però, guarda lo scontrino. E a novembre potrebbe presentare il conto.