La Lega resta senza una via d’uscita: Salvini propone una cabina di regia, ma Zaia, Fedriga e Fontana non ci stanno

Matteo Salvini

La proposta torna indietro quasi senza essere scartata. Matteo Salvini prova a uscire dall’angolo immaginando una cabina di regia dei territori e delle autonomie, una struttura ampia, popolata da governatori, ministri, capigruppo, presidenti dei consigli regionali, presidenti di provincia, sindaci e amministratori locali. L’obiettivo dichiarato è ricostruire un contatto diretto con la base territoriale della Lega e rispondere almeno in parte alle richieste arrivate dai presidenti di Regione, che da settimane chiedono al segretario un cambio di passo. Ma la risposta, almeno per ora, è fredda. Molto fredda.

«Non è sufficiente», si sarebbero detti tra loro Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana. E uno dei governatori, lontano dai taccuini, avrebbe usato parole ancora più nette: «Questa è proprio una boutade». Il punto politico è tutto qui. Salvini cerca una soluzione organizzativa, i governatori chiedono una svolta strutturale. Il segretario propone un organismo di raccordo, i territori chiedono una Lega diversa, più autonoma, meno centralizzata, meno dipendente dalla linea politica imposta da via Bellerio.

La cabina di regia non basta ai governatori

La crisi della Lega non nasce soltanto da un problema di comunicazione interna. Nasce da un nodo politico più profondo: il partito che fu radicato nel Nord produttivo fatica a riconoscersi nella Lega nazionale costruita da Salvini negli ultimi anni. Il malessere dei governatori non riguarda solo la gestione delle candidature o la distribuzione degli incarichi. Riguarda l’identità stessa del Carroccio, il suo rapporto con i territori, la sua capacità di parlare ancora a quell’elettorato autonomista che vede in Zaia, Fedriga e Fontana i riferimenti più solidi.

Per questo la cabina di regia appare a molti come una risposta debole. Può servire a convocare riunioni, a coinvolgere amministratori, a mostrare attenzione verso le periferie del partito. Ma non cambia gli equilibri reali. Non modifica lo statuto, non ridefinisce il rapporto tra Lega nazionale e territori, non riconosce formalmente un’autonomia politica alle aree del Nord. In altre parole, non è la Csu evocata dai governatori come modello possibile.

Salvini, dal canto suo, chiude per ora la porta a una revisione statutaria. «Per ora non cambia, ci penseremo fra tre anni», avrebbe chiarito il leader del partito di via Bellerio. Una frase che, letta nei palazzi leghisti, suona come un rinvio ma anche come un segnale preciso: il segretario non intende aprire ora una fase costituente. E senza una modifica dello statuto, ogni discorso su una Lega modello Csu resta confinato nel campo delle suggestioni.

Il nodo Zaia-Fedriga e il giallo dei vicesegretari

Anche l’ipotesi di affidare un ruolo da vicesegretario a Luca Zaia o a Massimiliano Fedriga sembra essersi fermata prima ancora di partire. Salvini ha spiegato che «non c’è un’urgenza-vicesegretario» e che «né l’uno né l’altro si sono fatti avanti». Ma dall’altra parte la ricostruzione non coincide. Sarebbe stato proprio il segretario, dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, a chiedere telefonicamente ai due governatori se fossero interessati a ricoprire quel ruolo.

La trattativa, però, si sarebbe arenata sulle condizioni poste da Zaia e Fedriga. Non un semplice incarico di rappresentanza, non una poltrona aggiuntiva dentro l’organigramma, ma una trasformazione reale: una Lega sul modello Csu, con due entità distinte e una maggiore autonomia dei territori. Una richiesta che Salvini non avrebbe ritenuto accettabile. Da qui il nulla di fatto.

Il risultato è uno stallo che fotografa bene la difficoltà del momento. Salvini non vuole cedere sovranità interna, i governatori non vogliono limitarsi a fare da foglia di fico a una gestione che contestano. Il segretario ha bisogno di ricucire, ma non vuole consegnare il partito ai presidenti di Regione. I governatori hanno bisogno di contare, ma non intendono assumersi responsabilità senza strumenti veri per incidere.

Il consiglio federale rinviato e il tempo che stringe

Il rinvio del consiglio federale ha confermato la fase di incertezza. Ufficialmente pesano le assenze. Politicamente, però, il problema è un altro: Salvini non ha ancora una ricetta capace di rimettere insieme le varie anime del partito. E il tempo non lavora a suo favore. Entro due settimane dovrà trovare una soluzione che non appaia soltanto come un aggiustamento tattico, ma come una risposta credibile alla crisi interna.

Il Carroccio è stretto tra due spinte. Da un lato, l’esigenza di evitare una resa dei conti che indebolirebbe ulteriormente il segretario. Dall’altro, la necessità di non ignorare il malessere dei territori, perché proprio lì la Lega conserva ancora la parte più preziosa del proprio patrimonio politico. Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia non sono semplici roccaforti elettorali: sono il cuore amministrativo e simbolico del partito. Se quei territori si sentono marginalizzati, l’intera architettura leghista rischia di scricchiolare.

La difficoltà sta nel trovare un equilibrio che non umili nessuno. Salvini non può permettersi di apparire commissariato dai governatori. Zaia, Fedriga e Fontana non possono accettare un coinvolgimento puramente decorativo. La cabina di regia, così com’è stata immaginata, sembra non bastare proprio perché non risolve questa contraddizione.

Milano 2027 e la tentazione del Viminale

Mentre la Lega cerca una via d’uscita dalla propria crisi interna, si apre anche la partita di Milano in vista delle comunali del 2027. Il partito prepara i gazebo per scegliere il candidato sindaco, con l’obiettivo di trasformare le primarie in un momento di partecipazione e mobilitazione. «Sabato e domenica grande appuntamento di democrazia a Milano con le primarie della Lega per scegliere il candidato sindaco e ragionare con i cittadini sulle priorità da affrontare», ha dichiarato Igor Iezzi, deputato leghista e vicecapogruppo alla Camera, invitando ai gazebo «chiunque abbia a cuore la città e abbia la volontà di contribuire alla sua rinascita dopo anni di disastro amministrativo della sinistra».

Dentro questa partita, però, si affaccia anche un’ipotesi politicamente più pesante: Salvini candidato sindaco di Milano. Iezzi lo dice apertamente: «Sceglierò come sindaco Salvini, sapendo che sarebbe la scelta migliore per la nostra città». Una suggestione che avrebbe una doppia valenza. Da un lato, rilancerebbe il leader nella sua città politica più importante. Dall’altro, gli offrirebbe una possibile via d’uscita da una leadership nazionale sempre più logorata.

Ma Salvini non ha abbandonato l’idea del Viminale. Il ministero dell’Interno resta uno dei luoghi simbolici della sua stagione di maggiore forza politica, il punto da cui aveva costruito la propria immagine di leader decisionista e identitario. Tornare lì significherebbe recuperare centralità nel governo e nella coalizione. Candidarsi a Milano, invece, significherebbe accettare una partita amministrativa rischiosa, dentro una città complessa e storicamente difficile per il centrodestra negli ultimi anni.

Forza Italia frena sull’ipotesi Salvini sindaco

A complicare ulteriormente lo scenario c’è la posizione degli alleati. Forza Italia non sembra affatto intenzionata ad accettare automaticamente una candidatura di Salvini a sindaco di Milano. Alessandro Sorte, deputato e segretario regionale azzurro in Lombardia, lo chiarisce senza troppi giri di parole: «Ogni partito può avanzare il proprio nome ma Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco. Noi restiamo per un nome civico».

È un segnale importante. La Lega può organizzare gazebo, mobilitare la propria base e lanciare il nome del segretario, ma la scelta del candidato del centrodestra a Milano dovrà passare da un accordo di coalizione. E Forza Italia, almeno per ora, non pare disponibile a intestare la sfida a Salvini. La richiesta di un nome civico indica la volontà di cercare un profilo più largo, meno divisivo, capace di parlare oltre il perimetro dei partiti.

Anche questa frizione racconta il momento difficile del leader leghista. Salvini deve ricostruire il rapporto con i governatori, tenere insieme un partito in stallo, scegliere una linea per Milano, capire se puntare ancora al Viminale e gestire alleati che non intendono consegnargli automaticamente il centro della scena. Ogni mossa rischia di aprire un fronte nuovo.

Una Lega sospesa tra identità e sopravvivenza

La cabina di regia dei territori avrebbe dovuto essere il primo passo per uscire dall’impasse. Per ora, invece, sembra aver confermato la distanza tra Salvini e i governatori. La richiesta che arriva da Zaia, Fedriga e Fontana non riguarda un tavolo in più, ma un cambio di modello. Senza quello, il rischio è che ogni soluzione appaia provvisoria, un modo per guadagnare tempo più che per risolvere la crisi.

La Lega si trova così davanti a un bivio. Può continuare con l’attuale assetto, provando a contenere il malumore dei territori attraverso organismi di raccordo e mediazioni interne. Oppure può aprire davvero il cantiere di una trasformazione, riconoscendo che il partito nazionale costruito da Salvini non riesce più a tenere insieme tutte le sue anime con la stessa forza del passato.

Per il segretario, la sfida è doppia. Deve evitare che i governatori diventino un fronte alternativo e, nello stesso tempo, deve dimostrare di avere ancora una proposta politica capace di rilanciare il Carroccio. Milano, il Viminale, i gazebo, la cabina di regia, l’ipotesi Csu: tutto si tiene dentro una crisi che non è più soltanto organizzativa, ma identitaria. E proprio per questo non basterà una riunione in più per archiviarla.