Legge elettorale, le opposizioni temono il blitz di Meloni: “Voto anticipato prima che la Consulta bocci il Melonellum”

Schlein scavalca Conte nelle primarie del campo largo

La nuova legge elettorale non è più soltanto una riforma tecnica. Per le opposizioni è diventata il cuore del disegno politico della maggioranza: cambiare le regole del gioco, approvarle in fretta e arrivare alle prossime elezioni con un sistema costruito su misura per l’attuale coalizione di governo. Il calendario racconta già molto. L’obiettivo sarebbe portare il testo alla Camera a inizio luglio e chiudere la partita al Senato prima della pausa di agosto, anche ricorrendo alla fiducia.

Nel centrosinistra l’allarme cresce di ora in ora. Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e le altre forze di opposizione stanno lavorando a una strategia comune per provare a fermare quello che ormai tutti chiamano Melonellum. Un vertice ad hoc è previsto a metà della prossima settimana, con un obiettivo preciso: capire come far deragliare una riforma che, secondo i critici, presenta profili di incostituzionalità e rischia di trasformarsi in un’arma politica.

Il sospetto delle urne anticipate

Il punto non è soltanto il contenuto della legge. È il tempo. Le opposizioni leggono l’accelerazione della maggioranza come il segnale di una possibile strategia più ampia: approvare la riforma prima dell’estate, lasciare aperta la strada delle elezioni anticipate e andare al voto prima che la Corte costituzionale possa eventualmente pronunciarsi.

Angelo Bonelli lo dice senza giri di parole: “Che questa legge sia incostituzionale lo sa anche Giorgia Meloni. E allora il punto politico non può che essere uno: evitare che la Corte intervenga prima delle elezioni e bocci il Melonellum. Sarebbe una batosta peggio del referendum”.

Il ragionamento delle opposizioni è semplice. Tra un eventuale ricorso, l’esame della Corte e una decisione definitiva potrebbero passare quattro, sei mesi o anche di più. Se nel frattempo si votasse, il Paese andrebbe alle urne con le regole appena approvate dal Parlamento, anche se successivamente dovessero emergere rilievi di costituzionalità.

Il nodo del candidato premier

Uno dei punti più contestati riguarda l’obbligo di indicare il candidato premier al momento del deposito delle liste e del programma. Per la maggioranza è una scelta di chiarezza davanti agli elettori. Per le opposizioni è invece un meccanismo che rischia di interferire con le prerogative del capo dello Stato, al quale la Costituzione affida la nomina del presidente del Consiglio.

Bonelli attacca proprio su questo fronte: “Chi ha scritto questa riforma sa bene che l’indicazione del premier viola la Costituzione, perché è prerogativa del capo dello Stato nominare il presidente del Consiglio”. Da qui il sospetto politico: la maggioranza vorrebbe approvare rapidamente una norma utile alla campagna elettorale, prima ancora che eventuali obiezioni costituzionali possano trasformarsi in un ostacolo concreto.

La maggioranza blinda il testo

A rendere ancora più duro lo scontro c’è il metodo. Secondo le opposizioni, ai deputati della maggioranza sarebbe stato chiesto di non presentare modifiche, né in commissione né in aula. Una scelta che confermerebbe la volontà di blindare il testo e procedere senza aperture, come già avvenuto su altri dossier cruciali, dalla riforma della giustizia al premierato.

Per il centrodestra, la riforma serve a garantire stabilità e a rafforzare il legame tra elettori, coalizioni e guida del governo. Per il centrosinistra, invece, è una forzatura studiata per mettere in difficoltà avversari che non hanno ancora un leader unitario e che rischiano di arrivare alla sfida elettorale con il campo largo ancora da costruire.

Il problema del campo largo

Ed è qui che la battaglia istituzionale si intreccia con quella politica. La nuova legge elettorale obbligherebbe le opposizioni a risolvere rapidamente il nodo della leadership. Il centrodestra ha già la sua candidata naturale: Giorgia Meloni. Il centrosinistra, invece, deve ancora decidere se e come scegliere un candidato premier condiviso tra Elly Schlein, Giuseppe Conte e gli altri alleati.

Per questo il Melonellum viene vissuto come una doppia trappola. Da un lato, secondo le opposizioni, cambierebbe le regole in modo discutibile. Dall’altro costringerebbe il campo largo a una resa dei conti interna proprio mentre dovrebbe prepararsi alla campagna elettorale.

La paura è che la maggioranza voglia usare il calendario come un’arma: approvare la legge, evitare la manovra economica più difficile, anticipare il voto a novembre e costringere gli avversari a inseguire. Per ora è un sospetto politico, ma abbastanza forte da agitare tutte le opposizioni.

La partita sulla legge elettorale, dunque, non riguarda soltanto il modo in cui si voterà. Riguarda il tempo, il potere, la tenuta del governo e la capacità delle opposizioni di presentarsi come alternativa credibile. E se davvero la corsa del Melonellum dovesse chiudersi prima dell’estate, l’autunno politico potrebbe diventare molto più caldo di quanto Palazzo Chigi lasci intendere.