Giorgia Meloni ha un problema grosso quasi l’8 per cento e si chiama Roberto Vannacci. Fino a pochi mesi fa l’ex generale poteva sembrare soprattutto una mina piazzata sotto la sedia di Matteo Salvini. Adesso non più. Futuro Nazionale è cresciuto abbastanza da trasformarsi in una mina sotto l’intero centrodestra e, soprattutto, sotto il progetto con cui la premier vorrebbe vincere le prossime elezioni. Perché se quei numeri arrivassero più o meno intatti al voto, senza Vannacci la coalizione potrebbe non raggiungere quel 42 per cento attorno al quale ruota il premio di maggioranza della nuova legge elettorale.
Ed ecco il paradosso: l’uomo che oggi Meloni dovrebbe combattere per impedirgli di mangiarle voti a destra potrebbe diventare domani quello di cui avrà bisogno per restare a Palazzo Chigi. Non è necessario immaginare accordi segreti o patti già scritti. Basta fare i conti. Futuro Nazionale viene rilevato ormai intorno all’8 per cento, la Lega arranca, Forza Italia difende il proprio spazio e quel pezzo di elettorato non può semplicemente essere cancellato dalla fotografia. Vannacci ha fatto saltare il vecchio schema del centrodestra: prima ha aggredito Salvini, adesso costringe Meloni a guardarsi sulla destra mentre governa cercando contemporaneamente di non perdere il rapporto costruito con Bruxelles.
Per questo le tante voci sulle elezioni anticipate potrebbero raccontare esattamente il contrario di ciò che conviene davvero alla presidente del Consiglio. Perché correre alle urne adesso, quando può aspettare? Arrivare alla scadenza naturale della legislatura significa regalarsi un anno preziosissimo per scoprire se Vannacci è un fenomeno destinato a sgonfiarsi oppure un nuovo azionista stabile della destra italiana. E significa soprattutto poter guardare cosa succederà nel resto d’Europa, dove nei prossimi mesi si giocheranno partite capaci di modificare anche il perimetro delle alleanze considerate accettabili a Roma.
Il paradosso della nuova legge: senza Vannacci Meloni rischia di non avere i numeri
La nuova legge elettorale prevede un premio di maggioranza molto consistente per la coalizione che supera il 42%: fino a 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi. Il Senato ha già approvato il testo, che deve completare il suo iter parlamentare.
Sulla carta dovrebbe essere il meccanismo destinato a garantire stabilità alla coalizione guidata da Meloni. Nella pratica, però, l’arrivo di Vannacci ha cambiato l’equazione.
Una simulazione YouTrend ha mostrato il problema con una chiarezza quasi brutale. Con Futuro Nazionale dentro la coalizione, il centrodestra arriverebbe a 226 deputati e 117 senatori, conquistando la maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Se invece Vannacci corresse da solo, secondo quella stessa simulazione il premio passerebbe al campo largo, che arriverebbe a 221 deputati e 110 senatori, mentre il centrodestra si fermerebbe rispettivamente a 139 e 69.
Non significa naturalmente che questo sarà il risultato delle elezioni del 2027: i sondaggi fotografano il presente e non predicono il voto futuro. Significa però che Vannacci è diventato una variabile matematica della strategia di Meloni.
E la Supermedia più recente rende il problema ancora più evidente: il centrodestra è sceso al 40,7%, mentre Futuro Nazionale viene accreditato del 7,7%. Il punto politico, dunque, non è stabilire se Meloni gradisca Vannacci. È capire se potrà permettersi di lasciarlo fuori.
Meloni torna a parlare alla sua destra
Anche per questo va osservato con attenzione quanto accaduto negli ultimi giorni. Dal palco di Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, Meloni ha riportato al centro della propria comunicazione alcuni temi particolarmente identitari: limite agli studenti stranieri nelle classi, obbligo di imparare l’italiano per i genitori degli studenti con gravi problemi di inserimento, divieto di burqa e niqab nelle scuole.
Non è rimasto soltanto un discorso da palco. Il 24 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che introduce nelle prime classi un tetto del 30% per gli studenti stranieri, vieta burqa e niqab e prevede sanzioni fino a mille euro nei casi indicati dal provvedimento.
Naturalmente sarebbe semplicistico leggere ogni provvedimento sull’immigrazione come una risposta a Vannacci. Sono temi presenti da anni nel programma e nell’identità politica di Fratelli d’Italia. Ma il contesto è cambiato: oggi Meloni non deve più soltanto difendere il proprio elettorato dal centrosinistra, deve impedire che si apra stabilmente un’autostrada alla sua destra.
Per quasi quattro anni Palazzo Chigi ha imposto alla leader di Fratelli d’Italia un esercizio politico complicato. Meloni ha costruito un rapporto con le istituzioni europee, ha lavorato con la Commissione, ha mantenuto una posizione nettamente atlantica e ha cercato contemporaneamente di conservare il rapporto con l’elettorato sovranista che l’aveva portata al governo.
Vannacci può permettersi ciò che una presidente del Consiglio non può fare: occupare senza mediazioni lo spazio politico più a destra.
Ed è precisamente questo che rende conveniente aspettare.
Perché votare più tardi può convenire a Meloni
Se si andasse alle urne in tempi brevi, Meloni dovrebbe risolvere subito il dilemma Vannacci: allearsi con lui, lasciarlo fuori oppure trovare attraverso la legge elettorale un sistema capace di ridurne il peso.
Arrivare alla scadenza naturale della legislatura significa invece comprare tempo. E in politica internazionale dodici mesi, in questo momento, sono un’eternità.
La Germania è diventata il caso più evidente. Friedrich Merz è uscito pesantemente indebolito dalle ultime elezioni regionali, mentre Alternative für Deutschland ha continuato a crescere: nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore la CDU è precipitata al 4,9%, il peggior risultato della sua storia nel Land, mentre AfD ha raggiunto il 37,9%. Merz ha escluso per ora un cambio di linea e resta alla guida del governo, ma all’interno della CDU la pressione è aumentata considerevolmente.
Questo non significa che la CDU stia per allearsi con AfD: il cordone sanitario resta ufficialmente la linea del partito. Ma significa che il sistema politico tedesco è sottoposto a una pressione che solo pochi anni fa sarebbe stata difficilmente immaginabile.
E per Meloni ciò conta moltissimo. Una Germania nella quale AfD diventi strutturalmente una delle principali forze politiche modifica il baricentro dell’intera Unione, anche senza arrivare necessariamente al governo.
Spagna, Vox è ormai una forza che il Partido Popular non può ignorare
Qualcosa di analogo sta succedendo in Spagna. Le rilevazioni non sono tutte concordi e il CIS continua a offrire una fotografia molto diversa dagli altri istituti, ma la media dei sondaggi di settembre colloca il Partido Popular intorno al 31-32%, il PSOE sotto il 27% e Vox oltre il 18%. Rispetto alle elezioni del 2023, per Vox significherebbe una crescita di quasi sei punti.
Anche qui il punto non consiste nell’anticipare quale governo uscirà dalle urne spagnole. Il dato politicamente rilevante è un altro: una destra radicale vicina al 20% non può essere trattata come un fenomeno marginale e rende molto più complessa la costruzione di maggioranze conservatrici che pretendano di ignorarla.
Per Meloni è un precedente da osservare attentamente. Il rapporto tra popolari e destra sovranista è infatti esattamente uno dei grandi nodi che attraversano l’Europa e che la premier italiana ha cercato per anni di utilizzare a proprio vantaggio.
Il 2027 potrebbe essere un’altra Europa
È questo il vero motivo per cui l’orizzonte europeo conta quasi quanto quello italiano.
Meloni oggi occupa una posizione particolare: guida un partito appartenente ai Conservatori europei ma, da presidente del Consiglio, dialoga stabilmente con il Partito popolare europeo e con le istituzioni comunitarie. È riuscita quindi a presentarsi contemporaneamente come leader della destra italiana e interlocutrice pienamente inserita negli equilibri dell’Unione.
Ma quegli equilibri non sono eterni.
Se nel corso del 2027 la destra radicale continuasse a rafforzarsi nei grandi Paesi dell’Unione, la frontiera politica tra destra conservatrice e destra sovranista potrebbe spostarsi. Ciò che oggi costituirebbe per Meloni un’alleanza difficilissima da spiegare ai partner europei potrebbe diventare, in un contesto differente, assai meno eccezionale.
Ed è qui che torna Vannacci.
Non perché esista oggi un accordo tra i due. Non c’è alcun elemento pubblico che consenta di sostenerlo. Ma perché Meloni potrebbe non avere alcuna necessità di decidere adesso se quell’accordo dovrà esistere.
Salvini rischia di essere il vero sconfitto della partita
Nel frattempo c’è un altro leader che dispone di molto meno tempo: Matteo Salvini.
La nascita di Futuro Nazionale ha colpito innanzitutto la Lega. Nella rilevazione YouTrend di settembre il partito di Salvini era al 4,4%, mentre quello di Vannacci raggiungeva il 7,9%. Non è una differenza marginale: significa che l’ex generale, dopo essere stato eletto nelle liste leghiste alle europee del 2024, oggi guida una formazione accreditata di quasi il doppio dei consensi del partito che lo aveva portato a Bruxelles.
Per Salvini il problema è quindi esistenziale prima ancora che elettorale. Se Vannacci consolidasse quei numeri, la Lega dovrebbe decidere quale spazio occupare: competere con lui sul terreno sovranista, differenziarsi oppure accettare di sedersi allo stesso tavolo in una coalizione nella quale i rapporti di forza sarebbero completamente cambiati.
Anche Forza Italia avrebbe un problema, seppure diverso. Antonio Tajani ha lavorato per caratterizzare il partito come componente moderata, europeista e popolare della coalizione. Un’eventuale apertura a Futuro Nazionale renderebbe inevitabilmente più difficile quell’equilibrio.
Ma qui torna la legge dei numeri: se nel 2027 l’alternativa fosse tra accettare Vannacci nella coalizione e rischiare di perdere il premio di maggioranza, il potere contrattuale degli alleati di Meloni si ridurrebbe drasticamente.
La strategia più semplice potrebbe essere non scegliere ancora
Per questo la vera notizia politica potrebbe essere esattamente l’opposto della frenesia elettorale che accompagna ogni fibrillazione della maggioranza.
Meloni non ha necessariamente bisogno di votare presto. Ha bisogno di capire quale Europa arriverà al voto italiano e quanto peserà Vannacci quando si dovranno presentare le liste.
Ogni mese trascorso può darle informazioni che oggi non possiede. Può dirle se Futuro Nazionale è una fiammata o una presenza strutturale, mostrare se la Lega riesce a recuperare terreno. Può chiarire l’evoluzione della Germania, della Spagna e degli altri Paesi europei nei quali la destra radicale sta crescendo. E può soprattutto stabilire se il 42% previsto dalla nuova legge elettorale sia raggiungibile con l’attuale coalizione oppure richieda necessariamente un allargamento.
È questa la partita che rende il 2027 molto più interessante del 2026.
Perché un’alleanza Meloni-Vannacci oggi avrebbe un costo politico enorme, dentro il centrodestra e nei rapporti europei. Fra un anno quel costo potrebbe essere ancora maggiore, oppure potrebbe ridursi radicalmente. Dipenderà dai voti, dai governi che nasceranno in Europa e dalla capacità di Vannacci di trasformare l’attuale consenso nei sondaggi in una forza politica organizzata.
Meloni, dunque, può permettersi di aspettare. Salvini molto meno. Tajani dovrà capire fino a dove può spingersi. E Vannacci, per la prima volta, non ha nemmeno bisogno di entrare nella maggioranza per condizionarne le scelte: gli basta continuare a restare abbastanza grande da rendere molto difficile vincere senza di lui.
Ed è forse questo il paradosso più interessante della politica italiana che si avvicina al 2027: la legislatura nata con una destra autosufficiente potrebbe concludersi con Giorgia Meloni costretta a decidere quanto ancora più a destra dovrà guardare per provare a conservarla.







