Per scacciare i fantasmi che bussano oggi alla porta di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni torna a un passato che sembrava archiviato. Riavvolge il nastro fino al 2019, quando sui social usava hashtag come #stop_islamizzazione. Quella parola d’ordine, che allora era un vessillo identitario, oggi le è stata sottratta da Roberto Vannacci e dalla sua cerchia, la cosiddetta sporca dozzina.
L’ex generale ha tappezzato le città di manifesti, come a Bari, dove nel giorno del comizio della premier sono comparsi maxi‑poster con la stessa scritta. È in questo gioco di specchi che Meloni decide di tornare alla sua antica crociata, convinta che per arginare l’arrembaggio dell’ex parà sia necessario ricordare agli elettori quale sia la vera destra, la sua.
La promessa di un nuovo corso
Chi era sul molo delle crociere a Bari il 4 settembre aveva già percepito il cambio di passo. La premier aveva promesso tolleranza zero contro i fondamentalisti, lasciando intendere che qualcosa si stesse muovendo. Due settimane dopo, dal palco di Fenix, arriva l’annuncio: stop al burqa nelle scuole e tetto agli studenti stranieri per classe.
Ai piani alti del governo spiegano che la strada maestra è un decreto, su cui il ministro Valditara sta lavorando. Una bozza potrebbe approdare presto in Consiglio dei ministri, ma mancano i visti tecnici necessari a giustificare la straordinaria necessità e urgenza previste dalla Costituzione. Meloni ha preferito ritardare l’annuncio per snocciolarlo davanti ai giovanissimi simpatizzanti della fiamma, la fascia dove Vannacci spopola su TikTok e dove la premier vuole riaffermare la sua leadership.
Il ddl Kelany e la rincorsa degli alleati
La linea anti‑Islam non si ferma qui. Da Palazzo Chigi è arrivato l’ordine al gruppo di Fratelli d’Italia alla Camera di calendarizzare il ddl firmato da Sara Kelany, pupilla del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Il testo, presentato nell’ottobre 2025, punta il cosiddetto separatismo islamico, con verifiche sui finanziamenti alle moschee e divieto di velo integrale non solo a scuola, ma in qualsiasi spazio pubblico. La Lega ha rilanciato subito, proponendo che il divieto valga ovunque, in una rincorsa che rivela quanto l’avanzata di Vannacci stia agitando anche gli ex lumbard.
Le tensioni che attraversano la coalizione
Dall’entourage di Matteo Salvini trapela che nemmeno la premier era stata informata con anticipo dell’annuncio di un congresso straordinario della Lega. Meloni, raccontano dalla sua cerchia, eviterà di esporsi qualora emergesse uno sfidante di peso. Non solo per i rapporti con Luca Zaia, ma anche per ragioni di tattica politica: con Salvini c’è un legame di affetto e, al netto di qualche sortita, si è mostrato affidabile nei voti parlamentari. È un equilibrio delicato, che la premier non vuole incrinare proprio ora.
I numeri che preoccupano il Carroccio
I sondaggi riservati proiettano la Lega poco sopra il quattro per cento, una soglia che rende impossibile immaginare una vittoria della coalizione. Un nuovo segretario potrebbe ottenere un rimbalzo tecnico di almeno due punti, ma rischierebbe di essere meno collaborativo in Aula, complicando l’ultimo tratto di legislatura.
Per questo Meloni sembra orientata a non intervenire nelle dinamiche dell’alleato più fragile. Vale anche per le suppletive di Reggio Calabria, che preoccupano soprattutto Forza Italia. Se il candidato vicino a Vannacci non riuscisse a far perdere il seggio all’azzurro Fabio Roscioli, i Fratelli potrebbero sostenere che l’ex generale è ininfluente. Se invece Roscioli non vincesse, i meloniani potrebbero dire che la sua corrente favorisce la sinistra, un argomento utile in vista delle Politiche.







