A Philadelphia, con tanto di t-shirt grigia che, come ironizza Selvaggia Lucarelli sui social, ricorda inevitabilmente la Chiara Ferragni del Pandoro-gate, quella indossata nel video con cui l’influencer si scusava con i follower parlando di un «errore di comunicazione», Ed Sheeran ha definito la situazione a Gaza «catastrofica e ingiustificabile». Ed rompe finalmente il silenzio e ammette: «Sto commettendo degli errori e mi dispiace tantissimo». Il problema è che queste parole arrivano dopo la decisione di escluder Macklemore dal tour, dopo le polemiche che hanno fatto seguito, ma soprattutto dopo le prese di posizione degli altri artisti e dopo che il caso è diventato un problema anche per la stessa immagine pubblica di Ed Sheeran.
E allora la domanda non è soltanto che cosa pensi oggi Ed Sheeran di Gaza. La domanda è molto più semplice: perché ha aspettato che esplodesse tutto prima di dirlo? Perché quando una persona sceglie il silenzio mentre la polemica cresce, e poi prende posizione quando quel silenzio comincia a diventare un problema, è inevitabile che qualcuno si chieda se a cambiare sia stata davvero la sua coscienza oppure semplicemente il costo del non parlare.
Ed Sheeran parla di Gaza, ma il problema resta
A Philadelphia il contesto è quello di un artista che, prima, aveva scelto di non trasformare la propria musica in una piattaforma politica. Ma quando quella scelta è arrivata nel mezzo della vicenda Macklemore, il silenzio è diventato una scelta comunicativa con conseguenze pubbliche. Oggi Sheeran chiede di essere ascoltato sulle proprie intenzioni. Il pubblico, però, guarda soprattutto ai fatti e non riesce più a guardarlo con gli stessi occhi.
Le scuse non cancellano
Il punto centrale non è nemmeno soltanto Gaza. È Macklemore. Il rapper era salito sul palco e aveva gridato «Palestina libera». Poco dopo è stato escluso dal tour. Sheeran ha spiegato di non essere stato personalmente responsabile della decisione e di avere cercato di mediare. Ma proprio qui nasce la contraddizione che ha alimentato la protesta: se Sheeran riteneva importante prendere le distanze dalla situazione e oggi definisce ingiustificabile ciò che sta accadendo a Gaza, perché non ha sentito la stessa urgenza quando il problema riguardava un artista escluso dopo avere espresso pubblicamente solidarietà ai palestinesi?
Non è necessario attribuirgli intenzioni che non possiamo conoscere. Basta guardare la sequenza degli avvenimenti. È proprio la sequenza di tali avvenimenti che rende le sue scuse difficili da digerire per una parte del pubblico.
Troppo tardi per salvare l’immagine?
Non possiamo sapere se Sheeran abbia parlato perché abbia maturato una convinzione più profonda o perché la pressione sia diventata insostenibile. Ma non è nemmeno credibile chiedere al pubblico di non porsi questa domanda. Quando un personaggio pubblico prende posizione soltanto dopo che la propria immagine viene investita da una crisi, il dubbio del pubblico è inevitabile.
Il pubblico ha visto tutto: ha visto l’espulsione di Macklemore, ha a visto le polemiche, ha visto gli artisti prendere posizione e ha visto Ed Sheeran cambiare tono. Non basta quindi dire “ho sbagliato” per fare sparire la cronologia dei fatti. Le scuse possono essere sincere ma possono anche arrivare troppo tardi per ricostruire automaticamente una credibilità che nel frattempo si è incrinata. Perché sulla tragedia di Gaza non esiste soltanto il diritto di parlare quando si vuole. Esiste anche il peso delle decisioni che si prendono quando si sceglie di non esporsi.
La musica non è soltanto intrattenimento, evasione, classifiche e concerti. Da sempre gli artisti raccontano il proprio tempo, prendono posizione, denunciano guerre, discriminazioni e ingiustizie, sostengono cause, contestano governi e danno voce a persone che altrimenti rischierebbero di non essere ascoltate. Pretendere che la musica debba restare sempre e comunque fuori dalla politica significa dimenticare una parte enorme della sua storia.







