Se Schlein e Conte non smettono di litigare, nel 2027 la destra rischia di vincere senza combattere. E ci troviamo Vannacci premier, Putin sotto casa e Giorgia al Quirinale

Giuseppe Conte e Elly Schlein – Ipa @lacapitalenews.it

Mentre Casa Italia brucia, tra pistoleri, generali e una destra che allarga ogni giorno il perimetro del proprio potere, non disturbate Elly Schlein e Giuseppe Conte. I due leader del centrosinistra sono impegnati nella loro specialità preferita: discutere di tutto tranne che della sola questione che dovrebbe togliergli il sonno. Come si batte Giorgia Meloni?

La risposta, a oggi, è semplice e desolante: non si batte. Non con un’alleanza che esiste soltanto nelle conferenze stampa, non con un “campo largo” che è ancora un’aiuola spelacchiata, non con due capi partito che si guardano come pugili in attesa che l’altro abbassi la guardia.

Un’opposizione che non diventa alternativa

Il problema non è che Pd, Movimento 5 Stelle e Avs non abbiano idee. Il problema è che non hanno ancora costruito il contenitore capace di trasformarle in una proposta di governo. Un programma comune non c’è. Una leadership condivisa non c’è. Una strategia per conquistare il voto moderato, riformista, cattolico e produttivo del Paese non c’è.

Eppure sarebbe l’unica strada possibile. Il campo largo non può continuare a coincidere con la somma delle sinistre e dei grillini: va allargato, davvero, a Italia Viva, +Europa, ai civici, ai riformisti, ai mondi che non si riconoscono né nel sovranismo muscolare né nella nostalgia movimentista.

Da Alessandro Onorato ai gruppi di Ernesto Maria Ruffini, passando per Matteo Renzi e Riccardo Magi: tutti litigano, tutti si annusano con sospetto, tutti aspettano che sia un altro a fare il primo passo. Un capolavoro di miopia politica. Anche perché l’eventuale sbarramento selettivo per le liste minori dovrebbe convincere i piccoli a unirsi, non a giocare alla guerra dei bottoni.

Troppi capetti, nessun federatore

Carlo Calenda non ne vuole sapere. Renzi non vuole Onorato. Onorato non vuole la Casa Riformista. Ruffini sembra non volere nessuno. Nel frattempo, però, le formule di alleanza hanno già funzionato in territori decisivi: Genova con Silvia Salis, Toscana con Eugenio Giani, Campania con Roberto Fico. Quando c’è da vincere un’elezione, improvvisamente gli inconciliabili scoprono di poter sedere allo stesso tavolo.

A livello nazionale, invece, ciascuno custodisce il proprio orticello come se fosse una reggia. E Schlein e Conte, anziché fare da architetti di una casa comune, sembrano i due amministratori di condominio che litigano sulle spese mentre il palazzo va a fuoco.

Si è parlato di Franco Gabrielli, figura istituzionale solida ma senza una vera riconoscibilità politica nazionale. Poi di Gaetano Manfredi, sindaco apprezzato ma difficilmente trasformabile in un trascinatore di campagna elettorale. Si parla di Antonio Decaro, forte nel suo territorio ma poco conosciuto fuori dal perimetro meridionale. E si parla di Roberto Gualtieri: romano, riformista, ex ministro dell’Economia, uomo abituato al compromesso e al lavoro di governo. Il classico “papa straniero” che potrebbe tenere insieme mondi diversi.

L’ego vale più della vittoria?

Il punto è proprio questo: Schlein e Conte sarebbero disposti a farsi da parte? Non a sparire, ma a riconoscere che una coalizione non si guida per diritto di primogenitura né perché si è il leader del partito più grande. Si guida se si è in grado di vincere.

Se tenessero davvero al successo di un’alternativa, più che alla personale ambizione di salire a Palazzo Chigi, avrebbero già aperto una discussione seria sul candidato premier. Invece il centrosinistra continua a coltivare l’illusione che basti evocare il pericolo Meloni per trasformare l’eterogeneità in unità.

Non basta. Perché dall’altra parte, piaccia o no, una leadership c’è. E se nel 2027 l’opposizione si presenterà ancora divisa, rancorosa e incapace di parlare a chi non vota per fede, lo scenario oggi considerato fantapolitico potrebbe diventare realtà: Giorgia Meloni al Quirinale e un generale come Roberto Vannacci proiettato verso Palazzo Chigi. A quel punto, Schlein e Conte potranno continuare a discutere del secchio. Ma l’incendio avrà già divorato la casa.