Donald Trump ha un problema che si chiama Pete Hegseth. E il problema è che non può liberarsene senza ammettere, almeno politicamente, che la guerra contro l’Iran si è trasformata in un disastro anche per la sua presidenza. Dopo la sconfitta repubblicana alle elezioni americane di metà mandato, il segretario alla Difesa è finito nel mirino di democratici, repubblicani e di una parte della stessa amministrazione. La sua permanenza al Pentagono appare sempre più precaria, mentre prende corpo l’ipotesi di un procedimento di impeachment che potrebbe trasformarlo nel primo grande sacrificato della nuova stagione politica americana.
A rendere ancora più complicata la posizione di Hegseth è il progressivo isolamento all’interno del Partito repubblicano. Il vicepresidente JD Vance, che aveva avuto un ruolo determinante nella conferma della sua nomina, ha collegato la sconfitta elettorale alla guerra. Un giudizio che investe direttamente il capo del Pentagono, considerato a Washington uno dei principali sostenitori dell’intervento militare contro Teheran e tra coloro che avrebbero convinto Trump a dare il via alle operazioni.
Trump lo difende, ma a Camp David sarebbe esplosa la rottura
Ufficialmente il presidente continua a proteggere il suo segretario alla Difesa. «Ho ricevuto lamentele su di lui, ma non capisco il perché», ha dichiarato Trump, cercando di ridimensionare le polemiche.
Dietro questa difesa pubblica, però, i rapporti tra i due sarebbero molto meno solidi di quanto la Casa Bianca voglia far credere.
La frattura risalirebbe all’estate, quando durante una riunione particolarmente tesa a Camp David Trump avrebbe accusato Hegseth di avergli nascosto un dato fondamentale: la guerra contro l’Iran stava consumando le riserve militari americane molto più rapidamente di quanto previsto.
Una circostanza politicamente esplosiva, perché riguarda la capacità degli Stati Uniti di sostenere un conflitto prolungato senza compromettere la disponibilità di armamenti e munizioni necessari anche su altri fronti strategici.
Di fronte alle contestazioni del presidente, Hegseth avrebbe cercato di scaricare le responsabilità sul proprio vice, Stephen Feinberg. Ma la manovra non sarebbe bastata a recuperare la fiducia di Trump.
Il presidente, tuttavia, deve fare i conti con un dilemma: licenziare il capo del Pentagono subito dopo la sconfitta elettorale significherebbe offrire agli avversari una conferma delle difficoltà incontrate nella conduzione della guerra.
L’impeachment si avvicina e anche i repubblicani potrebbero votare contro Hegseth
La minaccia più concreta per il segretario alla Difesa arriva dal Congresso.
Hegseth deve affrontare accuse politiche pesantissime: aver condotto operazioni militari senza la necessaria autorizzazione parlamentare e non aver garantito un’adeguata protezione dei civili durante il conflitto.
Sono contestazioni che potrebbero costituire la base di una richiesta di impeachment, il procedimento costituzionale attraverso il quale la Camera dei rappresentanti può mettere formalmente in stato d’accusa un alto funzionario federale.
Una volta presentata secondo la procedura prevista, la richiesta potrebbe arrivare rapidamente all’esame dell’aula. L’approvazione degli articoli di impeachment richiederebbe la maggioranza semplice della Camera, mentre per una condanna e la conseguente rimozione dall’incarico servirebbe il voto favorevole dei due terzi del Senato.
Il dato politicamente più significativo è che il fronte contrario a Hegseth non comprenderebbe soltanto i democratici.
Anche alcuni repubblicani, soprattutto tra coloro che hanno pagato il prezzo della sconfitta elettorale, sarebbero pronti a sostenere l’iniziativa contro il segretario alla Difesa.
La possibilità di un impeachment non equivale naturalmente a una rimozione certa, perché il passaggio al Senato richiederebbe una maggioranza particolarmente ampia. Ma un procedimento pubblico rappresenterebbe comunque un colpo durissimo per il Pentagono e per la credibilità dell’amministrazione.
La guerra in Iran diventa il conto politico che nessuno vuole pagare
Il destino di Hegseth è ormai strettamente legato a quello del conflitto iraniano.
L’amministrazione aveva presentato l’intervento militare come una scelta necessaria per difendere gli interessi strategici americani. Ma il protrarsi delle operazioni, il consumo delle risorse militari e le conseguenze economiche della guerra hanno alimentato un crescente malcontento nell’opinione pubblica.
Il risultato delle elezioni di metà mandato ha trasformato quel malcontento in un problema immediato per la Casa Bianca.
Trump deve ora decidere se continuare a difendere il ministro che ha sostenuto la guerra oppure individuare un responsabile sul quale concentrare le critiche.
La seconda strada, tuttavia, comporta un rischio evidente: ammettere che la gestione del conflitto ha presentato problemi gravi e che il presidente non è riuscito a controllare pienamente le decisioni dei propri collaboratori.
Non a caso, tra le ipotesi che circolano a Washington compare anche quella di sacrificare alcuni vertici militari anziché il responsabile politico del Pentagono.
I nomi indicati sono quelli del generale Dan Caine, presidente degli Stati maggiori riuniti, e dell’ammiraglio Brad Cooper, impegnato nella supervisione delle operazioni militari.
Una soluzione che consentirebbe a Trump di intervenire sulla catena di comando senza rinnegare apertamente la scelta di aver affidato il Pentagono a Hegseth.
Il nuovo Congresso mette fretta alla Casa Bianca
Il calendario politico rende la situazione ancora più delicata.
Il nuovo Congresso entrerà in carica il 3 gennaio e la maggioranza democratica alla Camera potrebbe imprimere un’accelerazione alle iniziative contro il segretario alla Difesa.
Trump dispone quindi di una finestra temporale per decidere se confermare Hegseth oppure sostituirlo prima che il confronto parlamentare diventi ancora più difficile.
Un eventuale cambio al vertice del Pentagono richiederebbe comunque di affrontare la questione della conferma del successore al Senato, dove le nuove condizioni politiche potrebbero complicare la scelta del presidente.
La pressione non riguarda soltanto Hegseth. Ogni decisione sulla guida del Dipartimento della Difesa finirebbe inevitabilmente per riaprire il dibattito sulla guerra in Iran, sulle sue conseguenze e sulle responsabilità dell’amministrazione.
La via di fuga del Tennessee: dal Pentagono a un seggio al Senato
Nel frattempo, per Hegseth circola anche un’ipotesi sorprendente: lasciare il Pentagono senza uscire dalla politica.
La possibile destinazione sarebbe il Tennessee, Stato nel quale risiede dal 2022 e dove potrebbe aprirsi la strada a una nomina senatoriale.
Secondo lo scenario emerso a Washington, la governatrice Marsha Blackburn potrebbe scegliere Hegseth per occupare temporaneamente il seggio rimasto vacante, consentendogli di restare al Congresso fino alle elezioni del 2028.
Una soluzione che offrirebbe al segretario alla Difesa un’uscita politicamente meno traumatica rispetto a un licenziamento o a un procedimento di impeachment.
Per ora si tratta di un’ipotesi, non di una decisione annunciata. E non cancellerebbe automaticamente le contestazioni sulla sua gestione del Pentagono.
Il paradosso è che l’uomo scelto da Trump per guidare la macchina militare americana potrebbe essere costretto a lasciare l’incarico proprio a causa della guerra che aveva sostenuto con maggiore convinzione.
La Casa Bianca continua a difenderlo pubblicamente, ma il tempo per decidere si restringe. E mentre i democratici preparano la battaglia parlamentare, una parte dei repubblicani sembra sempre meno disposta a sacrificare il proprio futuro politico per proteggere il segretario alla Difesa.







