«Via i figli a chi non impara l’italiano»: la norma choc nel decreto scuola, poi interviene Mattarella e cambia tutto

Scuola multietnica

C’era una norma destinata a trasformare il decreto sulla scuola in un caso politico e probabilmente anche costituzionale: se le difficoltà linguistiche dei genitori stranieri avessero ostacolato l’integrazione scolastica dei figli e la famiglia si fosse sottratta al percorso di sostegno previsto, il minore avrebbe potuto essere collocato fuori dal nucleo familiare.

Non si tratta di una ricostruzione successiva o di una semplice indiscrezione politica. La disposizione compariva effettivamente in una prima bozza circolata prima del Consiglio dei ministri del 24 settembre e prevedeva che la scuola segnalasse ai servizi sociali i casi nei quali le «persistenti barriere linguistiche» dei genitori ostacolassero l’integrazione scolastica del ragazzo. Ai genitori sarebbero stati offerti corsi gratuiti di italiano e, in caso di mancata adesione, la bozza richiamava perfino la possibilità del collocamento del minore fuori dalla famiglia. Quella previsione, però, nel testo approvato dal governo non c’è più.

La prima bozza e quella misura destinata a far esplodere il caso

Il passaggio era pesantissimo perché legava direttamente il comportamento dei genitori alle conseguenze sulla permanenza del figlio all’interno del nucleo familiare. La scuola avrebbe dovuto segnalare la situazione ai servizi sociali territorialmente competenti quando le barriere linguistiche degli adulti fossero diventate un ostacolo concreto all’integrazione scolastica del minore.

Da quel momento sarebbe partito un percorso di sostegno alla famiglia attraverso corsi gratuiti di italiano. Ma era il passaggio successivo a rendere la prima versione del decreto esplosiva: se la famiglia non avesse seguito il percorso indicato, entrava in scena l’ipotesi del collocamento del minore fuori dal nucleo familiare.

Prima del Consiglio dei ministri la norma è stata cancellata. E lo stesso ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, parlando dopo la riunione del governo, ha illustrato una soluzione completamente diversa: la segnalazione ai servizi sociali rimane, così come il percorso di apprendimento dell’italiano, ma chi non lo frequenta rischia una sanzione amministrativa compresa tra 200 e mille euro.

Cosa resta davvero nel decreto approvato

Il principio di fondo scelto dal governo rimane quello di coinvolgere maggiormente le famiglie nel percorso scolastico dei ragazzi quando la conoscenza insufficiente dell’italiano diventa un ostacolo all’integrazione.

«Tutti gli studi internazionali dicono che la partecipazione dei genitori al percorso formativo del figlio è fondamentale per il successo scolastico», ha spiegato Valditara al termine del Consiglio dei ministri. Il ministro ha aggiunto che, in presenza di «gravi problemi di inserimento scolastico», la scuola dovrà segnalare il caso ai servizi sociali, che disporranno un percorso di lingua italiana per i genitori. Se questi ultimi non lo seguiranno, scatteranno multe da 200 a mille euro.

La differenza rispetto alla prima bozza è quindi sostanziale: niente automatismo che possa portare un bambino fuori dalla famiglia per il rifiuto dei genitori di frequentare un corso di italiano, ma una sanzione economica.

Il tetto del 30 per cento nelle classi

Il decreto interviene anche sulla composizione delle classi e introduce, a partire dall’anno scolastico 2027-2028, un limite del 30 per cento per determinate categorie di studenti con cittadinanza non italiana.

La norma, però, è più articolata di quanto possa suggerire lo slogan del «30 per cento di stranieri». Nella scuola primaria il limite riguarda gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia oppure non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Nelle secondarie di primo e secondo grado riguarda invece gli studenti con cittadinanza non italiana che non abbiano frequentato con esito positivo per almeno tre anni il sistema nazionale di istruzione. Valditara ha inoltre precisato che i bambini stranieri nati in Italia non rientrano nel tetto.

Quando il numero delle iscrizioni rende impossibile rispettare il limite, entrano in gioco gli uffici scolastici territoriali insieme ai dirigenti, ma il decreto introduce due principi destinati a pesare nell’applicazione concreta della norma: la prossimità rispetto al domicilio dello studente e la piena effettività del diritto allo studio. Dovranno inoltre essere considerate le esigenze familiari documentate, comprese quelle legate all’assistenza di figli con disabilità.

Per le scuole nelle quali il limite non può essere rispettato sono inoltre previste risorse destinate al potenziamento linguistico: circa 17,5 milioni di euro, con attività extracurricolari per rafforzare la conoscenza dell’italiano, anche attraverso il potenziamento dell’organico, accordi con i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti e collaborazioni con soggetti del territorio.

Burqa e niqab, resta il divieto del volto coperto

Un altro dei punti più discussi riguarda burqa e niqab. Nel provvedimento approvato resta il divieto di partecipare alle attività curriculari ed extracurriculari della scuola, così come agli incontri nell’ambito dei rapporti tra scuola e famiglia, con il volto coperto o comunque in modo tale da impedirne il riconoscimento, salvo specifiche ragioni sanitarie o di sicurezza.

La violazione comporta una sanzione amministrativa da 200 a mille euro e, quando riguarda un minorenne, la multa ricade sul genitore. «Burqa e niqab non hanno spazio nella scuola italiana», ha dichiarato Valditara.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato l’impostazione complessiva del decreto, parlando di un limite del 30 per cento «per gli studenti che non conoscono adeguatamente l’italiano», di maggiori strumenti per l’apprendimento della lingua e dello «stop a burqa e niqab a scuola». Secondo la premier si tratta di strumenti che dovrebbero «aiutare a integrare davvero, evitando classi-ghetto e dando a tutti gli studenti le stesse opportunità».

Il passaggio con il Quirinale e il testo che ora attende Mattarella

Dietro la versione arrivata al Consiglio dei ministri c’è stata anche un’interlocuzione istituzionale con il Quirinale. Nel testo approvato assumono particolare rilievo il diritto allo studio e il principio di prossimità dello studente alla propria zona di residenza, elementi che riducono la possibilità che l’applicazione del tetto del 30 per cento si trasformi semplicemente nello spostamento degli alunni da una scuola all’altra.

Ora il provvedimento deve passare al vaglio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella prima della promulgazione. Ed è proprio qui che la distanza tra la prima bozza e il testo uscito dal Consiglio dei ministri assume il suo significato politico maggiore.

Nel giro di poche ore si è passati da una formulazione che contemplava persino il collocamento di un minore fuori dalla propria famiglia per il mancato rispetto del percorso linguistico imposto ai genitori a un sistema fondato su corsi gratuiti, intervento dei servizi sociali e sanzioni economiche. Resta un decreto destinato a provocare un confronto politico e giuridico molto acceso, soprattutto sul tetto del 30 per cento e sul divieto del volto coperto, ma la misura più estrema comparsa nelle prime carte non è sopravvissuta al passaggio che ha preceduto il Consiglio dei ministri.