Se è vero che i nomi raccontano la sostanza politica delle cose, il centrosinistra non attraversa esattamente il suo momento più brillante. La nuova formula proposta da Giuseppe Conte, “Alleanza per la Costituzione e la democrazia”, nasce con l’ambizione di dare un perimetro riconoscibile al campo largo, ma finisce subito dentro il problema che dovrebbe risolvere: l’incapacità di trovare un’identità comune, una parola semplice, un’immagine politica capace di parlare agli elettori prima ancora che agli stati maggiori dei partiti.
La questione, in apparenza, riguarda solo il nome. In realtà riguarda tutto il resto: leadership, rapporti di forza, alleanze, programma, rapporto con il Movimento 5 Stelle, spazio del Partito democratico, ruolo di Avs, collocazione internazionale, idea di Paese. Per questo la discussione sulla sigla non è un dettaglio comunicativo. È il sintomo di una coalizione che ancora fatica a definirsi.
Conte rilancia, ma la formula non decolla
La proposta di Conte arriva con una formula lunga, solenne, istituzionale: “Alleanza per la Costituzione e la democrazia”. Un nome pensato per indicare un fronte repubblicano contro la destra e per spostare il baricentro del confronto sul terreno delle garanzie democratiche. Ma l’effetto, almeno nelle prime ore, non sembra quello di una mobilitazione politica. La formula non accende il dibattito pubblico, non produce entusiasmo, non semplifica il messaggio.
Il problema non è solo linguistico. Il richiamo alla Costituzione, dentro la storia del centrosinistra, non rappresenta una novità. Pier Luigi Bersani lo aveva già evocato nell’estate del 2010, quando immaginava un fronte comune per battere Silvio Berlusconi. L’idea piacque allora a Rosy Bindi, poi venne ripresa da altri esponenti nel corso degli anni. Nel 2012 la stessa formula venne utilizzata anche nel centrodestra berlusconiano da Margherita Boniver, con l’obiettivo di fronteggiare la crisi economica. Nel 2013 tornò nelle parole di Stefano Fassina e in ambienti della sinistra costituzionale, con Rodotà, Zagrebelsky, don Ciotti, Landini e Sandra Bonsanti, contrari alle ipotesi di riforma che circolavano durante il governo Letta. Nel 2017 fu Antonio Ingroia a evocare un’“Alleanza per la Costituzione” contro Matteo Renzi e con un’apertura al grillismo di allora.
Il risultato è che la proposta di Conte appare più come il recupero di una formula già consumata che come l’invenzione di un nuovo campo politico. Ed è proprio qui che la vicenda diventa rivelatrice.
Schlein preferisce la “coalizione progressista”
Elly Schlein non si allinea. La segretaria del Partito democratico sceglie una formula diversa e più prudente: «Preferisco parlare di coalizione progressista». Una frase breve, ma politicamente significativa. Schlein evita di consegnare a Conte la cornice del campo largo e prova a mantenere il Pd al centro della definizione dell’alleanza.
La cautela nasce anche da un problema di merito. Il riferimento alla Costituzione può apparire nobile, ma rischia di trasformarsi in un terreno scivoloso. La Carta appartiene a tutti, non a una parte sola. Costruire una coalizione elettorale intorno a quel richiamo può rafforzare l’immagine di un fronte difensivo, ma può anche sembrare un modo per evitare il nodo principale: quale progetto politico comune mettere davanti agli italiani.
A complicare il quadro ci pensa Angelo Bonelli, che propone “Alleanza per la pace e l’ambiente”, con l’acronimo Apa. Una formula che diventa subito bersaglio dell’ironia di Carlo Calenda: «Apa? Propongo Alleanza populisti antioccidentali, è più corrispondente al vero». La battuta dell’ex ministro fotografa il punto più delicato: dentro il centrosinistra potenziale convivono culture politiche, sensibilità internazionali e priorità programmatiche che non sempre riescono a stare nello stesso contenitore.
Il campo largo resta senza identità
Il vecchio “campo largo”, con tutte le sue varianti ironiche, resta dunque ancora in piedi più per mancanza di alternative che per forza evocativa. È una definizione geometrica, non politica. Indica uno spazio, ma non dice cosa lo tenga insieme. Può contenere tutto e il contrario di tutto: Pd, Movimento 5 Stelle, Avs, pezzi centristi, civici, amministratori locali, culture ambientaliste, sinistra sociale, riformismo, pacifismo, europeismo più o meno convinto.
Il problema è che un’alleanza elettorale non vive solo di ampiezza. Vive di gerarchia, messaggio, programma, riconoscibilità. Se ogni forza politica teme di perdere identità dentro il contenitore comune, il nome diventa un campo di battaglia. Se nessuno accetta la leadership dell’altro, anche una formula apparentemente neutra si carica di significati impliciti.
È questo il vero nodo del centrosinistra. Non manca solo un nome. Manca una decisione politica condivisa su cosa debba essere l’alternativa alla destra. Una coalizione progressista? Un fronte costituzionale? Un’alleanza per la pace e l’ambiente? Un nuovo Ulivo? Un campo largo aggiornato? Ogni definizione suggerisce una gerarchia diversa e apre un conflitto diverso.
Il vuoto di parole rivela il vuoto di progetto
La difficoltà nel trovare un nome racconta anche un deficit più profondo di creatività politica. Negli anni, il centrosinistra ha moltiplicato formule, cartelli, federazioni, fronti, alleanze, senza riuscire quasi mai a trasformarle in un’immagine forte e condivisa. L’Ulivo funzionò perché non era soltanto un nome: era un racconto, un simbolo, una stagione, una leadership, un’idea di ricomposizione del centrosinistra dopo la fine della Prima Repubblica.
Oggi il percorso sembra inverso. Si cerca il nome prima ancora di aver definito davvero il progetto. Si tenta di battezzare una coalizione che ancora non sa se vuole essere larga, progressista, costituzionale, ambientalista, pacifista, europeista, radicale o riformista. Il risultato è una discussione che appassiona gli addetti ai lavori molto più degli elettori.
La proposta di Conte, la prudenza di Schlein, il rilancio di Bonelli e la battuta di Calenda non sono episodi isolati. Sono i frammenti di un problema più grande: il centrosinistra sa di dover arrivare alle elezioni con una qualche forma di alleanza, ma non ha ancora sciolto la questione decisiva. Vuole costruire una coalizione per governare o solo un fronte per impedire alla destra di vincere?
Finché questa domanda resterà senza risposta, ogni nome apparirà provvisorio. Anche il più solenne. Anche quello che invoca la Costituzione. Perché un nome politico funziona quando riesce a condensare una direzione. Se invece deve coprire troppe incertezze, finisce per rivelarle tutte.







