Hussam Abu Safieh, il medico simbolo di Gaza detenuto in Israele: «Rischia la vita, è stato picchiato e torturato»

Hussam Abu Safieh, @aljazzeera

Hussam Abu Safieh è diventato uno dei volti simbolo del collasso sanitario di Gaza. Pediatra, poi direttore dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord della Striscia, aveva scelto di restare al proprio posto anche quando molti medici avevano lasciato l’area e l’esercito israeliano aveva ordinato l’evacuazione della struttura. Per mesi ha continuato a curare bambini, feriti e pazienti in condizioni estreme, mentre intorno a lui il sistema sanitario di Gaza si sgretolava sotto il peso della guerra. Il 27 dicembre 2024 l’Idf ha fatto irruzione nell’ospedale, all’epoca indicato come l’unico ancora funzionante nel nord della Striscia, arrestando lui, altri operatori sanitari e alcuni pazienti. Da allora Abu Safieh è detenuto in Israele senza che nei suoi confronti risultino formulate accuse né avviato un procedimento penale ordinario.

La sua famiglia denuncia oggi condizioni gravissime, pestaggi e torture. L’allarme più duro arriva dal suo avvocato, Nasser Odeh, e da Physicians for Human Rights, che dopo una visita effettuata il 2 luglio nel reparto Rekafet del carcere di Nitzan, a Ramla, hanno parlato di «imminente pericolo di vita». Secondo la dichiarazione presentata dal legale, Abu Safieh è stato portato al colloquio con mani e piedi incatenati, circondato da agenti penitenziari mascherati, con ferite recenti, lividi alla testa, intorno agli occhi, alle orecchie e al collo. Odeh ha raccontato di aver faticato perfino a riconoscerlo. Il medico respirava con difficoltà, parlava a fatica, appariva estremamente debilitato e non riusciva a rimanere seduto senza perdere l’equilibrio.

Il medico che non lasciò l’ospedale

Nato il 21 novembre 1973, Hussam Abu Safieh lavorava come pediatra al Kamal Adwan dal 2015. Nel dicembre 2024 ne era diventato direttore, dopo che molti sanitari avevano lasciato Gaza. La sua figura si è caricata rapidamente di un valore simbolico perché, secondo il racconto della famiglia, si era rifiutato di abbandonare l’ospedale e i pazienti nonostante gli ordini dell’esercito israeliano. Aveva continuato a lavorare anche dopo la morte del figlio in un attacco aereo israeliano.

Il figlio maggiore, Elias Abu Safieh, oggi si occupa della famiglia e mantiene i contatti con giornali e organizzazioni internazionali per chiedere la liberazione del padre. «Non esistono accuse contro mio padre. Viene punito per essersi rifiutato di obbedire agli ordini dell’esercito israeliano di evacuare l’ospedale e lasciare soli i pazienti. I nostri sforzi mirano a salvargli la vita prima che sia troppo tardi, perché viene punito e perseguitato per la sua umanità. Vogliamo rispettati i nostri diritti fondamentali», racconta.

Il quadro familiare è segnato dall’angoscia. «È una sensazione incredibilmente difficile, indescrivibile. Stiamo soffrendo e provando lo stesso dolore che mio padre sopporta in carcere. Come famiglia sentiamo la sua sofferenza e il suo dolore», aggiunge Elias. Poi il passaggio più duro: «Secondo quanto riferisce il suo avvocato, esistono gravi preoccupazioni per le sue condizioni fisiche e psicologiche. I timori sono enormi, soprattutto dopo che è stato picchiato e torturato durante l’isolamento con un martello di ferro, riportando fratture ossee. Il suo avvocato fatica perfino a riconoscerlo a causa delle deformazioni del volto. Il pericolo è altissimo e questa situazione richiede un intervento internazionale per salvare ciò che resta della vita di mio padre».

Le accuse di pestaggi e la frase al legale: «Non uscirò vivo»

Secondo quanto riferito dall’avvocato Nasser Odeh, Abu Safieh avrebbe raccontato che, poco dopo l’udienza del ricorso davanti alla Corte Suprema israeliana, mentre si trovava in isolamento nel carcere di Ganot, quattro o cinque guardie sarebbero entrate nella sua cella aggredendolo e colpendolo su tutto il corpo. Il medico avrebbe parlato dell’uso di un martello e di manganelli durante il pestaggio. Dal trasferimento nel reparto Rekafet del carcere di Nitzan, avrebbe inoltre denunciato violenze quotidiane, perdita di conoscenza in più occasioni e mancanza di cure mediche adeguate.

Durante il colloquio con il legale, Abu Safieh avrebbe espresso il timore di essere arrivato alla fine: «Questa è l’ultima volta che mi vedrai. Mi hanno portato qui per uccidermi. Non credo che uscirò vivo da qui. Questa è la fine». Parole che, se confermate, trasformano la sua detenzione in un caso umanitario urgente.

Odeh ha presentato un ricorso urgente all’Amministrazione penitenziaria israeliana, chiedendo la cessazione immediata dei maltrattamenti, il trasferimento del medico in un altro istituto e cure mediche complete. Ha inoltre attribuito all’amministrazione del carcere la piena responsabilità per la vita del detenuto. «Ho visitato il dottor Abu Safieh diverse volte dal giorno del suo arresto», ha dichiarato, «ma la persona che ho visto durante l’ultima visita non era più quella che conoscevo. Le sue condizioni fisiche e psicologiche, le ferite che ho osservato sul suo corpo e ciò che mi ha raccontato durante il colloquio non lasciano alcun dubbio: la sua vita è in pericolo imminente».

La mobilitazione internazionale e il nodo della detenzione

Physicians for Human Rights ha inviato appelli urgenti al Procuratore generale israeliano, al presidente della Commissione Esteri e Difesa della Knesset, al presidente della Commissione Costituzione, Legge e Giustizia, al Difensore pubblico e all’Amministrazione penitenziaria israeliana. L’organizzazione chiede che Abu Safieh venga visitato immediatamente da un organismo ufficiale indipendente dal Servizio penitenziario e che gli sia consentita una visita medica indipendente.

Il medico è detenuto in Israele dal 27 dicembre 2024 in base alla legge sulla «detenzione dei combattenti illegali». Dopo che il Tribunale distrettuale di Beer Sheva ha prorogato la detenzione di altri sei mesi, Abu Safieh ha presentato ricorso alla Corte Suprema, che il 10 giugno 2026 lo ha respinto. Parallelamente, il 30 aprile 2026, Physicians for Human Rights ha depositato una petizione presso l’Alta Corte di Giustizia chiedendo il rilascio del medico e di altri sanitari detenuti da Israele.

Fino all’inizio di giugno Abu Safieh si trovava nel carcere di Ketziot. Dopo la petizione all’Alta Corte è stato trasferito in isolamento nel carcere di Ganot e poi, il 24 giugno 2026, nel reparto Rekafet del carcere di Nitzan. Secondo le informazioni raccolte dall’organizzazione e secondo la testimonianza dell’avvocato, il grave peggioramento delle aggressioni e delle condizioni fisiche e psicologiche sarebbe iniziato proprio dopo l’avvio dei procedimenti giudiziari.

La famiglia continua a chiedere un intervento internazionale. «Le nostre vite sono dure e completamente anormali. Viviamo all’inferno, soffrendo per il dolore di mio padre. Speriamo di poterci riunire a lui il prima possibile e che possa tornare sano e salvo. Non è colpevole, non è un criminale da torturare in modo tanto disumano, soprattutto perché è detenuto senza accuse e il suo unico “crimine” è stato quello di rifiutarsi di abbandonare i suoi bambini alla morte e di non tradire il suo popolo. Lui era la loro ultima speranza», dice ancora Elias.

La vicenda di Hussam Abu Safieh concentra in una sola storia molte delle domande che attraversano la guerra a Gaza: la protezione dei medici, il destino degli ospedali, la sorte dei detenuti, il rispetto delle garanzie fondamentali, il confine tra sicurezza militare e diritto umanitario. Per la famiglia e per le organizzazioni che lo seguono, però, il tempo delle valutazioni politiche è quasi finito. La priorità, ora, è salvargli la vita.