«Stasera tombola niente, c’è troppa poca gente». L’annuncio arriva a fine serata, con quella tristezza un po’ così che dice più di un comizio. Perché alla festa della Lega di Pontida, quest’anno trasferita nella vicina Cisano Bergamasco per problemi di autorizzazioni, il problema non sono i volontari, né la cucina, né l’organizzazione. Il problema è molto più serio, quasi indicibile per un movimento nato sul rito della piazza piena: manca il popolo.
Una volta l’area feste poco lontana dal pratone si riempiva. C’erano le bandiere, i militanti, i cori, la liturgia padana e quella sensazione da comunità politica in marcia. Oggi ci sono ancora i simboli, le magliette verdi, i manifesti, le fotografie di Umberto Bossi e Roberto Maroni, la bandiera del sole delle Alpi dietro al palco. Ma il vuoto, sotto il tendone, pesa più di qualunque slogan.
La festa di Pontida senza il popolo
Giovedì sera erano annunciati il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, assessori regionali e consiglieri. Un parterre istituzionale da serata importante. Eppure la risposta del pubblico è stata gelida. Poche presenze, poca spinta, poca aria di mobilitazione. La Lega che per anni ha costruito la propria forza sul radicamento territoriale sembra oggi costretta a misurarsi con una domanda scomoda: dove sono finiti quelli che prima non mancavano mai?
Venerdì sera è toccato a Roberto Calderoli, e il ministro non ha nascosto il fastidio davanti a una platea ben lontana dai fasti del passato. «Se fossi stato a una Pontida degli anni scorsi, avrei avuto davanti dieci volte le persone che sono presenti», ha detto. Poi l’affondo, ancora più duro: «Se c’è una serata per Bossi e Maroni e qualcuno è stato a casa, per me è un traditore degli ideali della Lega Nord e della Lega Salvini Premier».
Parole pesanti, che raccontano però più una ferita che una minaccia. Perché se nemmeno Bossi e Maroni bastano più a richiamare i vecchi militanti, forse il problema non è la pigrizia di una sera d’estate. Forse un pezzo di mondo si è semplicemente disperso.
La nostalgia padana non basta più
Quest’anno la festa è tornata old-style come non accadeva da tempo. Sul volantino di presentazione campeggia il discorso di Umberto Bossi a Venezia del 1996, quello della proclamazione della repubblica indipendente della Padania. Sul palco torna l’immaginario nordista, le bandiere gridano “Prima il nord”, i volontari indossano il verde delle origini.
È la Lega che prova a riaprire l’album di famiglia, forse per rassicurare un elettorato scontento dalla lunga stagione nazionalista del Carroccio. Ma il risultato appare incerto. La riedizione del vecchio rito padano rischia di sembrare più una commemorazione che una ripartenza. C’è tutto l’apparato simbolico, manca l’energia che un tempo lo rendeva credibile.
E così, quando ieri sera è arrivato Matteo Salvini, accompagnato da una folta delegazione di parlamentari, dirigenti, membri degli staff e molti volti arrivati da Milano, la scena non è cambiata abbastanza. Appuntamento fissato alle 19.30, comizio iniziato un’ora e mezza dopo, ma sotto il tendone restavano comunque decine di sedie vuote. Non ci si accalca più per il Capitano, né per il selfie, né per il richiamo identitario.
Salvini ha provato a scherzare: «Questa sera ho ordinato le lumache, mai avrei pensato di mangiarle qui». Era il piatto forte della cucina. Ma politicamente il piatto più indigesto era un altro: una festa che fatica a riempirsi proprio mentre tenta di tornare alle origini.
Salvini, Calderoli e il nodo del nord
Il segretario federale può ricordare che al governo i cinque ministri della Lega sono tutti lombardi. Può rivendicare il peso del partito dentro l’esecutivo. Può provare a tenere insieme Lega Nord e Lega Salvini Premier nella stessa formula. Ma da queste parti, forse, non basta più.
I nordisti che se ne sono andati, stanchi della svolta nazionale e sovranista, osservano da lontano con una certa soddisfazione. «Diciamolo senza giri di parole: le feste della Lega ormai non sono più eventi politici, sono esperimenti di spopolamento controllato», dice Mirko Giaffreda, ex militante di vecchia data oggi passato a Patto per il nord.
È una battuta cattiva, ma coglie il punto. La Lega prova a recuperare il linguaggio delle origini, ma non è detto che possa recuperare anche il popolo che quelle origini le aveva vissute davvero. Perché nel frattempo il partito è cambiato, il nord è cambiato e una parte della vecchia base non si riconosce più nel Carroccio di governo, romano, ministeriale, nazionale.
Il 20 settembre a Pontida tornerà il raduno classico, quello annunciato ancora una volta come appuntamento destinato a «segnare una pagina di storia». Una formula ripetuta anno dopo anno, ormai un po’ consumata. Il problema è che la storia, per essere segnata, ha bisogno almeno di qualcuno che si presenti a scriverla.







