Sinner guida la rivolta dei big agli Us Open: sul doppio misto pesa l’ipotesi boicottaggio

Jannik Sinner

Jannik Sinner potrebbe trasformare gli Us Open 2026 nel nuovo fronte della battaglia economica tra i grandi campioni del tennis e gli organizzatori degli Slam. Il numero uno azzurro, fresco vincitore di Wimbledon e ora in vacanza in Sardegna con la fidanzata Laila Hasanovic, sarebbe tra i giocatori pronti a valutare il boicottaggio del torneo di doppio misto in programma durante la Fan Week dello Slam americano.

La questione non riguarda solo New York e non riguarda soltanto il doppio misto. Al centro dello scontro c’è la richiesta, sempre più compatta, di una diversa redistribuzione dei ricavi generati dai quattro tornei più importanti del calendario. I giocatori chiedono una quota più alta dei premi, ma anche maggiori garanzie sul welfare, dalle pensioni alle coperture sanitarie.

Sinner, Sabalenka e Pegula pronti alla protesta

Secondo The Athletic, gli organizzatori degli Us Open sono preoccupati dall’ipotesi di una protesta dei big. I colloqui sarebbero già iniziati per evitare che il caso esploda proprio alla vigilia del torneo, al via il 30 agosto.

Il possibile boicottaggio colpirebbe il doppio misto della Fan Week, in calendario dal 23 al 29 agosto. Per la federazione americana non sarebbe un dettaglio secondario: il nuovo formato è stato pensato come un evento spettacolare, capace di attirare i migliori nomi del circuito e di trasformare il doppio misto in un prodotto forte anche dal punto di vista televisivo e commerciale.

Accanto a Sinner ci sarebbero anche Aryna Sabalenka e Jessica Pegula. Tre nomi pesanti, capaci di dare alla protesta una forza immediata. Per gli Us Open sarebbe un danno d’immagine considerevole, soprattutto dopo gli investimenti fatti per rendere l’evento uno dei momenti più attesi della settimana precedente al tabellone principale.

Il nodo dei premi degli Slam

La battaglia dei tennisti va avanti da mesi. Sinner lo aveva detto con chiarezza già al Roland Garros: restare senza risposte per più di un anno non è più accettabile. In quella fase, per protesta, l’azzurro aveva anche ridotto al minimo gli impegni con i media, limitando le conferenze stampa a 15 minuti.

Un numero tutt’altro che casuale. Il 15 richiama infatti la percentuale dei ricavi che, secondo i giocatori, gli Slam redistribuiscono complessivamente agli atleti. Troppo poco, sostengono i protagonisti del circuito, rispetto alla crescita economica dei tornei e al peso che proprio i campioni hanno nel generare pubblico, sponsor e diritti televisivi. La richiesta è semplice nella sostanza: se i ricavi aumentano, deve aumentare anche la quota destinata a chi rende possibile lo spettacolo in campo.

Wimbledon ha già aperto la strada

Il precedente più importante arriva da Wimbledon. Gli organizzatori dello Slam londinese hanno scelto di accogliere almeno in parte le richieste dei giocatori, aumentando il montepremi del 20 per cento. Una decisione che ora pesa sulla trattativa con gli Us Open.

Negli ultimi mesi il gruppo dei top player, coordinato da nomi come Sinner, Carlos Alcaraz, Iga Swiatek e Aryna Sabalenka, ha inviato tre lettere formali congiunte agli organizzatori dei quattro tornei del Grande Slam. Il messaggio è sempre lo stesso: i tornei crescono, gli incassi salgono, ma i premi non seguono lo stesso ritmo.

Anche Novak Djokovic sostiene la battaglia, pur muovendosi in parte su un binario autonomo attraverso la Professional Tennis Players Association, il sindacato indipendente da lui fondato. Il serbo avrebbe firmato due delle tre lettere inviate agli Slam, continuando però a portare avanti anche una strategia istituzionale e legale separata.

New York prova a evitare lo strappo

Per gli Us Open il rischio è concreto. Un boicottaggio guidato da Sinner, Sabalenka e Pegula trasformerebbe il doppio misto in un caso politico-sportivo prima ancora dell’inizio del torneo. E costringerebbe gli organizzatori a misurarsi pubblicamente con una protesta ormai trasversale, che non riguarda più singoli malumori ma una posizione condivisa dalla maggior parte del circuito.

La partita, quindi, si gioca fuori dal campo. Da una parte gli Slam, forti di ricavi sempre più importanti. Dall’altra i giocatori, convinti che il sistema debba riconoscere in modo più equo il loro ruolo. Dopo Wimbledon, New York sa di non poter ignorare il tema troppo a lungo.