Giorgia Meloni ha accelerato sulla legge elettorale pensando di mettere in sicurezza il percorso verso il voto anticipato. Ora rischia di ritrovarsi dentro un pantano politico e istituzionale. Lo Stabilicum, la riforma immaginata da Fratelli d’Italia e poi corretta nel cosiddetto Melonellum, potrebbe non arrivare mai davvero alla prova decisiva delle urne. O, peggio per la premier, potrebbe arrivarci troppo tardi rispetto al calendario che Palazzo Chigi avrebbe in mente.
Il punto politico è semplice: se Meloni vuole davvero andare al voto nell’aprile 2027, deve fare i conti con un ostacolo che non è solo parlamentare. Anche se il testo venisse approvato entro fine luglio, l’eventuale ricorso alla Corte costituzionale aprirebbe una finestra di incertezza difficilmente compatibile con elezioni anticipate in primavera. La Consulta avrebbe bisogno di tempo per esaminare la questione e una risposta potrebbe arrivare solo con il nuovo anno. A quel punto sciogliere le Camere, organizzare la campagna elettorale e votare ad aprile diventerebbe una corsa ai limiti dell’impossibile.
Il ricorso alla Consulta e il calendario che spaventa Palazzo Chigi
Il nuovo fronte arriva dai comitati costituiti da Roberto Zaccaria, una rete di associazioni pronta a impugnare la riforma davanti alla Corte costituzionale subito dopo l’approvazione. La contestazione riguarda il cuore politico del Melonellum: il premio di maggioranza. Zaccaria lo definisce “un mostruoso premio che pone un problema di equilibri democratici, chi vince prende tutto”.
È qui che la partita cambia natura. Finora la legge elettorale era stata soprattutto un problema interno alla maggioranza, con lo scontro sulle preferenze da una parte e il calcolo del premio dall’altra. Il ricorso alla Consulta, invece, trasformerebbe la riforma in un dossier istituzionale dai tempi molto meno controllabili. I giudici dovrebbero discutere la questione per almeno due mesi e la decisione arriverebbe con ogni probabilità solo nel 2027.
Per una premier che guarda al voto anticipato come a una possibile via d’uscita prima dell’erosione del consenso, il rischio è evidente. Se la legge restasse sub iudice fino al nuovo anno, la finestra primaverile si restringerebbe drasticamente. Resterebbe l’ipotesi di votare più avanti, magari in autunno, ma a quel punto verrebbe meno proprio l’obiettivo politico dell’operazione: anticipare i tempi prima che il quadro diventi più instabile.
Il fattore Vannacci e il premio di maggioranza diventato un’incognita
Il Melonellum nasceva con una logica chiara: costruire un sistema capace di garantire alla coalizione vincente una maggioranza solida. Ma dentro il centrodestra è entrato un fattore che ha complicato tutti i calcoli: Roberto Vannacci e il suo Futuro Nazionale. La crescita di questo soggetto politico, capace di sottrarre consensi soprattutto nell’area della destra, ha reso molto meno sicuro il raggiungimento della soglia necessaria per far scattare il premio di maggioranza.
La riforma, quindi, rischia di non produrre più l’effetto per cui era stata pensata. In un quadro stabile, con il centrodestra compatto e Fratelli d’Italia dominante, il premio avrebbe potuto rappresentare uno strumento di blindatura. In un quadro frammentato, con un concorrente a destra capace di drenare voti, lo stesso meccanismo può diventare una trappola. La legge pensata per rafforzare Meloni potrebbe finire per misurare, davanti agli elettori, la distanza tra le ambizioni della maggioranza e la realtà dei rapporti di forza.
A complicare il quadro c’è anche lo scontro sulle preferenze. Fratelli d’Italia vorrebbe presentarsi come il partito che difende il diritto degli elettori a scegliere i propri rappresentanti. Forza Italia e Lega, però, non sembrano intenzionate a seguire questa battaglia fino in fondo. Il risultato più probabile è che la premier dia mandato ai suoi di presentare comunque un emendamento sulle preferenze, sapendo che l’aula lo boccerà anche con i voti degli alleati. Così Meloni potrà rivendicare coerenza davanti all’opinione pubblica, pur restando inchiodata a un testo che, al momento, prevede ancora i listini bloccati.
L’opzione Rosatellum e il vantaggio di rinviare il problema
A questo punto, l’unica strada realistica per accorciare davvero i tempi sarebbe accantonare il Melonellum e andare al voto con l’attuale legge elettorale. Il Rosatellum, che fino a ieri sembrava il sistema da superare, potrebbe tornare utile proprio perché lascia più margini politici nella gestione del dopo voto. In uno scenario segnato dall’incognita Vannacci, Fratelli d’Italia potrebbe evitare di definire prima delle urne tutti i confini della coalizione e rinviare eventuali trattative a dopo il risultato.
Non è un dettaglio. Con una riforma costruita intorno a un premio di maggioranza, la coalizione deve arrivare al voto con una fisionomia più netta e con un obiettivo numerico preciso. Con il Rosatellum, invece, il centrodestra avrebbe più spazio per muoversi, adattarsi, negoziare. Potrebbe presentarsi agli elettori con l’assetto attuale e poi valutare, a urne chiuse, se e come dialogare con il generale e con l’area politica che si muove intorno a lui.
Per questo, dentro Fratelli d’Italia, l’ipotesi di fermare la riforma potrebbe non dispiacere più come qualche settimana fa. Il Melonellum nasceva come strumento di forza, ma rischia di trasformarsi in una prova di debolezza. Il Rosatellum, al contrario, non garantisce tutto, ma evita almeno di consegnare alla Consulta e alle tensioni interne alla maggioranza il calendario politico della premier.
La fretta della premier e il rischio boomerang
Il paradosso è che Meloni potrebbe essere costretta a scegliere tra due obiettivi che fino a poco tempo fa sembravano procedere insieme: cambiare la legge elettorale e votare presto. Oggi le due cose rischiano di escludersi a vicenda. Se porta avanti il Melonellum, deve mettere in conto il ricorso alla Consulta, i tempi della decisione, la possibile impossibilità tecnica di arrivare alle urne nell’aprile 2027. Se vuole davvero votare in primavera, deve invece valutare seriamente l’ipotesi di affossare la sua stessa riforma e tenersi il sistema attuale.
È una scelta politicamente scomoda. Rinunciare al Melonellum significherebbe ammettere che l’operazione non ha retto all’urto della realtà: le divisioni sulle preferenze, il rischio costituzionale, la variabile Vannacci, la difficoltà di costruire un premio di maggioranza davvero utile. Portarlo avanti, però, potrebbe significare consegnare il calendario elettorale ai tempi della Corte costituzionale e perdere la finestra che Palazzo Chigi considera più favorevole.
La legge elettorale, da strumento per governare la transizione verso il voto, è diventata così il principale elemento di incertezza. Meloni voleva usarla per rafforzare la propria posizione. Ora deve decidere se salvarla, rischiando di allungare i tempi, o sacrificarla per provare a conservare l’unica cosa che in politica, spesso, vale più di un testo di legge: il controllo del calendario.







