Nel Pd cresce il sospetto su Bonaccini: il cerchio magico di Schlein teme il piano B e pensa di blindarlo a Bruxelles

Stefano Bonaccini

Nel Partito democratico il problema non è mai soltanto quello che si dice. È sempre anche chi lo dice, quando lo dice e soprattutto a chi può servire. Così, mentre Elly Schlein prova a tenere insieme un campo largo ancora fragile, nel suo cerchio più stretto comincia a crescere una diffidenza sempre più evidente nei confronti di Stefano Bonaccini. Ufficialmente presidente del Pd, ex governatore dell’Emilia-Romagna, volto riformista del partito e sconfitto alle primarie dalla segretaria. Ufficiosamente, secondo chi guarda con sospetto i suoi movimenti, possibile alternativa pronta a diventare centrale se il progetto politico schleiniano dovesse incepparsi.

Il precedente che viene evocato nei ragionamenti interni è quello del 2013. Pier Luigi Bersani vinse le elezioni senza vincerle davvero, il Pd rimase impantanato nella “non vittoria” e alla fine a Palazzo Chigi arrivò Enrico Letta, allora vicesegretario del partito. Oggi il vicesegretario non c’è, ma la figura istituzionalmente più pesante dentro il Pd è proprio Bonaccini. Ed è questo il punto che fa drizzare le antenne al Nazareno.

Il cerchio stretto di Schlein teme l’attivismo di Bonaccini

A guardare con preoccupazione l’esposizione dell’ex governatore emiliano sarebbero soprattutto gli uomini e le donne più vicini alla segretaria: Marco Furfaro, Igor Taruffi, Alessandro Zan, Davide Baruffi, Marta Bonafoni e quella rete politica che ha accompagnato Schlein nella conquista del partito. È un mondo che sogna il salto di qualità nel caso in cui il centrosinistra dovesse davvero arrivare al governo. C’è chi immagina un ministero, chi un ruolo di sottogoverno pesante, chi un posto nell’eventuale macchina di Palazzo Chigi. Dentro questa prospettiva, Bonaccini rappresenta un elemento complicato: troppo strutturato per essere ignorato, troppo autonomo per essere controllato, troppo riconoscibile per essere trattato come un semplice comprimario.

Il problema non è solo la sua presenza mediatica, cresciuta negli ultimi giorni. È soprattutto la linea politica. Mentre Schlein insiste sui temi identitari e sull’antifascismo come collante del campo progressista, Bonaccini marca una differenza non secondaria: l’antifascismo è fondamentale, ma da solo non basta a vincere. Una frase apparentemente prudente, in realtà molto politica, perché parla direttamente ai riformisti del Pd e a quella parte moderata del centrosinistra che guarda con diffidenza a una coalizione costruita soltanto su bandiere e mobilitazione militante.

La linea riformista che piace al centro

Bonaccini sa muoversi su un terreno diverso da quello della segretaria. Non nega il profilo antifascista del Pd, ma chiede contenuti, amministrazione, sanità, lavoro, imprese, territori, concretezza. In altre parole, prova a presidiare lo spazio di un centrosinistra che non vuole consegnarsi soltanto alla narrazione dei diritti e della piazza, ma cerca ancora un linguaggio capace di parlare agli elettori riformisti, agli amministratori locali e a quel centro politico che continua a non avere un punto di riferimento solido.

È proprio questo a rendere nervoso il gruppo dirigente più vicino a Schlein. Perché Bonaccini non appare come un oppositore frontale, e quindi non è facilmente attaccabile. Non rompe, non strappa, non fonda correnti ostili in modo plateale. Fa qualcosa di più insidioso: occupa uno spazio. E quello spazio, se il campo largo dovesse arrivare a un risultato elettorale incerto, potrebbe diventare decisivo.

Il ragionamento che circola è semplice: se Schlein dovesse portare il centrosinistra a una nuova “non vittoria”, chi avrebbe il profilo per diventare interlocutore istituzionale, figura rassicurante per il Quirinale, punto di sintesi tra Pd, riformisti e pezzi moderati della coalizione? Il nome più immediato, per molti, sarebbe proprio quello di Bonaccini.

Il piano Bruxelles per neutralizzare l’ex governatore

Da qui l’ipotesi che si starebbe facendo largo al Nazareno: spostare Bonaccini in una posizione prestigiosa ma lontana dal centro della partita romana. La casella sarebbe quella della vicepresidenza del Parlamento europeo, destinata a liberarsi con l’uscita di Pina Picierno. Un incarico importante, visibile, formalmente difficile da rifiutare, ma anche utile a obbligare Bonaccini a restare stabilmente a Bruxelles.

Sarebbe una promozione, certo. Ma anche un modo elegante per contenerne l’agibilità politica nazionale. Se Bonaccini accettasse, Nicola Zingaretti resterebbe capodelegazione del Pd in Europa, nonostante le aspettative e le promesse ricevute direttamente da Schlein. Se invece il piano dovesse saltare e fosse proprio Zingaretti a ottenere la vicepresidenza del Parlamento europeo, la guida della delegazione dem a Bruxelles potrebbe passare a Camilla Laureti, fedelissima della segretaria.

In entrambi i casi, la partita europea diventerebbe molto più di una questione di incarichi. Sarebbe il tentativo di ridisegnare gli equilibri interni del Pd, distribuendo ruoli e distanze in vista della vera partita: quella nazionale.

Il Pd tra lealtà obbligata e sospetti permanenti

Il caso Bonaccini racconta ancora una volta la fragilità strutturale del Partito democratico. Un partito in cui la segretaria ha vinto le primarie, ma non ha mai davvero cancellato l’esistenza dell’altra metà del campo. I riformisti non hanno la forza per rovesciare Schlein, ma sono ancora abbastanza presenti da condizionarne il percorso. E Bonaccini, pur senza guidare una rivolta, resta il loro volto più spendibile.

Per questo ogni sua intervista pesa. Ogni frase sull’antifascismo, sul campo largo, sulla necessità di concretezza viene letta come una possibile correzione di rotta rispetto alla linea della segretaria. Non una sfida aperta, ma una riserva politica. E in politica, spesso, le riserve diventano decisive proprio quando il titolare non riesce a chiudere la partita.

Schlein deve quindi tenere insieme due esigenze opposte: non può marginalizzare troppo Bonaccini, perché significherebbe alienarsi un pezzo importante del Pd; ma non può nemmeno lasciarlo crescere liberamente, perché rischierebbe di ritrovarsi accanto un’alternativa già pronta. Il risultato è una guerra fredda interna, fatta di incarichi europei, sospetti, promesse, contro-promesse e mosse preventive.

Per ora nessuno parla apertamente di resa dei conti. Ma nel Pd, come spesso accade, le vere battaglie cominciano prima che qualcuno le dichiari. E la partita su Bonaccini sembra già entrata in quella fase in cui anche una vicepresidenza a Bruxelles può diventare un modo molto raffinato per decidere chi resta al centro e chi, invece, viene accompagnato cortesemente verso l’uscita laterale.