Il confine, questa volta, non è soltanto tecnico. È politico. E passa da una parola che da giorni rimbalza tra Palazzo Chigi, ministero dell’Economia e gruppi parlamentari della maggioranza: c. Dietro la formula apparentemente contabile si sta consumando una partita molto più larga, che riguarda il rapporto del centrodestra con l’Europa, la tenuta dei conti pubblici e la capacità del governo di trovare margini per aiutare famiglie e imprese senza spaventare i mercati.
Il passaggio decisivo sarà giovedì, quando in Aula arriverà il voto sulle risoluzioni legate al Documento programmatico di finanza pubblica. Il testo non è ancora chiuso e proprio lì si misura la tensione nella maggioranza. La linea che sta prendendo forma è prudente: niente rottura, niente uscita unilaterale dal Patto, niente scostamento di bilancio immediato. L’ipotesi su cui lavora Palazzo Chigi è una clausola di salvaguardia per le spese energetiche, una deviazione temporanea dentro le regole europee. Non oltre.
Patto di stabilità
Quel “non oltre” è diventato il punto di frizione. La Lega, per tutta la giornata, ha provato ad alzare il livello dello scontro. Dopo Claudio Borghi, che ha messo nero su bianco la richiesta di inserire nella risoluzione anche l’ipotesi di abbandono del Patto, è intervenuto Matteo Salvini. Il vicepremier ha agitato il rischio di un blocco del Paese per l’aumento del gasolio, della luce e del gas, spiegando che se Bruxelles non consentirà di investire per aiutare famiglie e imprese, l’Italia chiederà di poter intervenire.
Una linea che parla alla pancia dell’elettorato leghista e prova a trasformare il Patto di stabilità nel simbolo di un’Europa distante dalle emergenze reali. Ma è una posizione che irrita gli alleati, soprattutto Forza Italia. Antonio Tajani ha chiuso la porta all’idea di uscire unilateralmente dalle regole europee e ha rilanciato un’altra strada: usare i fondi del Mes invece di aumentare il debito pubblico.
Il punto della situazione
Anche dentro Fratelli d’Italia prevale una linea di contenimento. Il ragionamento è semplice: alimentare uno scontro frontale con Bruxelles può rendere più difficile ottenere ciò che serve davvero. La clausola di salvaguardia nazionale, prevista dall’articolo 26 del Patto in caso di grave congiuntura negativa, passa comunque da una trattativa con la Commissione europea. Se la porta è chiusa, sfondarla da soli non viene considerata una strategia utile.
Meloni lo sa e sta cercando sponde a Bruxelles, anche perché la crisi di Hormuz e il peso dell’energia rischiano di restare sul tavolo a lungo. Francia e Spagna sono considerate possibili interlocutori per costruire un fronte comune sulla flessibilità, ma non è detto che basti.
Oggi la premier riunirà Salvini, Tajani e Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia avrà il compito di riportare la discussione sul terreno dei numeri: uno scontro con l’Ue può significare aumento dello spread, maggiori costi per rifinanziare il debito e meno spazio di manovra, non più margini.
Il governo prende tempo
Anche lo scostamento di bilancio, che nei giorni scorsi veniva considerato probabile dopo la mancata chiusura anticipata della procedura d’infrazione, ora registra una brusca frenata. Ai vertici del governo la valutazione è che non sia ancora il momento di parlarne.
La stessa prudenza arriva anche da Confindustria, che considera lo scostamento un’opzione da valutare solo se la crisi dovesse proseguire fino all’estate e trasformarsi in un problema sistemico. È una posizione che offre al governo una possibile via d’uscita: tenere aperta la carta dell’intervento straordinario, ma senza giocarla subito.
La maggioranza, dunque, cerca un equilibrio difficile. Salvini vuole intestarsi la difesa degli italiani contro i vincoli europei. Tajani difende l’affidabilità europeista. Meloni prova a non rompere con Bruxelles, ma nemmeno a sembrare immobile davanti al caro energia. Il Patto di stabilità diventa così il vero banco di prova del centrodestra: non solo sui conti, ma sulla sua identità politica.







