Più che conquistare il centro degli altri, Elly Schlein sembra preoccupata di non perdere il proprio. Il centro del Partito democratico. Quella fascia di amministratori, cattolici democratici, riformisti e moderati che negli ultimi mesi ha iniziato a guardarsi intorno con crescente insofferenza e che rappresenta una delle sfide più delicate per la segretaria dem.
A Bruxelles, durante l’evento “L’Europa che vogliamo”, Schlein ha mandato una serie di segnali tutt’altro che casuali. Ha visitato i panel organizzati dalla delegazione democratica, ha incontrato esponenti del mondo produttivo e soprattutto ha scelto di rivolgere un messaggio preciso alle imprese, un interlocutore che negli ultimi anni aveva spesso guardato con diffidenza alla nuova leadership del Nazareno.
Schlein tende la mano alle imprese
Dal palco della plenaria, la segretaria ha parlato di ascolto, investimenti e industria. Parole che nel lessico tradizionale della sinistra più radicale non occupano certo il primo posto, ma che diventano fondamentali quando si prova a costruire una credibile alternativa di governo.
Davanti a una platea composta da rappresentanti di Confindustria, manager di grandi gruppi industriali, sindacati e associazioni di categoria, Schlein ha insistito sulla necessità di difendere la manifattura italiana, rilanciare gli investimenti europei e costruire una strategia per il settore automobilistico. Temi concreti, economici, quasi pragmatici.
Un linguaggio che molti nel Pd interpretano come un tentativo di allargare il perimetro politico del partito senza rinunciare alla propria identità. Il messaggio è chiaro: il Pd non vuole lasciare il dialogo con il mondo produttivo alle forze centriste o al centrodestra. Anzi, vuole riportarlo dentro la propria proposta politica.
Il faccia a faccia con Giorgio Gori
Il momento più interessante della giornata, però, non si è consumato davanti alle telecamere. Al termine dell’evento, Schlein ha incontrato Giorgio Gori per un lungo colloquio riservato durato circa un’ora. Un incontro che molti leggono come un tentativo di arginare il malcontento dell’ala riformista del partito. Da mesi, infatti, il nome dell’ex sindaco di Bergamo viene accostato a possibili nuovi progetti politici o a un eventuale approdo nell’area centrista che Matteo Renzi continua a cercare di costruire.
Dopo gli addii di Elisabetta Gualmini, Pina Picierno e Marianna Madia, perdere anche una figura come Gori rappresenterebbe un problema politico enorme per la segretaria. Non soltanto per il peso dell’eurodeputato lombardo, ma per il messaggio che una sua eventuale uscita trasmetterebbe all’esterno: quello di un Pd incapace di trattenere la propria componente più moderata e amministrativa. Per questo il confronto di Bruxelles assume un valore che va ben oltre la semplice cortesia politica.
La partita del centro agita il centrosinistra
Sul tavolo non c’è soltanto il futuro di Gori. C’è la battaglia per il controllo del centro del centrosinistra. Matteo Renzi continua a lavorare alla costruzione di una casa riformista che possa attrarre amministratori, moderati e delusi del Pd. Attorno a questa ipotesi si muovono da tempo diverse realtà civiche e centriste, mentre Alessandro Onorato, Riccardo Magi, Ernesto Maria Ruffini ed Enzo Maraio cercano una sintesi che al momento appare ancora lontana.
Schlein osserva con attenzione questi movimenti. Sa che una parte del suo elettorato guarda con favore all’alleanza con Giuseppe Conte e con Alleanza Verdi e Sinistra, ma sa anche che un partito di governo non può rinunciare al proprio asse riformista. Per questo continua a ripetere una parola che al Nazareno è diventata quasi un mantra: allargare.
Il difficile equilibrio tra Conte e i moderati
La vera sfida della leader democratica consiste proprio nel tenere insieme mondi che spesso parlano linguaggi diversi. Da una parte c’è il dialogo sempre più stretto con Giuseppe Conte. Dall’altra c’è la necessità di rassicurare amministratori, imprese e moderati che temono uno spostamento eccessivo a sinistra dell’intera coalizione.
Non è un caso che Romano Prodi, nei giorni scorsi, abbia invitato Schlein a valorizzare maggiormente le anime cattoliche e riformiste del partito. È un consiglio che l’ex premier conosce bene: ogni volta che il centrosinistra ha vinto, lo ha fatto costruendo una coalizione larga. Ogni volta che si è chiuso in una sola identità, ha finito per consegnare il governo agli avversari.
Per questo il dialogo con le imprese, il colloquio con Gori e i continui richiami all’allargamento non rappresentano episodi isolati. Sono i tasselli di una strategia più ampia con cui Schlein prova a evitare una nuova emorragia interna e a presentarsi come la federatrice di tutto il centrosinistra. Una missione complicata. Perché se il Pd teme di perdere il centro, dall’altra parte c’è chi quel centro prova a conquistarlo ogni giorno.







