«Sembra una setta diretta verso il suicidio di massa»: Casini demolisce il centrodestra e accusa Vannacci di dominare il Senato

Pier Ferdinando Casini

Pier Ferdinando Casini incendia il dibattito sulla riforma elettorale con un doppio affondo contro il centrodestra. Prima paragona la maggioranza a una setta avviata al suicidio collettivo sotto l’influenza di Roberto Vannacci, poi richiama un passo del Vangelo per descrivere una coalizione che, a suo giudizio, procede senza una guida. Poco dopo Matteo Renzi accusa Giorgia Meloni di avere rinnegato la battaglia sulle preferenze che lei stessa conduceva quando era all’opposizione.

Casini incendia il Senato

La frase che resta impressa nella giornata della riforma elettorale non arriva dai banchi del governo né da quelli dell’opposizione più combattiva. A pronunciarla è Pier Ferdinando Casini, che approfitta della lunga sospensione dei lavori per fotografare con un’immagine durissima il clima che si respira nella maggioranza. «La presenza occulta di Vannacci domina il Senato. Avete presente quelle sette che si avviano al suicidio di massa?».

L’Aula reagisce con risate e mormorii, ma il bersaglio dell’ex presidente della Camera è chiarissimo: secondo Casini, le scelte del centrodestra finiscono ormai per ruotare attorno al peso politico esercitato dal generale Roberto Vannacci, anche quando il suo nome non compare direttamente nel dibattito. Pochi istanti prima aveva già affidato a una citazione del Vangelo un’altra stoccata destinata a lasciare il segno: «Può un cieco guidare un altro cieco, o non finiranno tutti e due nel burrone?».

Lo scontro nasce dalle preferenze e mette in difficoltà Meloni

La tensione esplode durante l’esame della nuova legge elettorale. Le opposizioni presentano un subemendamento per introdurre le preferenze senza i limiti previsti dal testo della maggioranza, costringendo Fratelli d’Italia a confrontarsi con una battaglia che Giorgia Meloni aveva sostenuto per anni quando sedeva all’opposizione. Per alcune ore il centrodestra appare diviso. Alla fine prevale la linea della compattezza: Fratelli d’Italia non vota il testo delle opposizioni, il governo lascia libertà di voto e la maggioranza supera il passaggio parlamentare senza spaccature.

Renzi rinfaccia a Meloni le parole del 2014

A raccogliere l’assist è Matteo Renzi, che trasforma la vicenda in un attacco diretto alla presidente del Consiglio. «Lei era tentata davvero di votare le nostre preferenze, ma poi se l’è fatta sulle scarpe», dice nell’Aula del Senato. L’ex premier non si ferma alla battuta. Sale al banco della dichiarazione di voto e legge alcuni passaggi del discorso pronunciato da Giorgia Meloni alla Camera l’11 marzo 2014, quando criticava le liste bloccate dell’Italicum e difendeva il diritto degli elettori a scegliere direttamente i propri parlamentari.

«Vi prego, coraggio colleghi, il coraggio di riconoscere agli italiani qualcosa che è loro e che non è nostro». Renzi usa proprio quelle parole per accusare la premier di avere abbandonato una battaglia storica in nome degli equilibri della coalizione.

Il centrodestra ricuce, ma le crepe restano

Alla fine la maggioranza evita la crisi e porta a casa il voto, ma il confronto lascia emergere tutte le tensioni interne che accompagnano la riforma elettorale. Da una parte il peso crescente di Vannacci nel dibattito del centrodestra, dall’altra le difficoltà di Giorgia Meloni nel tenere insieme gli alleati senza smentire le posizioni sostenute in passato.

Ed è proprio su questo terreno che Casini sceglie di colpire. Non con un ragionamento tecnico sulla legge elettorale, ma con un’immagine destinata a rimanere: quella di una maggioranza che, inseguendo le proprie contraddizioni, rischia di comportarsi come una setta diretta verso il suicidio di massa.