Sono passati trentasei anni da quando, era Il 7 agosto 1990, Simonetta Cesaroni viene trovata morta nell’ufficio degli Ostelli della Gioventù in via Carlo Poma 2 a Roma. Ha vent’anni, è stata colpita con 29 coltellate e la scena del crimine appare da subito complessa, confusa, compromessa. Da quel momento si apre una vicenda giudiziaria che attraversa tre decenni, tre imputati, tre assoluzioni e una lunga serie di errori investigativi che ancora oggi pesano come macigni. Fino ad arrivare alla svolta dei giorni scorsi con il prelievo del Dna a persone fino ad ora mai toccate dalle indagini.
Le prime ore e il caos investigativo
La sera del 7 agosto, quando la sorella Paola e il fidanzato di Simonetta, Raniero Busco, quattro anni più grande di lei, arrivano nel palazzo, è il portiere Pietrino Vanacore ad aprire l’ufficio. La scena è devastante, ma soprattutto è gestita male: troppi ingressi, troppi movimenti, troppi reperti toccati. L’arma non verrà mai trovata. Le tracce biologiche, che oggi sarebbero decisive, vengono in parte contaminate o disperse. È il primo di una lunga catena di errori
Il primo indagato: Pietrino Vanacore
Vanacore viene arrestato pochi giorni dopo. L’accusa si basa su elementi deboli: la sua presenza nel palazzo, alcune incongruenze nei racconti, un paio di macchie sui pantaloni. Dopo 26 giorni di carcere, il portiere viene scarcerato per mancanza di prove. Nel 1993 è assolto con formula piena. La sua figura resterà però sempre al centro del caso, fino al suicidio del 2010, quando lascia un biglietto in cui si proclama innocente.
Il secondo sospetto: Federico Valle
Nel 1991 entra in scena l’architetto Federico Valle, che ha lo studio nello stesso palazzo. Una testimone dice di averlo visto sudato e agitato il giorno dell’omicidio. Anche qui, però, non ci sono prove materiali. Valle viene indagato, poi prosciolto. Il suo nome resta nell’ombra del caso, ma senza alcun riscontro giudiziario.
Il terzo imputato: Raniero Busco
Nel 2004 la Procura riapre il fascicolo e punta su Raniero Busco, fidanzato di Simonetta all’epoca dei fatti. La nuova pista nasce da una traccia di morso sul seno della vittima, interpretata come segno di aggressione. Busco viene rinviato a giudizio. Nel 2011 è condannato in primo grado a 24 anni. Ma la sentenza non regge: in appello viene assolto, e nel 2014 la Cassazione conferma l’assoluzione definitiva. Il morso, secondo i giudici, non è un elemento certo né databile.
Il caso si arena: errori, omissioni, depistaggi
La vicenda giudiziaria di via Poma diventa un catalogo di errori: reperti non conservati, testimonianze non verbalizzate, porte chiuse e poi riaperte, movimenti nel palazzo mai ricostruiti. Il palazzo stesso è un labirinto: uffici, studi, appartamenti, collaboratori, segretarie, tecnici. Sapere con certezza chi era presente quel pomeriggio è quasi impossibile. Molti alibi vengono accettati senza verifiche approfondite.
La riapertura del caso: il DNA che può cambiare tutto
Negli ultimi anni la Procura di Roma ha respinto l’archiviazione e ha disposto un accertamento tecnico irripetibile. I Carabinieri del RIS hanno isolato una traccia maschile sul reggiseno di Simonetta, una traccia “leggibile” che potrebbe appartenere all’assassino. Per questo sono stati raccolti campioni genetici da persone che frequentavano il palazzo nel 1990 ma non erano mai state indagate. I prelievi sono avvenuti in modo discreto: bicchieri, tazzine, posate. Finora nessuna compatibilità è emersa. Ma la traccia maschile resta, ed è l’unico elemento oggettivo che può ancora parlare dopo 36 anni.
Un caso formalmente aperto, ma senza indagati
Oggi l’inchiesta è contro ignoti. La Procura sta riesaminando alibi considerati inattaccabili, riascoltando testimoni, ricostruendo presenze nel palazzo e verificando se esistano documenti o testimonianze mai acquisiti. La famiglia Cesaroni, attraverso la legale Federica Mondani, parla di “fase delicata ma finalmente utile”, perché la tecnologia del 2026 permette analisi impossibili nel 1990.
Una verità che ancora non ha un nome
Il delitto di via Poma resta uno dei più complessi cold case italiani. Una giovane donna uccisa in un ufficio, nessun colpevole, tre imputati assolti, un palazzo pieno di presenze difficili da ricostruire, una scena del crimine compromessa. Oggi, dopo 36 anni, l’unica speranza è quella traccia genetica rimasta sugli indumenti di Simonetta. È poco, ma è più di quanto si avesse per decenni.







