Una scoperta potrebbe cambiare il modo di curare l’ansia. Un gruppo di ricercatori dello St. Jude Children’s Research Hospital ha identificato un particolare circuito cerebrale che agisce come una sorta di “interruttore” degli stati ansiosi prolungati. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Neuron, individua nei cosiddetti neuroni C1 un possibile nuovo bersaglio per terapie più efficaci e selettive rispetto a quelle oggi disponibili.
Secondo gli autori della ricerca, queste cellule nervose non si limitano a rispondere allo stress nell’immediato, ma possono mantenere elevati i livelli di paura e ansia anche molti giorni dopo la scomparsa dell’evento che li ha provocati.
Il circuito che mantiene viva l’ansia
I disturbi d’ansia colpiscono oltre 300 milioni di persone nel mondo e rappresentano una delle patologie psichiatriche più diffuse. Nonostante decenni di studi, però, gli scienziati non avevano ancora compreso con precisione quali circuiti cerebrali fossero responsabili della persistenza dell’ansia.
Il gruppo guidato dalla neuroscienziata Lindsay Schwarz ha concentrato l’attenzione sui neuroni C1, cellule che producono adrenalina e che si trovano nella regione rostro-ventrolaterale del bulbo, un’area del cervello nota soprattutto per il controllo della respirazione e dell’attività cardiovascolare.
Grazie a una tecnica di marcatura sviluppata nel laboratorio statunitense, i ricercatori sono riusciti a isolare queste cellule e a studiarne il comportamento senza interferenze da parte degli altri neuroni presenti nella stessa regione.
L’effetto dura fino a una settimana
Gli esperimenti hanno dimostrato che l’attivazione dei neuroni C1 stimola successivamente la sostanza grigia periacqueduttale, una struttura cerebrale fondamentale nella regolazione delle risposte allo stress. «I neuroni C1 sembrano promuovere l’ansia senza influenzare direttamente le funzioni autonomiche», spiega Lindsay Schwarz. «Questo suggerisce che potrebbero rappresentare un bersaglio terapeutico migliore rispetto agli approcci che modificano indiscriminatamente i segnali nell’intero cervello».
Nei test condotti sui topi, una semplice attivazione di queste cellule ha provocato una risposta ansiosa immediata. Una stimolazione più intensa e prolungata, invece, ha mantenuto elevati i livelli di ansia fino a una settimana dopo la fine dello stimolo stressante. Secondo gli autori, normalmente questo circuito si spegne quando termina la situazione di pericolo. Se però resta attivo troppo a lungo, può favorire uno stato di ansia persistente.
Una possibile strada per nuove terapie
Nell’ultima fase della ricerca gli scienziati hanno bloccato selettivamente i neuroni C1. Il risultato è apparso particolarmente promettente: i topi hanno mostrato una minore vulnerabilità agli eventi stressanti successivi.
«Quando abbiamo bloccato questi neuroni durante un periodo di forte stress, gli animali sono risultati meno vulnerabili alle situazioni ansiogene successive», osserva Schwarz. «L’aspetto più interessante è che il blocco non modifica il comportamento normale nell’immediato. Questo lascia ipotizzare che un intervento terapeutico mirato possa ridurre l’ansia senza compromettere le altre funzioni dell’organismo».
La ricerca rappresenta ancora uno studio preclinico e richiederà ulteriori approfondimenti prima di tradursi in eventuali cure per l’uomo. Tuttavia, l’identificazione dei neuroni C1 come regolatori dell’ansia persistente apre una nuova prospettiva nella comprensione dei disturbi d’ansia e potrebbe contribuire, in futuro, allo sviluppo di farmaci più precisi e con meno effetti collaterali.







