Milano 2027, caos sui candidati: a un anno dalle amministrative, sotto la Madonnina il dopo Sala spacca centrosinistra e centrodestra

Nel centrosinistra circolano otto possibili candidati, da Mario Calabresi a Pierfrancesco Majorino. Nel centrodestra La Russa spinge Maurizio Lupi, Salvini lancia Silvia Sardone e resta l’incognita Vannacci.

A Milano la campagna elettorale per il dopo Sala è già cominciata, ma nessuno controlla davvero il gioco. A circa un anno dalle amministrative del 2027, la città che per tre lustri ha rappresentato il laboratorio più stabile del centrosinistra italiano si ritrova dentro una fase di incertezza piena di nomi, ambizioni, veti incrociati e manovre romane. Il risultato è un ingorgo politico che attraversa entrambi gli schieramenti. Nel campo largo la lista dei possibili candidati continua ad allungarsi, mentre il Partito democratico rinvia a settembre il nodo delle primarie. Nel centrodestra, invece, la partita si complica tra la regia di Ignazio La Russa, le resistenze di Forza Italia, le mosse della Lega e l’incognita di Futuro Nazionale.

La posta in gioco non riguarda soltanto Palazzo Marino. Milano resta la città simbolo dei rapporti di forza nazionali. Chi vince sotto la Madonnina conquista una vetrina politica enorme, capace di pesare sugli equilibri tra partiti e leader. Per questo le candidature non nascono solo nei circoli milanesi, ma anche nelle stanze romane, dove ogni nome diventa il pezzo di una trattativa più grande.

Nel centrosinistra otto nomi per il dopo Sala

La prima a uscire allo scoperto è stata Anna Scavuzzo. La vicesindaca ha annunciato la propria disponibilità già nel dicembre scorso e ha aperto ufficialmente la corsa nel centrosinistra. Da allora, però, il quadro non si è semplificato. Anzi, si è affollato.

Il nome più pesante resta quello di Mario Calabresi. L’ex direttore di Repubblica viene indicato da più parti come il profilo su cui una parte dei vertici del Pd milanese e lombardo vorrebbe puntare. Calabresi garantirebbe una candidatura larga, civica, riconoscibile anche fuori dal perimetro stretto del partito. Al momento, però, non esiste alcuna investitura ufficiale e lo stesso giornalista non ha ancora sciolto la riserva.

C’è poi Pierfrancesco Majorino, capogruppo dem in Consiglio regionale e componente della direzione nazionale del Partito democratico. Majorino non ha formalizzato la candidatura, ma non nasconde l’intenzione di misurarsi con gli elettori alle primarie. Dalla sua parte, secondo le ricostruzioni circolate in queste settimane, avrebbe anche alcuni sondaggi incoraggianti.

La lista continua con Lorenzo Pacini, assessore Pd al Municipio 1 di Milano, Tommaso Goisis, esperto di politiche pubbliche, Emmanuel Conte, assessore al Bilancio e Demanio e uomo vicino a Beppe Sala. Nelle ultime settimane ha preso quota anche il nome di Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura, di cui si vocifera un imminente annuncio. Infine circola Carlotta Cossutta, docente universitaria e nipote di Armando Cossutta, storico dirigente comunista.

Tutti evocano le primarie, ma nessuno sa ancora se si faranno davvero. Il Pd ha scelto di rinviare la discussione a settembre, nella speranza di evitare una guerra interna troppo lunga. Ma più passa il tempo, più il centrosinistra rischia di trasformare la scelta del candidato in una prova di forza tra correnti, amministratori, civici e mondo dem.

La Russa spinge Lupi, Salvini punta su Sardone

Se il centrosinistra non ha ancora trovato il suo candidato, il centrodestra vive una confusione persino più evidente. La prima autocandidatura è arrivata a gennaio da Antonio Civita, imprenditore alla guida della catena Panino Giusto, incoraggiato dall’ex sindaco Gabriele Albertini. Poi il quadro ha iniziato ad allargarsi e le manovre nazionali hanno preso il sopravvento.

Ignazio La Russa vuole giocare un ruolo decisivo. Il presidente del Senato, forte del suo radicamento milanese e del peso dentro Fratelli d’Italia, lavora alla candidatura di Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati. L’operazione, però, non convince tutti. Forza Italia continua a chiedere un profilo civico e guarda con freddezza a una candidatura troppo segnata dagli equilibri romani.

La Lega ha provato prima a mettere sul tavolo Alessandro Spada, ex presidente di Assolombarda. Poi Matteo Salvini ha spinto su Silvia Sardone, vicesegretaria del partito, sostenuta anche dal risultato dei gazebo organizzati dal Carroccio. Una mossa che serve a marcare il territorio e a impedire che Fratelli d’Italia decida da sola il candidato sindaco.

Accanto a Lupi e Sardone, però, continuano a spuntare altri nomi. Antonino La Lumia, presidente dell’Ordine degli avvocati, viene considerato vicino alla regia di La Russa. Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario alla Difesa di Forza Italia, raccoglierebbe invece il sostegno di una parte di Fratelli d’Italia. Poi ci sono Pietro Tatarella, ex consigliere comunale di Forza Italia, tornato spendibile dopo una lunga vicenda giudiziaria conclusa con l’assoluzione, l’ex assessore della giunta Moratti Giovanni Terzi e Carlo Cottarelli, che alcuni immaginano come profilo capace di costruire un polo di centro tra Forza Italia e Azione.

Il problema del centrodestra resta sempre lo stesso: tutti vogliono vincere Milano, ma nessuno vuole cedere la candidatura all’alleato. Fratelli d’Italia rivendica il primato nazionale e il diritto di indicare il nome. La Lega non intende farsi schiacciare, soprattutto in una città simbolica per il Nord. Forza Italia teme un candidato troppo identitario e continua a cercare una figura più moderata.

La variabile Vannacci e il rischio di un voto spezzato

A complicare tutto c’è l’incognita Futuro Nazionale. Il movimento legato a Roberto Vannacci non ha ancora scoperto le carte su Milano, ma la sola possibilità di una presenza autonoma cambia i calcoli del centrodestra. In una città dove la coalizione parte storicamente in salita, una lista capace di drenare voti alla Lega e a Fratelli d’Italia potrebbe trasformarsi in un problema enorme.

Il caso milanese si inserisce in una tensione più ampia che attraversa la maggioranza nazionale. La crescita dell’area vannacciana preoccupa soprattutto la Lega, ma mette in difficoltà anche Fratelli d’Italia, costretta a scegliere se tenere aperto un canale con quell’elettorato o marcarne la distanza per non spaventare i moderati. A Milano questo dilemma diventa ancora più evidente, perché la città premia spesso profili amministrativi, civici e non estremi.

Fuori dai due poli si muove anche la lista Milano Libera, creata dall’imprenditore Massimiliano Lisa. Un altro elemento che contribuisce a rendere più frammentata la corsa verso Palazzo Marino.

Il paradosso è evidente. Il centrosinistra governa Milano da quindici anni, ma rischia di arrivare al voto logorato da una competizione interna troppo affollata. Il centrodestra vede un’occasione storica, ma non riesce ancora a trasformarla in una candidatura unitaria. Roma prova a dare le carte, Milano resiste, i partiti litigano e i nomi continuano a moltiplicarsi.

Per il dopo Sala, dunque, la partita resta apertissima. Il centrosinistra deve decidere se affidarsi alla continuità amministrativa, a un profilo civico forte o a un candidato politico come Majorino. Il centrodestra deve capire se puntare su Lupi, su Sardone, su un civico o su un nome di mediazione. Nel mezzo restano i veti, le ambizioni e una città che nel 2027 potrebbe diventare il vero banco di prova nazionale per Giorgia Meloni, Elly Schlein, Matteo Salvini e Forza Italia.