Elly Schlein al Pride di Milano: «L’omotransfobia uccide». L’attacco al governo e il ricordo di Mirko Moriconi

Il minuto di silenzio arriva nel momento più intenso della venticinquesima edizione del Milano Pride. Migliaia di persone interrompono la musica, abbassano le bandiere e ricordano Mirko Moriconi, il giovane che aveva deciso di chiamarsi Michelangelo Andreoni e che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, è stato ucciso insieme alla madre a colpi di fucile dal padre. È da quel ricordo che Elly Schlein sceglie di partire quando sale a sorpresa sul carro del Partito democratico, trasformando la manifestazione in una piattaforma politica per rilanciare la battaglia sui diritti civili e attaccare il governo.

«L’omotransfobia uccide e purtroppo ha ucciso anche Mirko», dice la segretaria del Pd davanti ai partecipanti del corteo. Un’affermazione che lega il ricordo della tragedia di Camaiore alla richiesta di una nuova legge contro l’odio e le discriminazioni nei confronti delle persone LGBTQ+.

Schlein torna così su uno dei temi che da anni caratterizzano la sua agenda politica e riporta al centro del dibattito il fallimento del disegno di legge Zan, affossato nella scorsa legislatura dopo un lungo e acceso confronto parlamentare.

Il ricordo di Mirko Moriconi e la richiesta di una nuova legge

Nel suo intervento, la leader democratica ricostruisce il dramma della famiglia di Camaiore. «Mirko aveva deciso di chiamarsi Michelangelo Andreoni ed è stato ucciso insieme alla madre a colpi di fucile dal padre», afferma davanti alla piazza.

Per Schlein quella tragedia impone una riflessione politica oltre che sociale. «Bisogna che società e politica riflettano, perché qualcuno ancora si chiede che senso abbia fare i Pride», sostiene. Poi rilancia la necessità di una normativa specifica contro l’odio: «Qualcuno ancora si stupisce del perché noi vogliamo una legge contro l’odio, contro l’omobilesbotransfobia».

Il riferimento è al ddl Zan, che il Partito democratico continua a indicare come uno strumento necessario per contrastare discriminazioni e violenze. «C’era il ddl Zan, ma è stato affossato in Parlamento», ricorda Schlein, aggiungendo che il problema non riguarda soltanto il diritto penale ma anche il piano culturale. «L’odio e la discriminazione delle persone Lgbtqia+ portano alla violenza», afferma.

L’affondo contro il governo Meloni e il ministro Valditara

Dal ricordo di Mirko il discorso della segretaria dem si sposta rapidamente sul terreno dello scontro politico. Schlein cita la classifica elaborata da Ilga Europe, secondo la quale l’Italia occupa il trentaseiesimo posto su quarantanove Paesi europei per il riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQ+.

«È come se ci fosse ancora un muro che divide l’Europa e il nostro Paese è tra quelli più retrogradi sul riconoscimento dei diritti Lgbtq+», sostiene.

L’attacco si concentra poi sul ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e sul disegno di legge promosso dal ministero. Schlein definisce il provvedimento «un pessimo ddl» e accusa la maggioranza di centrodestra di procedere nella direzione opposta rispetto a quella che ritiene necessaria.

Secondo la leader del Pd, il governo «fa passi indietro» perché «fa il contrario di quello che servirebbe, la prevenzione del bullismo in ogni forma, limitando fortemente e addirittura nei primi anni di scuola proibendo l’educazione all’affettività, alle differenze, al rispetto».

Sono dichiarazioni che si inseriscono nel confronto politico ormai aperto tra maggioranza e opposizione sui temi dell’educazione all’affettività, dell’identità di genere e delle politiche contro le discriminazioni.

Il Pride tra diritti, politica e contestazione

La presenza di Elly Schlein conferma anche il ruolo sempre più politico assunto dal Milano Pride. Accanto ai carri delle associazioni LGBTQ+, hanno sfilato il trenino di Arcigay e quello di Agedo, l’associazione dei genitori di persone omosessuali e transgender, accompagnato dallo striscione: «Genitori e figli, insieme siamo forza, colore e bellezza».

Nel corteo non sono mancati i messaggi rivolti alla politica nazionale. Tra le bandiere arcobaleno hanno trovato spazio anche quelle ucraine e palestinesi, mentre numerosi cartelli prendevano di mira Roberto Vannacci, ormai diventato uno dei principali bersagli della mobilitazione LGBTQ+ dopo le posizioni espresse negli ultimi mesi sui diritti civili e sulle minoranze.

I manifestanti hanno rilanciato temi come le aggressioni omofobe, la paura di vivere apertamente il proprio orientamento sessuale e la richiesta, avanzata in particolare dalle persone transgender, di non diventare oggetto di scontro politico.

Il Milano Pride si è così trasformato ancora una volta in una manifestazione che intreccia rivendicazioni civili e confronto politico. Da una parte il Partito democratico, che continua a chiedere una legge contro l’omobilesbotransfobia e accusa il governo di rallentare il riconoscimento dei diritti. Dall’altra la maggioranza di centrodestra, criticata da Schlein per le scelte in materia di scuola, educazione all’affettività e tutela delle persone LGBTQ+.

In questo contesto, il ricordo di Mirko Moriconi ha rappresentato il momento più carico di significato della giornata. Per la segretaria del Pd, quella vicenda dimostra che la battaglia contro l’omotransfobia non riguarda soltanto il riconoscimento dei diritti, ma investe direttamente il tema della sicurezza, della prevenzione della violenza e della costruzione di una cultura del rispetto.