L’operazione congiunta condotta dalle aviazioni americana e saudita contro le milizie filo-iraniane in Iraq, arrivata a stretto giro dagli annunci su possibili intese per la fornitura di tecnologia nucleare civile da Washington a Riad, segna un chiaro passaggio di marcia nel posizionamento strategico del Regno.
Pur trattandosi di un Paese ricchissimo e armato fino ai denti, Riad non ha le capacità operative per ribaltare da sola gli equilibri bellici. Tuttavia, una discesa in campo così esplicita certifica un pesante errore di calcolo da parte della leadership di Teheran, che continuando con le sue provocazioni finisce per compattare il fronte arabo alleato degli Stati Uniti.
La svolta: rivendicare le operazioni di guerra
Per lungo tempo il principe ereditario Mohammed bin Salman ha portato avanti un doppio binario strategico. Da un lato ha garantito la fondamentale alleanza militare con Washington per la sicurezza nazionale, dall’altro ha lavorato per allentare la pressione con l’Iran, arrivando nel 2023 al ripristino delle relazioni diplomatiche grazie alla mediazione cinese.
L’azione militare condotta in Iraq fa emergere una realtà diversa: pur senza chiudere la porta alla diplomazia, quando vengono toccati gli interessi vitali del Regno, Riad torna ad affidarsi senza esitazioni all’ombrello protettivo americano. La svolta sta nel fatto che l’Arabia Saudita partecipa e rivendica apertamente le operazioni di guerra.
L’Arabia Saudita è tra i primi paesi per spesa militare
Alla base della scelta di Riad c’è l’escalation degli attacchi condotti con droni e missili da parte delle milizie legate ai Pasdaran contro le infrastrutture strategiche saudite. Finché la crisi ha riguardato principalmente Stati Uniti, Israele e Iran, la monarchia sunnita ha cercato di restare ai margini, ma di fronte a minacce dirette la prudenza è diventata insostenibile.
Dal punto di vista economico e bellico, l’Arabia Saudita destina alle forze armate tra il 7 e l’8 per cento del proprio Prodotto Interno Lordo, posizionandosi regolarmente tra i primi Paesi al mondo per spesa militare. Negli ultimi vent’anni il Paese ha acquistato il meglio della tecnologia occidentale, da caccia F-15SA ed Eurofighter fino ai sistemi di difesa Patriot e THAAD.
Riad paga il prezzo di una scarsa tradizione operativa
Tuttavia, la sola disponibilità di arsenali ultra-tecnologici non equivale a una completa maturità militare. L’organizzazione bellica di Riad sconta limiti storici dovuti a una forte dipendenza da tecnici stranieri, una catena di comando centralizzata e una scarsa tradizione operativa.
La lezione del conflitto in Yemen contro gli Houthi ha dimostrato come una sproporzione di mezzi non garantisca vittorie rapide contro avversari motivati e capaci di condurre una guerra d’logoramento. Per questo la presenza saudita nei raid in Iraq ha soprattutto un valore geopolitico: conferma che, nonostante i recenti avvicinamenti a Pechino o Mosca, l’architettura di sicurezza del Golfo continua ad avere come perno insostituibile gli Stati Uniti.
Sullo sfondo la partita del nucleare
Sullo sfondo della crisi resta la delicata partita del nucleare civile e i contratti per le forniture americane, un tema che solleva forti riserve da parte di Israele per il rischio di una corsa al riarmo atomico nell’intera regione. Ma il dato politico immediato riguarda la tenuta delle alleanze: mentre la leadership iraniana sperava di incrinare i rapporti tra Washington e le monarchie arabe, il risultato ottenuto è stato opposto.







