Consolato Usa di Milano, fermato manager che tentava la fuga dopo l’inchiesta della Procura sullo sfruttamento nel cantiere

Il rendering del nuovo Consolato Usa A Milano

I carabinieri hanno fermato e arrestato all’aeroporto di Bergamo-Orio al Serio Ulasa Demir, il manager turco dell’azienda che sta realizzando i lavori per la costruzione del nuovo Consolato degli Stati Uniti a Milano in piazzale Accursio. L’uomo stava cercando di rientrare con la famiglia al suo paese d’origine dopo un’inchiesta della Procura di Milano ha acceso i riflettori sul cantiere. I magistrati contestano a una società coinvolta nella realizzazione dell’opera un sistema di reclutamento e gestione della manodopera che avrebbe prodotto condizioni di forte sfruttamento per centinaia di lavoratori indiani.

L’indagine riguarda il cantiere di una delle più importanti infrastrutture diplomatiche statunitensi in Italia. Secondo gli investigatori, la società appaltatrice avrebbe impiegato lavoratori arrivati dall’India attraverso intermediari che promettevano un impiego regolare in Europa. In realtà, molti operai avrebbero affrontato costi elevati già prima della partenza e avrebbero ricevuto compensi molto inferiori alle aspettative. I magistrati descrivono un quadro che richiama le pratiche del caporalato internazionale. Gli atti dell’inchiesta indicano turni di lavoro fino a sessanta ore settimanali e retribuzioni effettive che, dopo varie trattenute, sarebbero scese fino a circa due euro l’ora.

Il reclutamento in India

Gli investigatori concentrano una parte significativa dell’inchiesta sulle modalità di reclutamento. Secondo l’accusa, alcuni lavoratori avrebbero versato agli intermediari somme vicine a 500 mila rupie indiane, equivalenti a oltre cinquemila euro, per ottenere il posto di lavoro nel cantiere milanese.

Molti operai avrebbero contratto debiti per sostenere quella spesa. Una volta arrivati in Italia, avrebbero dovuto affrontare ulteriori trattenute per vitto, alloggio e altri servizi collegati alla permanenza nel Paese.

Gli inquirenti ritengono che questo meccanismo abbia creato una condizione di forte dipendenza economica. Chi accumula debiti prima ancora di iniziare a lavorare dispone infatti di margini molto ridotti per contestare le condizioni imposte dal datore di lavoro o per interrompere il rapporto.

L’intervento della Procura

La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario della società americana coinvolta nell’appalto. I magistrati contestano il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, comunemente noto come caporalato. L’inchiesta coinvolge anche alcuni dirigenti della società.

Le accuse restano al momento da verificare nel corso del procedimento giudiziario. Gli indagati potranno presentare la propria versione dei fatti e contestare le ricostruzioni dell’accusa.

Un caso che supera i confini del cantiere

La vicenda assume una rilevanza particolare perché riguarda il futuro Consolato degli Stati Uniti a Milano, un’opera dal forte valore simbolico e strategico.

L’inchiesta non mette in discussione il ruolo delle istituzioni diplomatiche statunitensi, ma solleva interrogativi sulla catena degli appalti e dei subappalti che sostiene grandi progetti internazionali. Le aziende coinvolte in opere di questa portata devono infatti coordinare una rete complessa di fornitori, intermediari e società specializzate.

Gli investigatori cercano ora di capire chi abbia esercitato il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro e chi abbia tratto vantaggio economico dal sistema contestato.

Il nodo delle filiere globali

Il caso milanese evidenzia un problema che attraversa molti settori dell’economia contemporanea. Le grandi opere pubbliche e private utilizzano sempre più spesso catene produttive che coinvolgono più Paesi, numerosi intermediari e diversi livelli contrattuali.

Questa struttura offre vantaggi economici e organizzativi, ma può anche rendere più difficile il controllo delle condizioni di lavoro. Ogni passaggio aggiuntivo aumenta infatti la distanza tra il committente finale e il lavoratore che opera sul campo.

Le organizzazioni sindacali e le associazioni che tutelano i diritti dei migranti denunciano da anni questo fenomeno. Molte inchieste europee hanno già documentato situazioni analoghe nei settori dell’edilizia, della logistica, dell’agricoltura e della cantieristica.

Una questione che riguarda l’Europa

L’indagine milanese si inserisce in un contesto più ampio. Negli ultimi anni diversi Paesi europei hanno rafforzato gli strumenti di contrasto allo sfruttamento lavorativo e alle forme di reclutamento irregolare della manodopera straniera.

Le autorità giudiziarie considerano il caporalato non soltanto una violazione delle norme sul lavoro, ma anche un fattore che altera la concorrenza tra imprese. Le aziende che comprimono illegalmente il costo del lavoro possono infatti ottenere vantaggi competitivi rispetto a chi rispetta le regole.

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