Garlasco, il genetista riapre il nodo delle scarpe di Stasi: “La traccia a V non basta per dire che fosse sua”

le scarpe di Alberto Stasi

Nel delitto di Garlasco torna al centro uno degli elementi più discussi del processo ad Alberto Stasi: le scarpe. O meglio, quello che sulle scarpe non è mai stato trovato. Nessuna traccia di sangue sulle suole, nessun residuo ematico sui tappetini dell’auto. Un dato che, secondo il genetista forense Giorgio Portera, ex ufficiale del Ris di Parma, continua a lasciare aperti dubbi sulla ricostruzione della presenza dell’allora fidanzato di Chiara Poggi nella villetta di via Pascoli al momento dell’omicidio.

La traccia a V e il dubbio sulle Lacoste

Il punto di partenza è la cosiddetta traccia a V, uno degli elementi richiamati negli anni per collegare Alberto Stasi alla scena del crimine. Portera, intervistato da Il Giorno, ne ridimensiona però il valore identificativo. Secondo il genetista, quella traccia “non ha la forma di un’orma di scarpa” e richiamerebbe soltanto una minima parte di una suola simile a quella delle Lacoste. Non essendoci tratti caratteristici e non vedendosi una vera impronta, per l’esperto non sarebbe possibile ricondurla con certezza a una suola specifica.

Portera aggiunge un ulteriore elemento: dalle ricerche svolte con i suoi collaboratori nella banca dati delle suole, sarebbero emerse altre scarpe con lo stesso disegno. Questo significa che il collegamento con le Lacoste consegnate da Stasi agli investigatori non sarebbe, nella sua lettura, un dato univoco. Una somiglianza non basta a trasformarsi in certezza forense.

Le scarpe consegnate agli investigatori

Alberto Stasi consegnò tre paia di scarpe agli investigatori il 14 agosto 2007, tra cui le Lacoste che avrebbe indossato il giorno precedente, quando Chiara Poggi fu uccisa. Il tema è sempre stato centrale: se Stasi fosse entrato nella villetta attraversando una scena del crimine con molto sangue, è possibile che le calzature non abbiano conservato alcuna traccia?

Portera non esclude in assoluto che il sangue possa non restare sulle scarpe dopo un successivo utilizzo. Ammette che esistono variabili legate al tempo, al modo di camminare e alle superfici percorse. Ma sottolinea anche un dato di esperienza: normalmente, i residui ematici tendono a persistere. Ed è proprio questa assenza a rendere il quadro problematico.

Il nodo dei tappetini dell’auto

C’è poi un secondo passaggio, forse ancora più delicato: i tappetini dell’auto di Stasi. Nella consulenza medico-legale Testi-Bitelli-Vittuari per l’Appello bis si parlava di una possibilità “del tutto marginale” che l’imputato, seguendo il percorso da lui descritto, non intercettasse le macchie di sangue presenti sul pavimento della villetta. Gli accertamenti indicavano inoltre che le scarpe Lacoste avevano una marcata capacità di adesione e captazione di piccole particelle di sangue.

Gli esperimenti tecnici avevano mostrato che quel tipo di calzatura, dopo aver captato particelle ematiche, poteva trasferirne una parte anche sui tappetini dell’auto. Eppure, sui tappetini dell’auto di Stasi, non furono trovate tracce di sangue. Per Portera, le conclusioni di quella consulenza devono essere considerate affidabili fino a eventuali nuove prove condotte con lo stesso rigore.

Un elemento che continua a pesare

La lettura del genetista non cancella la condanna definitiva di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi, ma riporta l’attenzione su un punto tecnico che continua a far discutere. Se le scarpe avessero davvero calpestato una scena del crimine insanguinata, perché non avrebbero lasciato tracce né sulle suole né sui tappetini? È la domanda che da anni alimenta dubbi, perizie, controperizie e nuove interpretazioni.

Nel caso Garlasco, ogni dettaglio torna ciclicamente a pesare. La traccia a V, le Lacoste, i tappetini puliti, la possibilità di contaminazione o di assenza di residui: sono elementi tecnici, ma dentro un’indagine e un processo diventati ormai simbolo nazionale assumono un valore enorme. Anche perché il nuovo filone su Andrea Sempio ha riacceso il dibattito su tutto ciò che sembrava chiuso e che, invece, continua a produrre domande.