A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nella villetta di via Pascoli a Garlasco il 13 agosto 2007, uno dei dettagli più discussi della scena del crimine torna al centro del dibattito. Non riguarda una nuova traccia biologica, né un reperto mai esaminato, né una delle ipotesi investigative emerse negli ultimi mesi. Riguarda una luce. Più precisamente, la luce della scala interna che dal soggiorno conduce alla cantina, dove Alberto Stasi disse di aver visto il corpo della fidanzata.
È un particolare apparentemente minimo, ma nel caso Garlasco i dettagli hanno sempre avuto un peso enorme. La domanda resta la stessa: quando Stasi arrivò davanti alla scala, la luce era accesa o spenta? Lui ha sempre sostenuto di non aver azionato alcun interruttore. Nei primi racconti parlò di luce spenta, poi attenuò la certezza, fino alla più recente audizione in Procura, nella quale ha ammesso che, se la luce era accesa, non l’aveva accesa lui. I carabinieri intervenuti sul posto e la dottoressa del 118, invece, ricordarono la zona illuminata.
La prima versione di Stasi: «La luce era spenta»
Il punto di partenza resta la ricostruzione fornita da Alberto Stasi pochi giorni dopo il delitto. Il 17 agosto 2007 dichiarò: «Ricordo che la luce era spenta, non ho acceso la luce, mi sono fermato un istante e ho sceso due gradini circa. Mi sono inclinato con il busto leggermente in avanti e guardando verso sinistra le scale ho visto il corpo di Chiara».
Cinque giorni dopo, il 22 agosto, davanti alla pm Muscio, Stasi confermò lo stesso scenario, ma con una formula meno netta: «La luce delle scale della cantina, non ricordo, ma credo che fosse spenta». Quel passaggio introduce una sfumatura importante. Non più una certezza piena, ma un ricordo incerto, legato a un momento traumatico e confuso.
Nella sua ultima audizione in Procura, Stasi ha ribadito di non aver acceso alcun interruttore: «Io ricordo che non ho acceso nessun interruttore». Poi ha richiamato il proprio stato emotivo: «È stato un momento un po’ particolare». E, tornando sul fatto che la zona risultò illuminata all’arrivo di forze dell’ordine e soccorritori, ha aggiunto: «Evidentemente una, forse quella delle scale, era già stata accesa. Io personalmente non ho azionato interruttori… sicuramente se era accesa non l’ho accesa io».
Il nodo sta tutto qui. Stasi non dice di aver acceso la luce. Non lo ha mai detto. Ma nel corso degli anni il suo ricordo sullo stato dell’illuminazione ha perso nettezza. Da «era spenta» si è passati a «credo che fosse spenta», fino alla possibilità che una luce fosse già accesa prima del suo arrivo davanti alla scala.
Carabinieri e 118 ricordano la scala illuminata
La versione di Stasi si scontra con quella dei primi operatori arrivati nella villetta. I carabinieri Serra e Muscatelli, intervenuti sulla scena del crimine, dichiararono che la luce era accesa. Anche la dottoressa Rubbi del 118, la prima a esaminare il corpo di Chiara Poggi, confermò la stessa circostanza.
Alla domanda del pm — «Senta, lei quando è arrivata al vano cantina, lungo le cui scale ha trovato poi il corpo di Chiara, la luce delle scale lei se la ricorda? Se la ricorda accesa?» — la dottoressa rispose: «Accesa».
Secondo quanto ricostruito anche da Quarto Grado, le fotografie scattate il 13 agosto 2007 durante il primo sopralluogo mostrano la zona delle scale illuminata. Questo dato non risolve da solo il mistero, perché non stabilisce chi abbia acceso la luce né quando. Ma apre una questione cruciale: se Stasi non azionò alcun interruttore, chi lo fece? La luce era già accesa prima del suo arrivo? Fu accesa da qualcuno intervenuto dopo? Oppure il ricordo iniziale di Stasi risentì davvero dello shock?
Il tema della luce diventa rilevante anche per un altro motivo: la descrizione del corpo di Chiara. Stasi riferì particolari visivi che, secondo alcune letture, avrebbero richiesto una certa illuminazione. Disse: «Ho visto il lato destro del viso, confermo che era abbastanza visibile ed ho notato una parte bianca del viso. Non ho visto in quel momento parte del viso scuro, anzi ho visto una parte bianca che risaltava rispetto allo scuro che era intorno».
Senza luce, sostiene il servizio televisivo, quei dettagli sarebbero stati difficili da distinguere. Con la scala illuminata, invece, la descrizione apparirebbe più compatibile con ciò che Stasi disse di aver visto.
Una contraddizione letta in modo opposto dai giudici
Nel processo, questo dettaglio ha ricevuto interpretazioni diverse. Per il giudice Vitelli, che assolse Stasi in primo grado, la contraddizione sulla luce poteva trovare una spiegazione nello stato di shock del giovane dopo il ritrovamento del corpo della fidanzata. Una lettura che considerava il trauma, la concitazione e la difficoltà di fissare nella memoria elementi precisi in un momento estremo.
Per i giudici che in seguito condannarono Stasi, invece, anche quel particolare contribuì a rendere fragile il racconto del ritrovamento. La questione della luce, insieme ad altri elementi, finì dentro la valutazione complessiva della credibilità della sua versione.
È proprio questa doppia lettura a rendere il dettaglio ancora oggi così discusso. Da una parte c’è chi lo considera una normale incertezza mnemonica prodotta da una scena drammatica. Dall’altra c’è chi lo ritiene un tassello ulteriore nelle contraddizioni del racconto di Stasi.
Il caso Garlasco vive da sempre su questa tensione: ogni elemento viene riletto, confrontato, inserito in una cornice più ampia. La luce della cantina non stabilisce da sola una verità alternativa, ma continua a rappresentare uno dei punti più delicati del racconto sul ritrovamento di Chiara Poggi.
In questo clima, resta anche il problema della narrazione pubblica del caso. Angela Taccia, legale di Andrea Sempio, ha criticato «certa narrativa televisiva» dopo l’overdose di farmaci che ha portato in rianimazione la madre del suo assistito. «Non tutte le trasmissioni tv sono uguali e c’è modo e modo di raccontare la cronaca», ha detto.
Il richiamo non riguarda direttamente il nodo della luce, ma fotografa il contesto in cui il caso continua a vivere: un’indagine riaperta, un condannato definitivo, un nuovo indagato, famiglie esposte e una pressione mediatica che spesso trasforma ogni dettaglio in un campo di battaglia.
A distanza di quasi vent’anni, la domanda sulla luce della cantina resta sospesa. Non perché possa da sola riscrivere il delitto di Garlasco, ma perché tocca il momento più drammatico del racconto di Alberto Stasi: l’istante in cui disse di aver trovato Chiara. Ed è proprio su quell’istante, sulle sue parole e sulle sue contraddizioni, che il caso continua a interrogare giudici, investigatori, giornalisti e opinione pubblica.







