Garlasco, l’impronta 33 e il vecchio buco del processo Stasi: Bocellari spiega perché quella traccia finì ai margini

Alberto Stasi, omicidio Chiara Poggi

Nel caso Garlasco anche una traccia rimasta per anni ai margini può tornare all’improvviso al centro della scena e cambiare il modo in cui viene raccontata l’intera vicenda. È ciò che sta accadendo con l’impronta 33, uno degli elementi più discussi della nuova indagine della Procura di Pavia su Andrea Sempio. Perché quella traccia non ebbe un ruolo decisivo nei processi che portarono alla condanna definitiva di Alberto Stasi? A provare a chiarirlo è stata Giada Bocellari, avvocata dell’ex fidanzato di Chiara Poggi, intervenuta a Quarta Repubblica.

Bocellari: «Quell’impronta compariva come priva di utilità»

La spiegazione dell’avvocata parte da un punto tecnico ma decisivo. «Quell’impronta non fu considerata minimamente perché compare solo nella relazione finale come impronta priva di utilità», ha detto Bocellari. La difesa di Stasi sottolinea quindi che, nei primi procedimenti, quella traccia non venne trattata come un elemento realmente spendibile sul piano dattiloscopico. Oggi, invece, il quadro appare diverso, perché gli inquirenti le attribuiscono un possibile valore e la collegano ad Andrea Sempio.

Il punto non è soltanto scientifico. È anche processuale. Bocellari ricorda infatti che Stasi scelse il rito abbreviato, accettando di essere giudicato sulla base degli atti raccolti durante le indagini. Questa scelta gli garantiva uno sconto di pena, ma riduceva drasticamente lo spazio per introdurre nuove prove o approfondimenti autonomi. In sostanza, la difesa si mosse dentro il perimetro già tracciato dal fascicolo investigativo. E se in quel fascicolo l’impronta 33 figurava come traccia senza utilità, non poteva diventare improvvisamente il centro della strategia difensiva.

Il peso del rito abbreviato nel processo Stasi

Il rito abbreviato rappresenta uno snodo fondamentale per capire perché alcuni elementi non entrarono davvero nel dibattimento. Si tratta di un rito alternativo che consente all’imputato di essere giudicato dal giudice per le indagini preliminari sulla base degli atti già acquisiti, ottenendo in cambio una riduzione della pena. Quando Stasi affrontò il processo, la legge consentiva ancora questa scelta anche per reati che, in presenza di aggravanti, potevano portare all’ergastolo. Oggi non è più così.

Quella scelta processuale ha avuto conseguenze concrete. Accettare il rito abbreviato significava rinunciare alla formazione della prova in dibattimento e basare il giudizio sul materiale già raccolto. Per questo Bocellari insiste su un aspetto: non si può leggere oggi l’impronta 33 come se all’epoca avesse avuto lo stesso peso che ha nella nuova inchiesta. Se gli atti la classificavano come priva di utilità, il processo abbreviato non offriva lo stesso spazio di un dibattimento ordinario per rimetterla radicalmente in discussione.

Come venne individuata la traccia 33

A Quarta Repubblica è stato anche ricostruito il modo in cui gli investigatori individuarono la traccia. Un carabiniere ha spiegato l’utilizzo della ninidrina, un reagente che consente di far emergere impronte latenti su determinate superfici. L’idea nacque da un ragionamento sulla possibile dinamica dell’aggressore: chi avesse spostato o fatto scivolare il corpo di Chiara Poggi verso la scala della cantina avrebbe dovuto appoggiarsi da qualche parte per non perdere l’equilibrio.

«Abbiamo pensato a come si sarebbe potuto muovere l’aggressore», ha spiegato il militare. Da qui la scelta di applicare il reagente nei punti che l’autore del delitto poteva aver toccato. Il ragionamento era semplice e concreto: per buttare un corpo giù dalle scale, l’aggressore avrebbe avuto bisogno di un appoggio, altrimenti avrebbe rischiato di cadere a sua volta.

Una traccia oggi centrale nella nuova indagine

Il fatto che l’impronta 33 venga oggi attribuita ad Andrea Sempio non significa automaticamente che basti da sola a riscrivere la storia giudiziaria del delitto. Ma spiega perché il caso sia tornato così violentemente al centro della cronaca. Una traccia ritenuta marginale nel primo percorso processuale diventa oggi uno degli elementi più discussi della nuova indagine, soprattutto perché collocata in un punto sensibile della villetta di via Pascoli.

La vicenda mostra anche quanto sia complesso rileggere un processo a distanza di quasi vent’anni. Ogni elemento cambia peso a seconda del contesto in cui viene valutato, delle tecniche disponibili, delle domande che gli investigatori si pongono e delle scelte processuali compiute allora. L’impronta 33, rimasta a lungo sullo sfondo, è diventata il simbolo di questa nuova stagione del caso Garlasco: un dettaglio archiviato come secondario che oggi riapre interrogativi, polemiche e contrapposizioni.