Pirateria audiovisiva, incassi da miliardi per le organizzazioni criminali

Pezzoto Pirateria audiovisiva

La pirateria audiovisiva continua a macinare grandi numeri anche in Italia. Dietro le quinte di uno dei business più proficui di sempre ci sono organizzazioni criminali internazionali. I furti di film, serie, programmi tv e sport live, soprattutto calcio, valgono 2,3 miliardi di euro di incassi in meno. La cifra comprende la perdita di Pil per un valore di 902 milioni e mancate entrate fiscali per 408 milioni all’anno. In più si rischia la perdita di posti di lavoro dal momento che la produzione e la distribuzione di questi contenuti sui canali autorizzati è alimentata e sostenuta da aziende che impiegano numerosi profili professionali.

I dati della ricerca Fapav/Ipsos Doxa presentata agli Stati generali della lotta alla pirateria a Roma dicono che il 37% degli italiani si affida a questa pratica: rispetto al 2024, però, si registra un calo del 4%, che sale al 7% nell’ultimo biennio. I film sono i contenuti più piratati (28%), seguiti da serie/fiction (22%), programmi Tv (20%) e sport live (14%).

Cosa dice la ricerca

Lo studio commissionato ad Ipsos dalla Federazione per la tutela delle industrie dei contenuti audiovisivi e multimediali dice che il calo della pirateria è particolarmente marcato tra i più giovani: nel 2025, ha commesso almeno un atto di pirateria audiovisiva il 37% degli adolescenti dai 10 ai 14 anni, dato più basso mai registrato, in ulteriore diminuzione rispetto al 40% del 2024 e al 45% del 2023.

Anche tra gli adulti, coloro che hanno piratato almeno una volta lo scorso anno sono il 37%, con una stima di 290,6 milioni di atti di pirateria, in calo del 9% rispetto al 2023. “Permane tuttavia una percezione ambivalente sulla gravità del fenomeno”, evidenzia lo studio. Il 60% della popolazione adulta italiana considera la pirateria un comportamento grave da perseguire legalmente. Tra i pirati stessi solo il 48% riconosce la gravità delle proprie azioni, con il 42% che le considera per nulla gravi.

Tra i fruitori di IPTV illegali, il 72% riconosce che queste pratiche arrecano danni all’economia e alla società. Più della metà degli italiani (56%) è comunque consapevole del legame tra pirateria audiovisiva e circuiti criminali.

Rilevante il dato relativo all’efficacia della deterrenza: a due anni dall’entrata in vigore della nuova legge antipirateria, il 71% degli adulti ne conosce l’esistenza, e il 62% la considera efficace. Nell’ultimo anno, soprattutto chi è stato raggiunto dalle informazioni sulla stretta legislativa e sanzionatoria, ha smesso di piratare. Le inchieste della Polizia postale e della Guardia di finanza hanno dimostrato che molte reti di distribuzione sono gestite da vere e proprie organizzazioni criminali internazionali che incassano milioni di euro al mese.

Per contrastare il fenomeno si interviene direttamente sui portali: l’impiego del sistema automatizzato Piracy Shield permette all’Agcom di oscurare i siti pirata in meno di 30 minuti: ne sono stati bloccati più di 100mila. Oltre 122mila le segnalazioni, il 30% delle quali per contenuti audiovisivi diversi da quelli sportivi.

Offerte di ogni tipo e per tutte le tasche

I sistemi illegali per vedere contenuti a pagamento senza regolare abbonamento si basano tutti sulla redistribuzione non autorizzata delle trasmissioni, sia live che on demand. Un vero e proprio furto di contenuti soggetti alle tutele di copyright esistenti nei vari Paesi sia sul fronte della produzione che su quello della fornitura dei servizi streaming.

Oltre al classico “pezzotto” (box Android con liste IPTV pirata), le inchieste della Guardia di finanza hanno scoperto che la “condivisione” di contenuti avviene anche attraverso altre pratiche. Se ne conoscono quattro.

Il card sharing con l’utilizzo di abbonamenti regolari su decoder modificati. Le liste M3u attivate con codici di accesso a link su canali Telegram e TikTok inserite in app di IPT su smart tv, pc o smartphone. Il web streaming su siti illegali spesso mascherati da portali di scommesse o motori di ricerca. I canali social su Discord, Telegram e Instagram che generano trasmissioni temporanee di eventi sportivi live e serie tv forniti in modalità pay-per-view.

Il costo della visione

Nulla viene trasmesso gratis. Chi distribuisce i contenuti sui canali illegali guadagna facendo pagare un costo per l’accesso, di molto inferiore ai prezzi delle piattaforme ufficiali. L’altra fonte di guadagno sono gli spot: le pubblicità lanciate nel momento in cui si attiva lo stream e che ricorrono durante le trasmissioni. Pochi secondi di visione consentono ai fornitori incassi milionari.        

Cosa si rischia

Affidarsi ai professionisti del pezzotto implica un risparmio pari ad oltre 5 volte il valore di un abbonamento annuo ad un canale streaming ufficiale. Ma espone a rischi molto seri. In primis quello delle sanzioni.   

Chiunque utilizzi uno di questi sistemi per aggirare il pagamento degli abbonamenti commette un reato. Le indagini colpiscono direttamente i consumatori finali che rischiano multe che vanno da 154 fino a 5.000 euro. I procedimenti penali si estendo ai reati di ricettazione e violazione della legge sul diritto d’autore, con pene che, nei casi più gravi, possono contemplare la reclusione.

Un altro rischio connesso al ricorso ai siti di streaming illegali, spesso non calcolato o sottovalutato, è quello di consentire l’accesso a dati sensibili e a coordinate finanziarie. Chi entra è in grado di portarsi via ciò che gli serve. Lo streaming viene spesso usato come esca per attirare in trappola utenti le cui informazioni possono essere utilizzate per furti d’identità, frodi informatiche e attacchi ransomware.